Intervista di Cristina Biolcati ad Antonio Magrì ed al suo romanzo “Scrivere uccide”

Intervista di Cristina Biolcati ad Antonio Magrì ed al suo romanzo “Scrivere uccide”

Set 17, 2013

“Taormina. Qualunque cosa stesse facendo in quel momento di quell’ora tarda della sera, ad un certo punto cominciò a sentire dentro di sé una specie di richiamo. Hai presente quelle sensazioni che, all’improvviso, e senza nemmeno capire da quale avamposto giungano, sembrano scivolarci dentro con tutta l’aria di essere dei veri e propri presentimenti che ci attirano?” (Scrivere uccide- Antonio Magrì)

È l’incipit di “Scrivere uccide”, romanzo d’esordio del giornalista e semiotico siciliano, Antonio Magrì. L’opera è uscita in versione e-book e pubblicata da Amazon Media. Avrei dovuto leggerlo con calma e, in un secondo momento, comunicare all’autore il mio parere. Invece l’ho letto tutto d’un fiato, non sono riuscita a smettere fino a quando non sono arrivata alla fine della storia per poterne avere un quadro completo. La scena si svolge a Taormina, la città di Magrì.

Il protagonista del romanzo è William, un giornalista con la passione per la scrittura di racconti ucronici, ovvero un genere di narrativa fantastica che spesso si incrocia con la fantapolitica, e si basa sulla premessa generale che la storia del mondo abbia seguito un corso alternativo, rispetto a quello reale. Due racconti si realizzano invece, proprio tali e quali a come William li aveva scritti: l’assassinio di Berlusconi ed il tentato omicidio di Saviano, lo scrittore di “Gomorra”.

Il Male sembra uscire direttamente dalle pagine dei suoi scritti, e William impazzisce. Senza prima però aver tentato di scoprire cosa possa nascondersi dietro a tanto potere. Che si tratti di mafia? Di una setta? Di una forza soprannaturale? Le indaga tutte. Entra in gioco allora il desiderio, più forte di ogni altra cosa, di impossessarsi del libero arbitrio perduto, di riprendersi la sua vita e il suo destino di scrittore. E per far cessare tutto, non gli basta fare altro che affrontare il Male, prenderlo “di petto”, inventandosi un epilogo della sua stessa vita.

Ha bisogno però di un testimone a cui raccontare tutto, che dia un senso alla sua uscita di scena. Un lettore che tramandi ai posteri la sua storia. Il finale, che non svelerò, non è affatto scontato: anzi, rimette tutto in gioco. In questo romanzo immaginario e realtà si fondono, non si sa dove finisca l’uno e dove inizi l’altra. Passato e presente si amalgamano, “scivolano” nella nostra mente così come fluiscono i pensieri dell’autore. Creano uno spazio ed un tempo paralleli che fanno da cornice a quella che si concretizza come un’indagine introspettiva di chi pratica il mestiere dello scrivere.

 

C.B.: Benvenuto Antonio e grazie per avere colto il nostro invito a parlarci di te. Tu sei giornalista ed esperto di semiotica, la scienza che studia i segni ed il loro significato. Prima di “Scrivere uccide”, hai pubblicato due saggi: “Di blob in blob” e “Semiotica di Cosa Nostra e dell’Antimafia”. Il giornalismo e la saggistica hanno rappresentato anche per te quel “rifugio”, quel “riparo” dalla tua fervida fantasia, al pari di William, il protagonista del tuo romanzo?

Antonio Magrì: Innanzitutto, grazie a voi dell’interesse e della possibilità. Beh, la saggistica, ma solo relativamente alla semiotica, non è un “riparo” dalla mia immaginazione, bensì una passione con cui ho imparato a guardare meglio al mondo e a sapere di che farmene. Di più. Mi ha insegnato a ritrovare gli occhi da bambino, quella capacità cioè, senza preconcetti, di categorizzare ogni cosa nel verso giusto, non soggettivo, ma oggettivo, e, quindi, a rintracciare e a risalire da capo a piedi il senso – inteso come l’organizzazione di significato – di qualsiasi forma di espressione e contenuto. Ora, questa capacità, abbinata alla professione di giornalista dovrebbe rappresentare un’accoppiata vincente, soprattutto per la realizzazione di inchieste, ossia per rintracciare un tassello e poi arrivare al disegno finale di un mosaico. Che è quello che è successo a me. Solo che adesso, da oltre un anno, dopo 7 anni di gavetta e crescita, non scrivo più per alcun giornale. Il problema, la cosa peggiore è che alla fine a mettermi nella condizione di non scrivere più sono stati l’ultimo mio ex editore e i redattori interni al suo giornale. Per questo dico sempre che in Sicilia il male maggiore non è rappresentato da Cosa Nostra, ma dal giornalismo. Infatti, quelli che svolgono davvero questo mestiere sono sì e no il 10 per cento. Così, oggi, senza fare la vittima ma raccontando semplicemente le cose come stanno, dopo tutti i sacrifici che ho fatto e fatto fare alla mia famiglia di origine e a mia moglie, prima per laurearmi a Bologna e poi per svolgere la carriera di giornalista a due ero e cinquanta a pezzo e foto, nonché dopo le minacce e i rischi vissuti per tenere la schiena dritta dai politici che avrebbero voluto comprarmi e dai colleghi che avrebbero voluto addomesticarmi, mi ritrovo senza un lavoro, quando, invece, in un paese normale avrei dovuto fare già il famoso scatto di carriera. In un certo senso io ho l’ho fatto, ma me l’hanno fatto fare all’indietro. Per rispondere alla tua domanda, però posso dire che quando mi voglio davvero rifugiare o quando voglio più semplicemente evadere, anche da me stesso, se posso guardo documentari naturalistici. Certo, è pure vero che li guarderei sempre e comunque. Tanto che non so se sia una passione che avrei dovuto coltivare. Ma tant’è.

 

C.B.: Ho letto che hai avuto l’idea di scrivere questo romanzo quando avevi 20 anni. Che cosa è successo dopo, vuoi parlarcene?

Antonio Magrì: Sì, è vero. Se ricordo bene, anche qualche anno prima. Allora: ero un avido lettore, come lo sono adesso. Solo che a quel tempo, quando mi venne in mente l’idea di scrivere il racconto “Scrivere uccide”, stavo per così dire completando ancora la lettura di quei grandi come Edgar Allan Poe, J.L. Borges, C. Bukowski, J. Cortázar, Italo Calvino, A. Artaud, C. Baudelaire, Rimbaud, Dino Buzzati, ecc., insomma di tutti quegli autori da cui non si può prescindere e la cui scrittura rappresenta al contempo una teoria del linguaggio. Sai, era il mio modo di pagare il dazio necessario per entrare a far parte di quel mondo. Perciò ancora non padroneggiavo gli strumenti per scrivere la storia per come ce l’avevo in testa. Quando ho ritenuto di essermi creato un certo bagaglio, ho raccolto il guanto di sfida. Ma persi. Ancora, infatti, non ero capace di raccontare la storia, quel meta-testo. Allora, mentre le letture si depositavano nel fondale del mio cuore, pensai di alimentarle andando a studiare in una delle tre maggiori capitali mondiali di semiotica (non semiologia): Bologna. Fu in quegli anni che accettai di nuovo la sfida. Provai a pure raccontare la storia sottoforma di testo teatrale. Ma ancora picche! Niente. Non ne ero pronto. Sapevo cosa scrivere, ma non come. Quindi, decisi di pensare solo a studiare, senza distrazioni di sorta. Le esperienze mi diedero ragione, dicendomi che ero portato per questa materia. Così, scrissi i due saggi. Tuttavia, lo feci sempre al contempo come rito di passaggio, per pagare cioè una sorta di dazio, che autenticasse la mia competenza in materia di strutture della figurazione e, dunque, la scelta di entrare nel mondo della scrittura creativa che avrei intrapreso di lì a breve. E di fatti, quando qualche anno fa mi misi a elaborare “Scrivere uccide”, accade che, mentre lo redigevo, era come se finalmente sapessi come farlo. E così fu. Solo che nessuno degli editori seri cui l’ho spedito (senza affidarmi ad un’agenzia) ha voluto poi pubblicare il libro. Siccome in questi casi si fa di necessità virtù, mi sono messo a capire come pubblicare da solo. Ed a maggio di quest’anno ho messo in rete il romanzo. Da questo punto di vista, Amazon ha la capacità di farti sentire libero. Naturalmente, però, un autore vuole che il proprio libro venga letto da quante più persone possibili. Così, ho cercato di studiare anche il processo di pubblicizzazione che viene dopo, sia gratuito che a pagamento. Ed oggi mi sembra di aver fatto l’utile ed il dilettevole, immagazzinando nello specifico pure un bagaglio culturale non da poco. Nel mio caso era ciò che desideravo. Anche se le vendite, ma prim’ancora le letture e i riscontri, languono. In tutto, senza fare ricorso alla pubblicità a pagamento, ho avuto più o meno una cinquantina di persone che hanno scaricato il mio libro.

 

C.B.: L’assassinio di Berlusconi e quello di Saviano di cui William scrive nel suo libro e che poi nel romanzo si realizzano, hanno fatto gridare allo scandalo i benpensanti. Ma in realtà, quale idea di fondo si nasconde dietro a questi due episodi?

Antonio Magrì: La mia provocazione era ed è la seguente: se Berlusconi fosse ammazzato (visto che pare non morire più), il governo ed il Paese non si ritroverebbero dall’oggi al domani a non essere più paralizzati a causa sua? La risposta è: certo! E allora mi son detto perché non passarsi almeno questo sfizio di ammazzarlo nella finzione, parafrasando la sequenza da un racconto di Borges? Anche se, purtroppo, sono sicuro che in un’eventualità simile si continuerebbe a parlare del cavaliere, e di complotti e di quant’altro, ed i media continuerebbero ad essere riempiti di cose di cui alla gente non fregherebbe niente, perché, appunto, vorrebbe guardare avanti, iniziando a stare finalmente un po’ bene. Questa sequenza, però, va vista in abbinamento e in contrapposizione a quella sull’uccisione di Saviano. Qui, infatti, l’eliminazione fisica dello scrittore non è totale, definitiva come nel caso di Berlusconi, e quindi, a parte ingenerare tutta una discussione rimasta in sospeso sull’eutanasia o l’accanimento terapeutico, vuole rappresentare ciò che si verrebbe a creare realmente se davvero l’autore campano si ritrovasse in un lettino d’ospedale in condizioni di vita apparente, e magari con tanto di testamento biologico al seguito. Saviano continuerebbe a “vivere” da morto cerebrale, senza poter dare più il suo contributo al bene civile nazionale. In poco tempo i media se ne dimenticherebbero, perché è così che è successo in altri casi ed è così che succede in eventualità simili se non si ha accanto uno come il padre di Eluana Englaro. In Italia, insomma, ci ritroveremmo a sentir parlare di uno come Berlusconi, il quale di certo con il suo cervello, ma anche con i suoi anni, il suo potere, i suoi soldi, non ha fatto nemmeno l’1 per cento del bene che ha fatto Saviano, il quale, invece, a poco a poco verrebbe trascurato.

 

C.B.: Il tuo romanzo mette in risalto il tormento interiore e le aspirazioni spesso mortificate di chi si cimenta con passione nell’arte di raccontare. Quanto di autobiografico c’è in questo?

Antonio Magrì: Tutto. Perché ho riversato, appunto, su William tutti i tipi di sofferenze da me vissuti nel tempo per avere avuto questo genere di passioni come la scrittura e la lettura. In Sicilia, tranne che tu non sia già Camilleri, se sei uno cui piace scrivere o leggere, è bene che ti abitui ad essere emarginato o ad emarginarti.

 

C.B.: Senti Antonio, è vero che la copertina del libro è stata disegnata da te?

Antonio Magrì: Sì, è vero. Dal momento in cui l’ho pensata, non ci ho messo molto a realizzarla. Siccome, ho idee anche di tipo puramente visivo, ma non sono molto bravo a dipingere, con il mouse ed un semplice programma grafico riesco spesso a riversarle fuori dalla testa.

 

C.B.: Una cosa mi ha incuriosita molto: è vero che all’interno del romanzo c’è un “cameo”? Un po’ come faceva Alfred Hitchcock nei suoi film.

Antonio Magrì: Sì. Ma non è autoreferenziale. Si tratta di una scena in cui appare il mio carissimo collega giornalista Rodolfo Amodeo. Quindi, di una persona vera, reale, al pari di quelle i cui nomi sono puntati, ma che grazie ad internet non dovrebbe essere difficile individuare. Sono tutti piccoli stratagemmi che inseriti all’interno di una storia al limite del possibile dovrebbero funzionare. Non avrebbe avuto senso per me inserire dei riferimenti a persone e figure reali in un contesto in gran parte verosimile, e soprattutto non impossibile, con nomi di fantasia. Quando si è degli emergenti, secondo me, sia per motivi di natura terapeutica che economico-produttiva, bisogna rischiare qualcosa in più, fare sì che un nemico vero si riconosca in un personaggio della finzione, anziché renderlo irriconoscibile.

 

C.B.: Quali progetti hai per il futuro? “Scrivere uccide” avrà un sequel?

Antonio Magrì: A luglio ho cominciato a spedire ad alcuni editori un romanzo dal titolo provvisorio “La strage dell’Etna”. Prima l’ho fatto leggere a qualcuno, ottenendone un riscontro positivo. In realtà, quest’ultima storia l’avrei dovuta scrivere dopo il sequel di “Scrivere uccide”, che è nato prima. Trattandosi, però, in quest’ultimo caso, di un seguito il cui sviluppo dovrebbe portarmi a comporre un autentico romanzo storico, e volendo “sfondare”, ossia cominciare a guadagnare qualcosa di concreto, mi sono preso il tempo che ho ritenuto mi occorresse ed ho fatto ricerche storiche. Adesso, però, dopo un anno, credo che possa finalmente iniziare la sua stesura.

 

C.B.: A chi dedichi i tuoi successi, Antonio?

Antonio Magrì: Fino ad oggi ho dedicato i miei libri – proprio per iscritto – a mia moglie, ai miei genitori ed a mio nipote. “Scrivere uccide”, invece, non l’ho dedicato a nessuno, perché, come libro nel libro, non si prestava. Ma colgo volentieri l’occasione per dedicarlo agli ultimi, agli indifesi e ai malati. Per quanto ciò possa per loro valere, prego con tutto me stesso affinché trovino un riscatto e la pace nei loro cuori.

 

C.B.: Ti ringraziamo molto per essere stato con noi, anche per questo tuo pensiero finale. In bocca al lupo per tutto e speriamo di risentirci presto, magari in occasione della tua prossima opera.

 

Written by Cristina Biolcati

 

 

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