“Il Giardino come passaggio culturale” #7: I fiori nell’arte

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“Vincent Van Gogh (Paesi Bassi, 1853 – 1890) nei suoi celebri “Girasoli” utilizzò pennellate ruvide e colori sgargianti per esprimere emozioni profonde, rendendo i fiori protagonisti assoluti delle sue opere. I suoi girasoli non sono mai semplicemente gialli, sono soli terrestri, carichi di vitalità e follia. Sono autoritratti segreti. Scriveva al fratello Theo: “i girasoli sono miei.”[1] ‒ dal capitolo “I fiori nell’arte”

Il Giardino come passaggio culturale 7 Giovanna Fracassi I fiori nell'arte
Il Giardino come passaggio culturale 7 Giovanna Fracassi I fiori nell’arte

Pubblicato a marzo 2026, “Il Giardino come passaggio culturale” di Giovanna Fracassi nasce con l’intenzione profonda di omaggiare la nascente stagione primaverile, quel momento magico in cui il verde si rinnova e rivela agli occhi dell’uomo il ciclo eterno e misterioso della rinascita. Il giardino, in queste pagine, cessa di essere un semplice spazio fisico per trasformarsi in un luogo dell’anima, un palcoscenico in cui la terra dialoga con la storia e il pensiero umano.

È lo stesso sottotitolo dell’opera – “Intreccio di voci poetiche, filosofiche e narrative” – a svelare la vera essenza del progetto dell’autrice. Giovanna Fracassi tesse una trama finissima in cui la purezza della poesia, la concretezza della prosa ed il rigore della filosofia si fondono in un unico dialogo corale. In questo suggestivo spartito letterario, il canto della natura si manifesta in tutta la sua sconvolgente bellezza, offrendo una chiave di lettura per riscoprire il nostro legame ancestrale con il mondo biologico e culturale che ci circonda.

Gli stessi capitoli del saggio evidenziano l’esigenza di raccontare il “giardino” nel suo rapporto con il “tempo” e lo “spazio”: Il giardino abbandonato; Il significato del giardino in una prospettiva filosofica; Il giardino insegna; Giardinaggio e letteratura; Filosofe e scrittrici in giardino; Poesia e giardino; I fiori nell’arte; I fiori nella canzone italiana; I fiori nelle fiabe; Le leggende dei fiori; La psiche oggettiva.

“Mia madre coltivava i fiori con la stessa cura, la stessa pazienza, lo stesso amore silenzioso che si offre alle cose più preziose. Questo libro nasce tra i petali del suo giardino che era un vero spettacolo in ogni stagione dell’anno: d’estate brulicava di colori accesi e profumi intensi, d’autunno si velava di toni caldi e nostalgici, d’inverno mostrava la sua forza nascosta sotto la brina e la neve e in primavera esplodeva come un canto di rinascita. Amavo trascorrere lì intere giornate, tra i sentieri di pietra e i piccoli angoli che lei sapeva rendere unici con le sue composizioni floreali. La osservavo incantata mentre mi spiegava, con una pazienza che non ho mai più ritrovato in nessun altro, le caratteristiche delle specie, le cure necessarie, i segreti tramandati di generazione in generazione. Mi narrava le leggende, quelle storie meravigliose che aveva raccolto con dedizione in anni di letture e ricerche e che trasformavano ogni fiore in un messaggero antico, carico di significato e mistero. Mia madre non era solo una giardiniera appassionata ma un’artista dell’armonia. Ogni angolo della sua casa raccontava qualcosa di lei attraverso i fiori: c’erano vasi sui davanzali, piccoli bouquet nei punti più suggestivi dei terrazzi, mazzolini freschi nei vasi di cristallo in ogni stanza, perfino in cucina, così che ogni ambiente aveva il suo angolino di bellezza. E poi c’erano i suoi ricami: fiori cuciti con fili colorati su tovaglie, cuscini, lenzuola, asciugamani. I suoi centrini, splendidi ricami d’altri tempi, decorano ancora oggi la mia casa e mi parlano di lei.”[2] ‒ da Premessa

Per presentare “Il Giardino come passaggio culturale” al pubblico dei lettori in modo un po’ diverso, si è pensato di omaggiarlo con una rubrica tematica nella quale l’autrice, Giovanna Fracassi, dialoga e sviluppa, per ogni capitolo, una specifica tematica. La prima puntata della rubrica “Il giardino abbandonato” è stata pubblicata ad aprile; la seconda “Il significato del giardino in una prospettiva filosofica” è stata pubblicata a maggio; la terza “Il Giardino insegna” è stata a giugno; la quarta “Giardinaggio e letteratura” è stata a luglio; la quinta “Filosofe e scrittrici in giardino” è stata ad agosto; la sesta “Poesia e Giardino” a settembre. Oggi vi presentiamo la settima puntata avente come titolo “I fiori nell’arte”.

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Estratto da “Il Giardino come passaggio culturale”, capitolo 7 “I fiori nell’arte”

“La rappresentazione di giardini e fiori nell’arte ha attraversato epoche e stili, assumendo significati simbolici, decorativi e spirituali.

Nel tardo Medioevo e nel primo Rinascimento, i fiori erano spesso carichi di significati religiosi. Ad esempio, i gigli bianchi simboleggiavano la purezza e venivano associati alla Vergine Maria e a San Giuseppe. Nell’iconografia cristiana, San Giuseppe è spesso raffigurato con un bastone fiorito di gigli, simboli di fede, speranza e carità. Lo stile millefleur (dal francese “mille fiori”) era caratterizzato da fondali ricchi di piccoli fiori e piante, spesso su sfondo verde. Questo stile era prevalente negli arazzi europei tra il 1400 e il 1550, con esempi celebri come “La Dama e l’Unicorno”.

Caravaggio (1571 – 1616), nella sua “Canestra di frutta” (1599), inserisce fiori accanto alla frutta in un realismo che non concede nulla al decoro. Il fiore è già semi-appassito, colto nel suo decadere. Lì è vanitas, memento mori, riflessione sul tempo che tutto consuma.

In Jan Brueghel il Vecchio (Belgio, 1568 – 1625) che meritò i soprannomi di Brueghel dei velluti, dei fiori e del paradiso per via dei suoi soggetti preferiti e a causa dei toni vellutati dei suoi colori, l’arte floreale diviene enciclopedia visiva del mondo botanico. Ogni petalo è precisione e meraviglia: un atto di lode alla creazione divina e al sapere umano.”[3]

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A.M.: Nella prima puntata della rubrica “Il giardino abbandonato” abbiamo trattato del concetto del luogo natìo, nella seconda della tematica della cura, con una sintesi filosofica dalla Grecia antica alla contemporaneità, nella terza dell’immagine del puer, nella quarta del rapporto tra il tempo ed il giardino, nella quinta del rapporto tra il cuore femminile e la cura del verde, nella sesta la poesia come celebrazione estatica del mondo naturale. In questo settimo capitolo “I fiori nell’arte” scrivi “ciò che fiorisce insegna il ritmo giusto per vivere”. Pensi che l’arte floreale, superando il vecchio pregiudizio di essere un “genere minore”, possa diventare oggi una forma di ecologia dell’anima, capace di restituirci quel tempo e quell’attenzione che stiamo perdendo?

Giovanna Fracassi: Ti ringrazio per questa coinvolgente domanda e, per risponderti in breve, ti dico subito: sì, ne sono assolutamente convinta. Ed ora proverò a spiegare il perché della mia convinzione.

Il pregiudizio che per secoli ha etichettato la pittura floreale come un “genere minore” – una sorta di passatempo decorativo od un esercizio di stile relegato spesso alle mani delle donne – ha paradossalmente protetto uno spazio di libertà e di introspezione immenso. Quando affermo che “ciò che fiorisce insegna il ritmo giusto per vivere”, intendo proprio questo: il fiore non ha fretta, segue una ciclicità sacra che non risponde alle logiche della produttività frenetica a cui siamo sottoposti oggi.

L’arte floreale diventa quindi una vera e propria ecologia dell’anima perché ci impone un cambio di passo. Dipingere un fiore, così come osservarlo appeso a una tela, richiede un tempo “offerto”, un atto di resistenza contro la distrazione di massa. Nella pittura femminile, in particolare, il fiore si fa spazio intimo, autoritratto sottile, ascolto del proprio corpo e del proprio vissuto; in quella maschile si apre alla meraviglia, al simbolo, persino all’ossessione del tempo che passa.

Superare quel vecchio pregiudizio significa comprendere che il fiore racconta e non è solo un oggetto decorativo. Nell’epoca nella quale viviamo ‒ frammentata e digitalizzata ‒ ritrovare lo sguardo dei pittori e delle pittrici sul mondo floreale significa rieducarci all’ascolto di ciò che è fragile, transitorio eppure eterno. L’arte ci restituisce quel mistero della bellezza che sfiorisce e si rinnova, ricordandoci che anche noi, per vivere autenticamente, abbiamo bisogno di ritrovare le nostre radici e rispettare le nostre stagioni.

Nel capitolo “I fiori nell’arte” ho citato solo alcuni tra i pittori e le pittrici che mi hanno insegnato, tramite le loro opere, l’attitudine verso l’attenzione pura: Caravaggio, Jan Brueghel il Vecchio, Claude Monet, Vincent van Gogh, Gustav Klimt, René Magritte, Salvador Dalì, Andy Warhol, Georgia O’Keeffe, Rachel Ruysch, Frida Kahlo, Berthe Morisot, Emily Carr, Livia Marín e Cig Harvey. In questa foresta di sguardi, la tela si trasforma, per riprendere una suggestione baudelairiana, in un vero e proprio tempio dalle colonne vive, dove ogni petalo impresso dal pennello sussurra una confusa ma elevata verità. Ed è proprio qui che si consuma il superamento definitivo di quel vecchio ed ingiusto pregiudizio che per secoli ha voluto relegare la pittura floreale a un “genere minore”.

Vorrei ripetere il concetto: il fiore nell’arte vuole raccontare. Diventa, nella sua apparente fragilità, un atto di fiera resistenza contro la distrazione di massa e la frenesia del tempo misurabile – quel Chronos implacabile che logora i nostri giorni. Osservare queste opere significa compiere un’esperienza mistica e mitica per imparare ancora una volta il ritmo lento della natura.

Giovanna Fracassi citazioni I fiori nell'arte
Giovanna Fracassi citazioni I fiori nell’arte

Se nella pittura femminile il fiore è spesso esperienza intima, rifugio e autoritratto sottile, l’arte maschile ne ha fatto oggetto di visione, simbolo, meraviglia. Ma con accenti diversi: a volte religiosi, a volte sensuali, a volte scientifici, talvolta ossessivi. Anche nei pennelli degli uomini, il fiore diventa linguaggio, meditazione, segno. La pittura floreale non è esclusiva di un genere ma nei diversi sguardi cambiano le intenzioni, le profondità, le attese. Nell’arte maschile, il fiore è spesso parte di una struttura simbolica più ampia: allegoria religiosa, riflessione sul tempo, desiderio erotico, stupore scientifico. Nella pittura femminile invece, il fiore tende a diventare esperienza incarnata, linguaggio del quotidiano, ascolto della ciclicità. Entrambi gli sguardi si completano, si sfidano, si sovrappongono. Nel grande giardino dell’arte, maschile e femminile non sono opposizione ma dialogo. Un giardino, in fondo, è sempre fatto di diversità che convivono. Così anche i fiori, che siano dipinti da mani femminili o maschili, ci restituiscono in forma visibile il mistero della bellezza che sfiorisce e si rinnova.

In chiusura ed in soli due versi, vorrei donarvi una folgorazione lirica sospesa tra erotismo, urgenza esistenziale e sacralità: “coglimi/ come ultima rosa della notte”. L’imperativo iniziale ‒ “coglimi” ‒ è un’invocazione assoluta all’essere riconosciuti, guardati e strappati all’oblio. Cogliere, in questo spazio poetico, equivale a salvare. L’immagine della “ultima rosa della notte” ci sposta fuori dal tempo lineare dell’orologio. La rosa non è colta al mattino, nel pieno del suo splendore convenzionale, ma sul confine dell’oscurità. Questo fiore notturno diventa così il simbolo di una bellezza estrema, crepuscolare e resistente, che fiorisce proprio laddove tutto sembra spegnersi.

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Anticipazione: l’ottava puntata della speciale rubrica “Il Giardino come passaggio culturale” avrà come titolo: “I fiori nella canzone italiana”.

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Poesia “Coglimi” tratta da “Il respiro del tempo”

“Questo respiro immenso/ che inutilmente si dissolve/ come il discreto mormorio/ delle ultime luci/ su questo prato/ di nebbia argentea// si fa porcellana/ la luna stasera/ e sono fantasmi/ di marmo candido/ le statue/ nascoste tra i cunei verdi// cercami/ tra le linee ombreggiate/ sui sentieri segnati/ dal vento di stelle// mi troverai/ goccia trasparente/ vapore di pace// coglimi/ come ultima rosa della notte/ come ultima ora perlacea/ di questo respiro immenso/ che inutilmente si dissolve/ nel pallore della tua mano.”[4] ‒ “Coglimi”

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Filastrocca dell’Autunno tratta da “Le Filastrocche del Regno della Fantasia”

“Fra le rugiadose ragnatele,/ dove regna un’infinita babele,/ fra le casse di idromele/ di quel panciuto dello zio Samuele,/ la famiglia dei Rosicchiafiele/ corre corre senza lamentele// ma il piccolo Timidino,/ fra tutti è il più gracile topolino,/ d’ogni cosa ha gran timore:/ delle grosse more/ come del pupazzo di un alligatore.// S’aggira tutto intorno con passo senza ardore,/ strozzato dal batticuore,/ le zampette son gelatina di melassa,/ paion rotelle senza molle e senza glassa/ e la colazione con lattemiele,/ di quella esperta di mamma Adele,/ non è buona neppure per fare le candele.// Timidino è così triste/ che finisce fra le bariste,/ ma quelle femministe/ si metton a gridare come calliste.// Allora il povero Timidino/ raccoglie lesto il suo codino/ e si rifugia nel suo angolino,/ deciso a farsi un bel pisolino:/ nel sonno arriverà Merlino/ che di sicuro lo trasformerà in un bel leoncino!”[5] ‒ “Timidino”

 

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Sito Giovanna Fracassi
Scheda autrice
Recensioni ed interviste su e di Giovanna Fracassi
Leggi la Prefazione di Lucia Olime
Leggi le Filastrocche dell’Autunno

 

Note

[1] Giovanna Fracassi, Il Giardino come passaggio culturale, Rupe Mutevole Edizioni, 2026, p. 171
[2] Ibidem, p. 19
[3] Ibidem, p. 170
[4] Giovanna Fracassi, Il respiro del tempo, Kubera Edizioni, 2018, pp. 50-51
[5] Giovanna Fracassi, Le Filastrocche del Regno della Fantasia, Rupe Mutevole Edizioni, 2024, pp. 60-61

 

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