“Specie di spazi” di Georges Perec: vivere è passare da uno spazio all’altro?
La memoria è fatta di oblio, disse quel dì Jorge Luis Borges a Riccardo Garbetta, il quale mi aveva appena donato Con Borges di Alberto Manguel. Pensa te: mentre gli diceva quelle parole Jorge teneva tra le proprie mani, quelle di Riccardo. E io aleggiavo intorno ai loro spazi, tant’anni dopo.

“Conservo una memoria eccezionale, penso perfino abbastanza prodigiosa…” – scrive a pagina 29 di Specie di spazi il quasi indescrivibile Georges Perec. Con Riccardo ho spesso condiviso degli spazi, non solo casalinghi. Con Jorge e con Georges non ancora. Sento che è la memoria che conserva noi. Secondo il fisico Frank J. Tipler è possibile concepire una macchina divina in grado di… No, ti prego, mio frastornato me stesso, non ripetere quella assurda metafora, adornata di formule scientifiche! Lessi anni fa La fisica dell’immortalità… Chi vuole sapere, sorseggi quel saggio, o sfogli il mio ciarpame, che la cito a ogni fotone sospinto… Che il mio sia un vago sognare? Non credo sia vietato. Vuoi che citi l’ipotesi descritta da Hilary Putnam in Ragione, verità e storia? A che servirebbe? E anche qui basta scorrere le mie consuete piolate.
Qui è d’uopo, non dopo, ora!, citare principalmente quelle di Georges, pensando un po’ a Jorge, l’acuto ipovedente!
Sono giunto da poco a pagina 57 de Specie di spazi. Lo sto leggendo da una vita e mezzo. Ne leggo tre pagine al dì e mi bastano. Ne lessi di più la mattina che ero andato a prelevare un pacco alle poste, nell’attesa. Raramente ho letto un libro che più m’ha indotto a sottolineare delle parole. Fortuna che è corto! 11-12-17-19-20-21-23-24-25-26-29-30-31-33-34-37-38-42-43-44-46-47-48-49-50-51-57: sono i paletti da me infilati nello spazio di lettura detto Specie di spazi di Perec.
A pagina 11, ove regredisco, ha luogo il Big Bang del Kósmo perechiano: “L’oggetto di questo libro non è esattamente il vuoto, sarebbe piuttosto quello che vi è intorno, o dentro.” – dopodiché Georges rimanda alla Figura 1, di cui taccio. Chissà se quel formidabile cervello s’è mai occupato di quantistica, ma (avversativa) non mi pare banale il quesito: cos’è mai (e sempre) lo spazio? Un corridoio in sé, o un groviglio di particelle virtuali che non esistono? Noi sappiamo che quello di casa è un composto di piastrelle, mobiletti, eventuali archi di cemento, un termosifone etc, che insieme lo determinano, ché non esiste un corridoio di per sé, se non grazie a tale materia, vittima dell’entropia, al pari di noi. Quello “spazio” è non è? This is the problem! Esiste un libro di riferimento che sia abbordabile da chi è interessato a capire ma non è, per ora, e dopotutto ho meno di 70 anni e tutto può ancora accadere, non è, dicevo, un fisico laureato? E, se Georges sa (specie ora che si trova Colà) che lo spazio, come dicono, ma beato chi ne è davvero consapevole!, non è, uffa!, soggetto agli effetti spazio-temporali della luce, bensì un vano in cui scorre tutto quel che, inevitabilmente, li patisce e, grazie a loro, immagina d’esistere (e forse ci azzecca anche). La differenza principale (e ce ne sono migliaia) fra Georges e me è che io dico la parolina: ecc, dopo ogni più breve elenco. Lui registra tutti i ridondanti elementi che ha in mente in quel momento. E conclude la sua azione con un punto. Poi passa al prodromo del prossimo inventario. Di Georges Perec ce n’è uno solo. Due si intaserebbe a vicenda.
Perché, a pagina 12: “Non c’è uno spazio…” – ma “… c’è un mucchio di pezzetti di spazio…” – diverse individualità, ognuna con la frenesia di esistere – “… per ogni uso e per ogni funzione…”. Pagina 17: a piè di pagina, con caratteri minuscoli, è scritto: “Mi piacciono molto le note a piè di pagina, anche se non ho niente di particolare da precisare.” – io le sopporto, le utilizzo, non le ignoro, anche se, dentro di me, le prendo a calci.
Pagina 19: penso a quel mimo di Carmelo Bene che, sbraitando, distingue atto da azione. Sono mere parole e, in ogni parola, è covato il suo senso: “Et coetera”.
Pagina 23: “il letto…” – il testo testé testato – “… è uno spazio rettangolare più lungo che largo, nel quale, o sul quale, ci si stende nel senso della lunghezza…” – in una sorta di coito?: “… il nostro letto…” – “mi piace stare steso sul mio letto e guardare placidamente il soffitto” – il letto a letto viene assunto nella sua essenza: in quell’attimo non esisti se non leggendo (il mondo) a letto. Non conosco il francese. Non ho l’edizione originale. Ignorerò, temo, per sempre se vi è l’analogo gioco di parole. Ce n’è sicuramente uno. Quale? Sto a letto, mentre ci penso. Sto sul sofà mentre scrivo. Il sofà si può aprire (essendo un divano letto). Lo lascio chiuso da 30 anni. È solo un sofà, ora.
Pagina 20: un “non credo”, due “forse” e un “non penso”.
Pagina 23: “Ma è evidentemente dai ricordi risorti da queste camere effimere che aspetto le più grandi rivelazioni.” – restando a letto. Stando sul sofà decido: quello sì, quello no. Ogni riporto è una mazzata. Ogni rinuncia è una speranza.
Pagina 24 de Specie di spazi: conto e dimentico 10 “?”. Colgo però questo: “Chiunque possiede un gatto vi dirà a ragione che i gatti abitano le case molto meglio degli uomini.” – senza versare semestralmente la tassa di proprietà – “Il tempo che passa (la mia Storia) deposita residui che si accumulano:…” – segue un elenco, stranamente, assurdamente. Casso la spiegazione. Riporto che “Insomma, una stanza è uno spazio abbastanza malleabile.” – m’accontento.
La nota di pagina 38 è: “Ecco la frase più bella del libro!” – la lasciò lì, zufolando.
Pagina 42: “… Il linguaggio stesso, mi sembra, si è rivelato inadatto a…” – mi pare sia a pagina 42. e poi continua: “Uno spazio senza funzione.” – l’ideale per creare. Che, infatti: “non sarebbe servito a nulla” – chi crea non serve che a sé. E, agli altri, se accettano. Non accettato, l’artista nuore solo.
Pagina 43: “Come pensare il nulla senza mettere automaticamente qualcosa intorno…” – che circondi il nulla? Delle particelle virtuali che attivino il tutto? Un elenco lungo fra pagina 45 e 46 mi fa sorgere un dubbio: siamo certi che non vi sia almeno una ripetizione? Sono certo di non esserlo.
Un’opposizione: “… da un lato…” – ci sono io, il vergine; “dall’altro” – c’è “il mondo”, l’im-mondo.
La casa di Frank Lloyd Wright narrata a pagina 48 la visiterò, in un’altra vita. Ora ho da fare. Pagina 49: “Niente è più bello…” – e “Niente è più brutto…” – niente è più.
Pagina 50: “I quadri cancellano i muri.” – non è una buona notizia.
Pagina 51 de Specie di spazi: citati due libri, entrambi letti. Uno è Gengji monogatari emaki – l’altro è il tuo capolavoro condominiale, Georges. L’ultimo romanzo della Storia? E quale Storia sarebbe?
Pagina 57: “L’allineamento parallelo di due palazzi determina ciò che si chiama strada…” – semplice, no?
Pagina 66: “… scrivo la data, a volte il luogo, a volte l’ora, faccio finta di scrivere una lettera scrivo lentamente, molto lentamente, il più lentamente possibile traccio, disegno ogni lettera, ogni…” – mia pausa, continuo – “… accento, verifico ogni segno di punteggiatura…” – aggiungi tu, mon ami. Troppo non ami, mon ami, un po’ sì, abbastanza le virgole, allorché essenziali. Qui ne hai messe tante. Altrove sono o-messe.
Pagina 68: “…mi sono fatto accompagnare da un(a) amico(a) fotografo(a) che, o liberamente, o seguendo le mie indicazioni…” – qui ne hai lanciata una in più – il quale “… ha fatto delle foto che ho allora infilato, senza guardarle (eccetto una sola) nelle buste corrispondenti…”
Pagina 69: “Ha veramente qualcosa d’amorfo, un quartiere…” – obietto, Vostro Onore: ha un’illusione di forma, come te, come me, come sé, come se. È, per te: “… la parte della città in cui non ci si deve recare, poiché per l’appunto non vi si è già.” – manca un abitualmente. Per quanto ogni scritto sia un elenco di parole, sarà sempre magicamente incompleto. Come qualsiasi teoria umana, diceva Kurt Gödel. Il quartiere di tutti i quartieri che non contengono se stessi appartiene a se stesso se e solo se non vi appartiene. La qual cosa vale per l’anima tua, grazie alla rivisitazione del paradosso di Bertrand Russell.
Nella pagina 68 de Specie di spazi scrivesti pure della “traccia di un triplice invecchiamento: quello dei luoghi stessi, quello dei miei ricordi e quello della mia scrittura.” – e ora della mia. E scrivi, ancora: “Sembra che si evidente, ma serve sempre precisare che…” – etimo di precisare: praecidere, sfrondare, recidere, re-caedere. Scrivere emoziona, precisare (e correggere) turba, recide.
Pagina 71: “Perché non privilegiare la dispersione?” – perché l’entropia pare e forse è una legge di cui non ci si può privare. Non esiste alcun Eletto che non sia da essa condannato o salvato per l’eternità: non solo, ma insieme agli altri desaparecidos.
Pagina 73: 2°capoverso: “Innanzitutto, fare l’inventario di quanto si vede. Elencare ciò di cui si è sicuri.” – obietto di nuovo, Vostro Onore. L’unica cosa certa non è la morte, ma che, se c’è, ci si arriva da vivi. E, mentre lo dico, già ho dei dubbi. Dubito ergo sum. Sento che, mentre scrivo o leggo, una parte di me, tu, Georges, diresti un quartiere, respira, un altro picchietta sul petto, un altro scorre, un altro assimila, un altro evacua, eccetera. Tu ne elencheresti 19, di azioni. Anche ora obietto. Un solo essere ora scrive.
Pagina 74: “Ricordarsi che tutto quello che porta il nome di fauborg si trovava fuori porta…”
Pagina 76: “Mi piace la mia città, ma non saprei dire esattamente che cosa mi piace.” – a me danno da fare, nel bene e nel male, i ricordi. Senza di loro, mi scorderei di me stesso.
Pagina 77: “Si vorrebbe passeggiare, andare a zonzo, ma non si osa: non si sa andare alla deriva, si ha paura di perdersi.” – chi narra è in-cosciente. Anche chi narra colui che narra. Ancora: “Due giorni possono bastare per cominciare ad ambientarsi.” – o un’intera vita?
Pagina 77: “… non si sa andare alla deriva, si ha paura di perdersi…” – non ho il senso della direzione che aveva papà, che non si perdeva mai, anche se era la prima volta che si trovava lì, dove io mi sarei guardato avanti e indietro, con sgomento. Seguivo lui, che era la mia bussola consanguinea. Mentre cammino, penso a cosa ho letto, a cosa scriverò. Non ho tempo per le indicazioni stradali. Peccato. Ancora: “Due giorni possono bastare per cominciare ad ambientarsi.” – con Chronic City di Jonatham Lethem ci misi una settimana, poi iniziai a riconoscere le viuzze, i dossi, i cippi stradali. Con Il principe delle maree di Pat Conroy mi sentii (quasi) immediatamente a casa mia mentre ero a casa sua.

Parli a pagina 87 delle frontiere, ove “il pane non ha più la stessa forma” – si era a Matera, ove si comprò del pane; poco prima si era stati ad Altamura: ove si fu comprato del pane. Li si porteranno entrambi a Pixuntum, patria del pane cafone (che in genere dura una settimana). Li si fece assaggiare entrambi. Ognuno espresse il proprio parere filologico. Entrambi i pani piacquero, con diverse tonalità di gradimento. Se nessuno dei due pani fosse piaciuto, c’erano pronti i cracker. Non servirono.
Pagina 91: catartico è il “ritrovamento di un senso, come la percezione di una scrittura terrestre, d’una geografia di cui abbiamo dimenticato di essere gli autori.” – leggere è riscrivere se stessi con altrui parole.
Pagina 97: “lo spazio è ciò che arresta lo sguardo, ciò su cui inciampa la vista.” – l’anima che, poverella, balbetta.
Pagina 110: “Vorrei che esistessero luoghi stabili” – ci sono, sotto terra, dalla parte delle radici. Se l’unico autore buono è quello morto, voglio rimandare la scrittura.
Pagina 111: “Scrivere: cercare meticolosamente di trattenere qualcosa” – cioè: “… strappare qualche briciola al vuoto che si scava…” – in cui la cosmica virtualità diventa materica: “Parigi, 1973- 1974”.
Scrivo principalmente per me, per l’Autore che ho dinanzi a me. E, nel frattempo, probabilmente, per gli eventuali altri. Chiamalo, se vuoi, entanglement. Spostati, per favore. Fammi un po’ di spazio.
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
Georges Perec, Specie di spazi, Boringhieri, 1999
