“La solitudine del satiro” di Ennio Flaiano: oggi il cretino è pieno di idee
A pagina 47, morto che sbraita e i suoi motivi ce li ha!, di “La solitudine del satiro”, Ennio Flaiano parla della trasformazione de “i fratelli della Pace, gli allevatori di colombe” etc etc in “aguzzini!”. È quel che capita a qualche progenie di “Sommersi e salvati”, che ora vorrebbe sommergere il diritto alla salvezza altrui. Si badi che l’espressione qualche progenie non significa un popolo nella sua globalità, bensì un branco d’individui che, giunto al potere, tende a scordare d’essere umano.

Torno 47 passi indietro in “La solitudine del satiro”. Cosa m’ha spinto a leggere il libro più flaianesco (ex agero!) che Flaiano abbia mai scritto? Era lì, di fronte a me e ogni tanto mi gettava il suo satirico sguardo! Uno dei misteri più insondabili dell’arte è come può essere che una persona saggia e, quando serve, ironica come Gino Ruozzi abbia eletto Ennio Flaiano come uno degli autori della sua vita. Ok, c’è anche Alessandro Manzoni, lo so. E ci sta: quel milanese, come Gino, ha uno sguardo amichevole. E ci sta pure, però, anche Ennio, il pescarese, che è tipo Groucho (sia il noto attore che il domestico di Dylan Dog): è un umano per nulla cattivo ma che non pare in grado di fissarti senza ironia. Ma solo quando lo fissi anche tu. È il suo modo di comunicare. Da solo non ti viene mica a scocciare, né Ennio né Groucho. A meno che non servi al suo discorso… Groucho spara grouchate, Flaiano flaianate e io, nel mio piccolo, piolate. Aldo Turnu, musicista sardo, spara turnate. Orbene, che io sappia, né Groucho (cui Ennio davvero somiglia), né Ennio stesso, né Aldo, né il sottoscritto ha mai desiderato di far del male a delle persone. Mi correggo: se lo desidera subito trattiene la cattiveria, liberando l’eirōneía (εἰρωνεία) – dissimulante, la finzione del narratore che, mentre inventa sembra dire: lo sai o no che scherzo!, e che, in fondo, nell’imo degli imi, sono serio! Non riporto l’etimo di satiro… Ok, lo faccio: pare che abbia un’origine fallica, come quel dito medio che s’erge beffardo, o quel pollice che s’inserisce fra indice e medio: in tal caso è fare le fiche (appunto). Di una persona che sa tutto lui, in Campania si dice: lo tene sol’isso!: ce l’ha solo lui, l’organetto. L’ironico finge di far credere d’averlo solo lui, il diritto a dire le cose. È conscio che ogni lettore, non dico geniale, ma almeno onesto intellettualmente, è in grado di capire che sta scherzando e che confida in lui.
“Dopotutto il nulla è il segno migliore. Dal nulla non nasce un commediografo ma un poeta sì.” – arduo da comprendere, come lo è l’opera di Jiddu Krishnamurti, che invoca (per te, per sé) La libertà dal conosciuto, come la tabula rasa di John Locke. Il poeta non s’attacca alla realtà: finge di non farlo. E poi la ricrea (e anche allora finge). Non credo in toto ai pensieri espressi da Ennio, però ciascuno di loro m’induce a pensare.
Leggo in “La solitudine del satiro”: “Cambio di umore e di idea seguendo il corso del sole.” – come io muto attività. Sono le 6 ed è giugno. Troppo astro è sbucato dal balcone. A domani. O a stasera, mo’ vedo, anche perché, dice Ennio: “La mattina odio la società, la sera l’amo.” – e poi penso: essa esiste in teoria. In pratica è un insieme di umani, alive and kicking. Se tu guardi Ennio, se tu guardi Groucho, rinvieni un gemello da cui fosti separato alla nascita. I due non sanno restare indifferenti alla tua sorte, né alla propria. E lo stress li attanaglia. E devono reagire, per non mo… per non vivere, definitivamente, Altrove.
Come ti capisco, caro, quando scrivi: “Da giovane odiavo ogni regola, adesso tento di impormene una o due.” – io sono arrivato a tre e mezza. Da ragazzo lessi Eros e civiltà di Herbert Marcuse, che m’insegnò a inseguire il mio Dio. Che poi trascurai per circa quarant’anni, allorché mi serrai in un convento parastatale. Gli ideali sono belli, ma la realtà ti serra fra le cosce. Tu narri delle storie che è arduo esaminare quanto siano accadute, quanto siano realisticamente narrate: un po’ come quell’Egli narrante de “Casa desolata” di Charles Dickens che si mischia con l’io di Esther. Ogni scrittura degna di nota è un ammesca francesca, un miscuglio caotico da cui non si esce mai né vivi né morti, ma… un po’ provati, ecco, è il termine clinico corretto.
Questa edizione de “La solitudine del satiro” “riproduce quella allestita…” – leggo nell’esergo – “… da Maria Corti e Anna Longoni in E. Flaiano, Opere. Scritti postumi, Bompiani, Milano, 1988.” – che dirvi, care studiose, se non grazie! Ho colto un paio di ripetizioni ma non posso che esservene grato: repetita juvant noi poveri allocchi. Il leggere di nuovo quei pensieri flaianeschi m’ha donato la gioia di una pur illusoria resurrezione dell’autore, che tanto avrei voluto abbracciare. Scusate se divago, ma è Ennio che mi costringe a farlo, per il mio bene, ovvio.
Leggo quella “favola arguta” intitolata “I ladri”. È paradossale quanto basta e spinge la tua doxa al di là della realtà, per fartela comprendere. Il paradosso è l’asta con cui Renato Dionisi riesce ad andar oltre la sbarra orizzontale. Quando poi ricade altrove, si ritrova più o meno al punto di prima, però può dire d’aver avuto l’illuminazione!
Ennio, scrivi: “Forse non è una favola arguta. O forse non è nemmeno una favola.” – la quale, una volta scritta, diventa una Storia da esaminare con la lente d’ingrandimento.
E se ti va torniamo a quel Jiddu: “Leggere è niente. Il difficile è dimenticare ciò che si è letto.” – e qui hai sparato due flaianate: leggere è tanto e poco al contempo. E pesa come poche attività umane. Ti trovi costretto (da chi?) a leggere i tre volumi di Casa desolata di Charles e, al contempo, Re Lear di William Shakespeare. Willy-Nilly è icastico, il traduttore Gabriele Baldini no. A volte mi sento spiazzato e mi chiedo se ne uscirò vivo. Poi, leggendo uno di quei tre tomoni di Charles, m’immagino alle prese col testo originario nella pagina pari e la traduzione di Silvio Spaventa Filippi (nomen omen?) in quella dispari. E penso: in fondo m’è andata da Dio! Grazie, mio Signore!
“È così che una lingua si evolve, attraverso le varie interpretazioni dei vocaboli, altrimenti Caesar Augusta non diventerebbe mai Saragozza.” – interessante, infilo l’inclito dato nella sacca!
“Poiché, nella sua mitomania, la Folla ormai adora soltanto se stessa. Vuole l’Eroe, ma gli chiede a garanzia un’assoluta mediocrità.” – ecco perché gli attuali despoti ammiccano di frequente davanti alle telecamere. L’unico speranza di salvezza che ci rimane da loro è la fuga. O la rivolta?
Detto alla tua maniera: “L’italiano non è quasi mai semplice e pensa sempre di trovarsi altrove. In città tende a vestirsi come un gentiluomo di campagna.” – un detto campano definisce il furbacchione colui che si veste da scemo per non ì a la uerra.
Leggo: “Se c’è un rovescio di pioggia le cose non cambiano, si apre qualche pigro ombrello.” – che tanto se ne sarebbe voluto restare chiuso in sé, al calduccio. Gli direi: sii te stesso, caro amico, ma senza ex agerare! Sei sempre tu che ti bagni, ma siamo d’accordo su questo? O no?
Mi sta sorgendo una strana emicrania. Non lo so se l’ho davvero o se è una mia illusione. Nel dubbio, ingoio una pillola. Mi sta passando? Lo ignoro, non sapendo manco se l’avevo! Forse sì. Ed è il forse che ci tormenta l’esistenza: forte an sit, per caso sia.
Appunto: il caso della morte di Cardarelli, “a causa di indigestione di gelati”: m’induce ad alzarmi, a recarmi in direzione del frigo, ad aprire la ghiacciaia, a pigliare un ghiacciolo al limone: in reggiano è detto BIF (dal nome di un’azienda sorta nel 1960 a Cavriago, i cui soci erano Braglia, Iori e Fornaciari). Amen! L’emicrania non esiste più manco come ipotesi. Morta una crisi, se ne genera un’altra. Crisi da κρίσις scelta, o da κρίνω, giudice, farina crusca. Non rammento che intendevo con l’appunto. È importante?
Dunque l’emicrania è svanita senza che me ne accorgessi. Ennio, tu ne sai qualcosa di più?
L’ironia in te è antifrasi e mai sarcasmo, non è un mordere la sarx, la carne, il labbro. È un gingillarsi con gli incisivi, non con i canini e i molari. È uno spingere la mandibola alla gola altrui senza mai morderla, se non per finta.
Dice, lui: “Caro signore, io non ho una vocazione narrativa. Scrivo, che è una cosa molto diversa.” – ergo existo. In India, “La rappresentazione del piacere” diventa occasione di meditazione, per cui scrivi: “… non mi meraviglierei se avesse salvato l’anima di qualche turista…” – e se non c’andrò mai sarà per via della solita gnagna che mi piglia (l’ennui de’ noantri arşân tèste quêdri).
Tralascio gli eventuali commenti alla tua disamina di una problematica che oggi è quanto mai cogente. Secondo me c’azzecchi ben al di là della mia capacità di comprensione. Per cui taccio. Dico solo che si tratta di un tuo articolo apparso su: “Europeo, 17 agosto 1967”.
Scrivi: “Per molti il progresso tecnologico è l’installazione del telefono.” – fai un saltino verso il 2026, e poi mi dici… Ma no, non servirà, ché tu sei un profeta: “Un calcolatore scriveva racconti che riunì in volume. Un critico ne affidò la recensione a un altro calcolatore. I conti non tornarono.” – dalle contesse? Ammettilo: hai dato una svelta occhiata a “E poi arrivò Deepseek” di De Mafe Baggis e di Alberto Puliafito!
Qual è la miglior flaianata del volume? Ovviamente questa: “Oggi il cretino è pieno di idee.” – e ‘sto articoletto è zeppo di piolate. A proposito: scopro a pagina 315 perché tu e io ne scriviamo tante di ca… di diversamente genialate. E perché Gino Ruozzi un po’ meno (ne spara tante anche lui, ma con maggior morigeratezza). Tu e io amavamo fare focaccia, etimo da fuga/focaccia. Come dite a Pescara? Fare filone (etimo da filare-filone di pane?). Gino quasi mai, o mai. Lui, anche mentre era presente in classe e rispondeva a tono all’interrogazione del professore, aveva la mente altrove. Mai capito dove. In reggiano focaccia, anticamente, era la patòuna, il castagnaccio. Poi cambiò nome e divenne omofona alla fuga dai doveri scolastici. Sic transit gloria verbi! Ma quante belle focacce/filoni avremmo fatto insieme, Gino, tu e io! Tu e io davanti a ciacolare , e Gino a ridacchiare alle nostre spalle!

Cerchi sui giornali dell’epoca la notizia della tua nascita. Non la trovi. Nessuna foto, nessun breve accenno. Anch’io. Però ebbi una certa fortuna il 26 aprile 1965, allorché venne riportata la notizia del mio incidente stradale occorso mentre mi stavo recando a catechismo, correndo sulle strisce (solo perché prima dello stesso si era soliti a giocare a pallone)! Sbattei strambamente la capa. Tredici giorni prima era sorta a Salerno la consanguinea dei miei due figli… Miracolo!
Ottima la battuta (tua?, o appresa per caso?) di quella ragazza che, interrogata sull’Infinito di Leopardi, risponde “leopardare”: un puro esempio di prosa flaianesca. Il lettore non è mai in condizione di affermare con certezza che quanto tu scrivi sia verità o finzione. Trattasi di un problema scientifico e non religioso, anche se l’eventuale falsificazione o attestazione resterà di là da venire per diversi millenni.
Qui invece ho bisogno di te, Gino, per tradurmi il reperto archeologico: “Come il Borghese gentiluomo di Moliere, che parlando faceva della prosa, da noi lo scrittore sperimentale quando scrive fa della conversazione.” – detto forse con altre parole: non rilegge?.
Ottima la citazione del Vate: che non riporto. Per gli eventuali appassionati, essa è sita a pagina 331.
A pagina 335 di “La solitudine del satiro” ipotizzi delle teorie (bello, eh?) che mi trovano solidale. Anche perché ho letto i saggi di Luigi Iroso (Napoli sfregiata, Lo sgoverno d’Italia). A distanza di tanti anni, che non ha più senso calcolarne il numero, sarebbe giusto scoprire come combattere il malaffare che ne è sorto, più laggiù, ma pure quassù, ove si rubacchia con maggior senso civico.
Sii te stesso, Ennio. Sii te stesso, Stefano. Sii te stesso, Luigi. Ma ogni volta rimembrate: senza mai ex agerare, che è quello che ci frega, vero Gino?
… senza ex agerare nella stessa ex agerazione, che è catartica, ma, come osservò quel ministro, (etimo da minus), fino a un noto sebbene indeterminato punto.
Ops… non riesco a inserire il punto finale dopo quel fatidico punto indeterminato.
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
Ennio Flaiano, La solitudine del satiro, Adelphi, 1996
