“Tubular Bells” di Mike Oldfield: il disco che costruì l’impero della Virgin Records
“In realtà preferisco lavorare da solo, soprattutto per una questione di tempo: ne perdo troppo a dire alle persone cosa voglio che facciano. (…) Forse in futuro imparerò a lavorare con gli altri…” ‒ Mike Oldfield (Intervista a El Mundo, 1992)

Nel 1973 un ragazzo di diciannove anni, timido, introverso e sconosciuto, registrò uno dei dischi più influenti della storia della musica contemporanea. Quel ragazzo era Mike Oldfield, il disco era “Tubular Bells” e nessuno immaginava che quell’album avrebbe superato i quindici milioni di copie vendute, vinto un Grammy, trasformato Richard Branson[1] in uno degli imprenditori più potenti del mondo e dato vita all’intero universo Virgin.
La storia di “Tubular Bells” comincia molto prima dei Manor Studios e molto prima della Virgin Records. Oldfield è cresciuto in un ambiente familiare difficile. Sua madre soffriva di alcolismo e il giovane Mike trascorreva gran parte del tempo isolato, rifugiandosi nella musica come forma di espressione e protezione. Durante l’adolescenza passava intere giornate chiuso nella soffitta di casa a comporre, trasformando ansie e paure in melodie.
Anni dopo avrebbe spiegato il proprio rapporto con la musica con parole che raccontano perfettamente la natura di “Tubular Bells”: “Tutto ciò che voglio esprimere con la mia musica sono i miei sentimenti. Mostrare immagini, paesaggi, amore, odio, furia. Tirare fuori le meravigliose e forti sensazioni che si hanno dentro.”
La sua mente funzionava in maniera particolare. Le prime idee di quello che sarebbe diventato “Tubular Bells” nacquero in un appartamento di Tottenham, a Londra. Oldfield disponeva soltanto di un registratore Bang & Olufsen Beocord da un quarto di pollice preso in prestito da Kevin Ayers. Non era un registratore multitraccia e, teoricamente, non avrebbe permesso di sovrapporre decine di strumenti.
Ma Mike Oldfield decise di modificare la macchina. Bloccò la testina di cancellazione con pezzi di cartone e nastro adesivo, impedendo al registratore di eliminare le parti già incise e consentendogli di aggiungere continuamente nuove registrazioni sopra quelle esistenti. Con quel sistema registrò organi elettrici, basso, chitarre, piccole percussioni e perfino l’aspirapolvere di sua madre, utilizzato nel tentativo di ricreare il bordone continuo tipico delle cornamuse scozzesi.
Quando il produttore Tom Newman ascoltò quel nastro rimase immediatamente colpito dalla forza emotiva della musica.
Nel frattempo Richard Branson stava costruendo la sua nuova avventura imprenditoriale. La Virgin era poco più di un negozio di dischi e di uno studio di registrazione. Non esisteva ancora una vera struttura discografica e quando arrivò il momento di mettere sotto contratto Mike Oldfield emerse un problema imbarazzante, non esisteva alcun contratto da utilizzare!
Richard Branson e Simon Draper risolsero la questione in maniera piuttosto creativa, presero un contratto appartenente alla cantante folk Sandy Denny, cancellarono il suo nome e scrissero quello di Mike Oldfield.
Anche il numero di catalogo del disco, V2001, sarebbe diventato simbolico, quell’ultimo numero uno indicava infatti la prima pubblicazione ufficiale della nuova etichetta Virgin Records.
“Butto giù piccoli frammenti di idee ovunque mi trovi – al pub, guardando la TV o in macchina – e canticchio una melodia 24 ore al giorno, persino nel sonno. Mangio sempre seguendo un ritmo. Il pane tostato è molto ritmico: puoi masticarlo a tempo.” ‒ Mike Oldfield
Quando le registrazioni si trasferirono ai Manor Studios[2], Oldfield aveva appena diciannove anni. Suonò praticamente tutto da solo, chitarre elettriche e acustiche, bassi, organi Hammond, Farfisa e Lowrey, pianoforte, percussioni, mandolini improvvisati e naturalmente le campane tubolari che avrebbero dato il titolo all’opera. In totale si parla di circa venti o venticinque strumenti differenti.
Le sovraincisioni furono qualcosa di straordinario per l’epoca. Attraverso centinaia di overdub (sovraincisioni) e oltre 270 suoni ed effetti diversi, Oldfield costruì una vera orchestra personale.
L’unica chitarra elettrica utilizzata nell’intero album era una Fender Telecaster del 1966 appartenuta in precedenza a Marc Bolan dei T. Rex.[3]
I collaboratori esterni furono pochissimi: Jon Field, fondatore dei Jade Warrior, registrò alcune parti di flauto; Lindsay Cooper suonò il contrabbasso; Steve Broughton suonò la batteria nell’unica sezione dell’album che ne richiedeva la presenza, la celebre parte del “Caveman“; Vivian Stanshall, ex leader della Bonzo Dog Doo-Dah Band, prestò invece la propria voce alla famosa presentazione degli strumenti nella parte finale della prima suite. I cori femminili furono eseguiti da Sally Oldfield[4], sorella di Mike, e da Mundy Ellis, all’epoca compagna di Richard Branson.
Nelle versioni dal vivo o in filmati in studio registrati successivamente dalla BBC, parteciparono molti altri musicisti legati alla scena Virgin, come Mick Taylor dei Rolling Stones, Steve Hillage, e membri dei gruppi Gong, Henry Cow e Soft Machine.
Oldfield registrava frequentemente strumenti con il registratore impostato a metà velocità. Quando il nastro veniva riprodotto normalmente, il suono risultava più acuto, brillante e veloce. Nacquero così le celebri “speed guitars“, strumenti che sembravano mandolini, dulcimer[5] o strumenti folk inesistenti. Utilizzò anche un sistema chiamato “motor drive” per aumentare progressivamente la velocità del registratore e far salire lentamente l’intonazione di alcuni accordi d’organo. In un periodo in cui i sintetizzatori erano ancora rari e costosi, Oldfield costruì le proprie texture elettroniche utilizzando esclusivamente organi Hammond, Farfisa e Lowrey.
Tra gli strumenti più strani utilizzati durante le sessioni c’era la leggendaria Glorfindel Box da cui il nome proveniva da un personaggio del Signore degli Anelli. Il dispositivo era arrivato a Mike tramite il compositore David Bedford, che lo aveva ricevuto da un hippie durante una festa. Tom Newman la descrisse come un pezzo di compensato pieno di componenti elettronici di recupero, transistor economici e manopole montate senza alcun criterio apparente. La scatola era estremamente inaffidabile!
Raramente produceva lo stesso suono due volte e, secondo Newman, il risultato era spesso terribile. Quando però funzionava, trasformava la chitarra in qualcosa di completamente diverso, un suono compresso, distorto e fluido che ricordava sorprendentemente quello delle cornamuse. Per ottenere l’effetto definitivo Oldfield sovrappose numerose tracce registrate sia a velocità normale sia rallentata, costruendo una vera banda di cornamuse artificiali.
Durante le sessioni di registrazione Richard Branson insisteva affinché il disco contenesse dei testi per renderlo più commerciale. Oldfield reagì con sarcasmo: “Volete dei testi? Vi darò dei testi”.
Dopo aver bevuto una quantità considerevole di whisky, si chiuse in studio e iniziò a urlare nel microfono per circa dieci minuti. Le registrazioni furono rallentate e trasformate in qualcosa di profondamente inquietante e animalesco. Nacque così il Piltdown Man! Il nome deriva dalla celebre truffa archeologica dell’Uomo di Piltdown, il falso anello mancante tra uomo e scimmia.
“Tutto ciò che voglio esprimere con la mia musica sono i miei sentimenti. Penso che sia questo lo scopo. Mostrare immagini, paesaggi, amore, odio, furia. Tirare fuori le meravigliose e forti sensazioni che si hanno dentro.” ‒ Mike Oldfield (Intervista a El Mundo, 1992)
La copertina del disco nacque da un episodio molto particolare. Oldfield non era soddisfatto del volume prodotto dai normali battenti utilizzati per le campane tubolari e decise quindi di usare un vero martello da carpentiere… ma le conseguenze furono inevitabili! Le campane si piegarono, si ammaccarono e alcune finirono addirittura per rompersi.
Da quell’incidente nacque l’idea della copertina. Trevor Key costruì una campana cromata piegata su se stessa e la fotografò su una spiaggia inglese creando una delle immagini più celebri della storia del rock. Le campane originali utilizzate nelle registrazioni purtroppo andarono perse.[6]
Prima di quella scelta, Branson aveva proposto una copertina completamente diversa chiamata Breakfast in Bed, un uovo sodo dal quale colava sangue al posto del tuorlo. Oldfield ‒ e meno male! ‒ la rifiutò immediatamente.
La collaborazione con Trevor Key portò anche alla creazione del celebre logo “scrawl” (a scarabocchio) della Virgin, che ancora oggi identifica il marchio in tutto il mondo.
“La differenza tra me e le persone che citano altri artisti nella propria musica è che io cito me stesso.” ‒ Mike Oldfield
La fama di “Tubular Bells” arrivò quando il regista William Friedkin scoprì il disco, quasi per caso, e decise di utilizzare alcune parti per il celebre film che conoscerete probabilmente tutti, “L’esorcista”.[8] Già, la famosa colonna sonora è estratta proprio da “Tubular Bells”!
Friedkin aveva scartato la colonna sonora composta da Lalo Schifrin e stava cercando qualcosa che avesse un carattere infantile e inquietante allo stesso tempo. Sfogliando alcuni nastri negli archivi della Warner trovò il tema di Oldfield. Descrisse il suo effetto come “una mano fredda sulla nuca”. Nel film sono stati utilizzati circa diciassette minuti di musica, e furono sufficienti per cambiare la storia del disco. Quando il manager comunicò a Oldfield che Hollywood voleva utilizzare la sua musica, la risposta del compositore fu semplicemente: “Okay!”. Non partecipò affatto alla scelta delle sezioni musicali da inserire nella pellicola.
Dopo aver visto il film lo definì invece “un ottimo film”, aggiungendo che se la sua musica poteva aiutare a esorcizzare un demone, allora era “una cosa magnifica”!
Il successo fu devastante, “Tubular Bells” raggiunse il primo posto nel Regno Unito, il terzo negli Stati Uniti e superò i quindici milioni di copie vendute. Nel 1974 arrivò anche il Grammy Award per la migliore composizione strumentale.
Mike Oldfield, però, odiava la fama. La pressione del successo commerciale e mediatico lo spinse a chiudersi in se stesso, rifiutò di fare interviste o tour e decise di andare a vivere in Galles, tra le verdi colline, circondato solo dalle pecore, per ritrovare la sua dimensione. Richard Branson raccontò che dopo il successo il musicista si richiuse completamente nel proprio guscio. Anni dopo Oldfield avrebbe ammesso di essere orgoglioso dell’opera e di avere la sensazione che, in quel periodo della sua vita, “la ruota della fortuna” avesse girato dalla sua parte.
L’enorme successo commerciale di “Tubular Bells” generò reazioni contrastanti, oscillando tra il trionfo imprenditoriale di Richard Branson e il profondo disagio personale di Mike Oldfield.
Nel 2012 la melodia composta dal giovane Oldfield nella sua casa di Tottenham aprì la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Londra.
Per la neonata etichetta di Richard Branson, la Virgin Records, il successo post-film fu la chiave di volta per il futuro, senza il successo di Tubular Bells non sarebbe nato l’impero Virgin, e grazie agli enormi ricavi, le permisero di diventare la più grande etichetta indipendente del mondo.
Furono quei soldi a consentire alla società di mettere sotto contratto artisti come i Sex Pistols e i Rolling Stones e, successivamente, di espandersi nell’aviazione, nei viaggi e perfino nello spazio. Branson ha dichiarato più volte che senza Mike Oldfield l’impero Virgin semplicemente non sarebbe mai esistito, ed il legame rimase così forte che uno degli aerei della Virgin Atlantic venne battezzato “Tubular Bells”.

La natura introversa di Mike Oldfield emerse con forza già prima dell’esplosione mondiale di “Tubular Bells”. In occasione dello storico concerto alla Queen Elizabeth Hall di Londra, uno degli eventi destinati a lanciare definitivamente il disco davanti al pubblico, il giovane musicista fu colto da un violento attacco di panico e annunciò di non voler più salire sul palco. Richard Branson si trovò improvvisamente davanti alla possibilità di vedere svanire l’evento più importante della giovane storia della Virgin Records, e per convincere Oldfield a esibirsi escogitò una soluzione tanto bizzarra quanto efficace, gli consegnò le chiavi della propria Bentley! Il gesto funzionò, Oldfield accettò di esibirsi e il concerto divenne uno dei momenti simbolici della nascita del fenomeno “Tubular Bells”. Molti anni più tardi il musicista ricordò l’episodio con il suo tipico umorismo britannico, osservando ironicamente che mantenere e riparare quella Bentley gli costò probabilmente più del valore stesso dell’automobile.
“Non mi sento un musicista. Non lo so… Io creo suoni che sono riflessi delle mie emozioni. Essere un musicista significa qualcosa di completamente diverso. Sono piuttosto una sorta di mago del suono.” ‒ Mike Oldfield (Intervista a una radio polacca, 1996)
È paradossale, ma molte case discografiche avevano inizialmente respinto l’album proprio per la sua struttura insolita, considerandolo difficilmente commerciabile. Il successo planetario dimostrò invece che anche una musica strumentale, sperimentale e lontana dai tradizionali canoni pop poteva conquistare un pubblico vastissimo, ed oggi, a più di cinquant’anni dalla sua pubblicazione, “Tubular Bells” conserva ancora intatto il suo fascino enigmatico, un’opera tanto originale quanto imprevedibile, e che continua a essere meravigliosa.
Written by Aldo Turnu
Note
[6] Perdita di tracce audio durante il mix 4.0: durante la produzione della versione quadrifonica (4.0) dell’album nel 1975, andarono perdute alcune tracce originali del multitraccia. Tra queste figurava proprio la traccia contenente le campane tubolari. Questo problema è stato riscontrato decenni dopo anche dall’ingegnere del suono David Kosten mentre lavorava al nuovo mix Dolby Atmos per il 50° anniversario. A causa della perdita o della mancanza di accesso ad alcuni nastri originali, le diverse edizioni dell’album presentano variazioni udibili. Ad esempio, nella versione quadrifonica del 1975, la voce di Vivian Stanshall e alcuni strumenti sono diversi rispetto alla versione stereo originale del 1973. Anche il modello fisico della “campana piegata” creato dal fotografo Trevor Key per la celebre copertina andò perduto. Quando, anni dopo, Oldfield chiese che fine avesse fatto quell’oggetto di metallo cromato, gli fu risposto che era stato semplicemente buttato via dal personale dello studio.
[7] Wikipedia William Friedkin
