Leila Erdman-Tabukashvili: l’artista siberiana che celebra l’amore ai tempi della guerra

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Leila Erdman-Tabukashvili è un’artista siberiana, nata nel 1995, che possiamo considerare una vera cittadina del mondo: vive e lavora spostandosi tra Mosca, Tbilisi, New York e Tel Aviv.

Leila Erdman-Tabukashvili opere
Leila Erdman-Tabukashvili opere

La ricerca di Leila Erdman-Tabukashvili si sviluppa tra fotografia e video, due linguaggi che dialogano costantemente tra loro e che le permettono di costruire una narrazione visiva intensa e profondamente contemporanea.

Ha partecipato al documentario “All Of Us Have To Wake Up” di Mitya Kokorin, un lavoro breve ma incisivo, basato su interviste a immigrati russi e ucraini che si sono trasferiti in Israele prima del conflitto del 2023. Nel 2024, con il video “I’m not afraid of the Apocalypse, I am afraid you don’t love me anymore”, ha vinto due premi al Jerusalem Film Festival; nello stesso periodo ha ottenuto riconoscimenti anche in Italia, ad Arte Fiera (Bologna, 2024) e a Cremona Art Fair (2025).

A Torino le sue opere sono state presentate alla A Pick Gallery nel 2025 con la mostra ‘The Art of Saying Goodbye’ e nel 2026 con ‘When/if I grow up, there will be no wars and we will be together”, inserita nel programma di ‘EXPOSED Torino Photo Festival’. In occasione dell’inaugurazione è stato proiettato il suo video, accessibile online su Vimeo:[1] pochi intensi minuti che permettono di comprendere la forza emotiva del suo linguaggio.

Le immagini di Leila non sono mai isolate: dialogano con parole, frasi, slogan, creando un sistema espressivo ibrido, diretto, urgente. È il tentativo di dare voce a una generazione che soffre una condizione di precarietà esistenziale, segnata da conflitti continui, da una violenza diffusa e dalla sensazione di un futuro negato, perduto giorno dopo giorno.

La scritta che apre il percorso ‒ “Call Me When the Wars are Over” ‒ è un grido straziato e devastante. Non si chiede la fine di una guerra, ma di tutte le guerre: quelle geopolitiche e quelle interiori. C’è una parola che non si ha neppure più il coraggio di pronunziare, come se pronunziarla fosse di malaugurio o un’utopia: “pace”.

Davanti ai nostri occhi scorrono figure di giovani sospese tra innocenza e militarizzazione: ragazzi con i crani rasati, in divisa, armati; una bambina impugna un mitra con uno sguardo troppo serio per la sua età. Un’immagine disturbante proprio perché non c’è enfasi, non c’è spettacolo: solo una normalità alterata.

Le scene si accumulano come frammenti di memoria: uomini in attesa, pronti a proteggersi con gli scudi antisommossa abbandonati per un momento a terra, un’arma d’assalto lasciata su un divano consumato. E ancora corpi giovani, vulnerabili, segnati: la coscia graffiata di una ragazza con le scarpe gialle, nocche ferite, sguardi tesi, diffidenti.

Una giovane donna in piedi, vestita solo di un body scuro e sgambato, i capelli cortissimi, calzini azzurri dai motivi rosa, guarda un gatto in equilibrio sul proprio braccio – anche lui a disagio – che sta per saltare e scappare via.

I volti delle persone, soprattutto nei primi piani, sembrano accusare lo spettatore: come se chiedessero conto di un’eredità fatta soprattutto di paura e disillusione. Non c’è retorica, quanto una tensione continua tra realtà e simbolo.

Eppure, dentro questa atmosfera sospesa, resta uno spazio per l’intimità, per l’amore. I giovani continuano a cercarsi, a desiderarsi, a resistere all’odio. Le ragazze aspettano chi è partito per una guerra incomprensibile o si preparano, a loro volta, a combattere, ma senza dimenticare che la vita che desiderano è un’altra.

È qui che riemerge l’altro asse della ricerca di Leila, sintetizzato nella frase chiave: “I’m not afraid of the apocalypse, I am afraid you don’t love me anymore”. Una nenia dolorosa.

L’apocalisse ‒ la fine del mondo, della realtà in cui siamo cresciuti ‒ diventa secondaria rispetto alla perdita dell’amore. È un ribaltamento potente: ciò che davvero terrorizza non è la distruzione globale, ma la dissoluzione dei legami umani.

L’immagine del bacio tra due giovani innamorati con il volto coperto da passamontagna ‒ quello nero di lui e quello azzurro di lei, che si è dipinta dello stesso colore azzurro le ciglia ‒ è forse la sintesi più efficace di questa poetica. Le bocche non si vedono, eppure si cercano; i volti sono nascosti, ma l’intimità è appassionata. È un gesto fragile e ostinato, un atto di resistenza minima ma assoluta.

In questo equilibrio instabile tra violenza e tenerezza, tra paura e desiderio, Leila Erdman-Tabukashvili costruisce una narrazione visiva che non offre e non può offrire soluzioni, ma costringe a guardare e soprattutto a riconoscere che, anche nel tempo delle guerre infinite, del morire o dell’uccidere, ciò che resta davvero importante è la possibilità ‒ anche se precaria ‒ di continuare ad amare.

 

Written by Marco Salvario

 

Note

[1] Guarda il video su Vimeo cliccando QUI

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