“La collina dei conigli” di Richard Adams: una favola familiare
La collina dei conigli è una favola familiare che Richard Adams ha narrato inizialmente alle figlie Juliet e Rosamund, da cui egli è stato poi stimolato (e, immagino, forzato) a scrivere un intero romanzo. La scrittura è un atto apparentemente anarchico, e invece dipendente dallo stimolo che a volte, se va da dio!, è l’amore. Oppure un altro sentimento a caso.

Un amico cattolico mi disse che pregare è un fare rifornimento di carburante, dopodiché, con una fuoriserie o un’utilitaria, puoi andare dove sei destinato ad andare. Lo stesso capita allo scrittore che sente dentro di sé un’emozione. Senza di essa starebbe meglio, o peggio?, restando a cogitare ai fatti suoi. Grazie a essa, egli parte e, in assenza di guasti o incidenti, arriva. Per poi, finalmente, scendere dalla vettura. E rilassarsi un po’. Nel frattempo la vita predisporrà il successivo rifornimento. Pronti? Via! La favola è un racconto fantastico dove uomini e animali convivono insieme come se fossero quel che sono: compagni di pianeta, di kósmo.
Richard Adams era un glottoteta, un inventore di linguaggi artificiali. Questo leggo su linea e di più non so. Il romanzo La collina dei conigli me ne dà una conferma. Di certo non è stato facile il compito di Pier Francesco Paolini, il traduttore, che deve spesso giustificare nelle note la scelta glottologica di alcuni discorsi. L’intuizione di Richard, mi pare, è che, non si sa come, ogni animale evoluto (poco si sa in merito dei ditteri o di altri invertebrati) qualcosa intende dell’idioma, per esempio, italico. Ieri stavo passeggiando in centro. Una signora era affiancata da un barboncino, a cui chiedeva, con tono allegro: dov’è Alice, eh?, dov’è Alice? Al che il barboncino si fermò, e si girò. Alice era dietro di loro. Alice era un bel suono di sua conoscenza, suppongo, quasi fosse uno specifico odore.
E c’è una cosa che vorrei capire. I conigli del romanzo parlano un ottimo italiano, che altro non è che la traduzione dall’inglese. Alcuni altri animali, principalmente quel gabbiano, quando parlano con loro sembrano degli stranieri. Il gabbiano parla come un tedesco sgrammaticato, che sa farsi intendere. Che sia anche questa una traduzione forzata? Qualsiasi traduzione lo è. Sto pensando a quel Dio che, secondo una vetusta tradizione, sconvolse l’umanità confondendo le lingue, come punizione della sua alterigia. Non so cosa quel Dio abbia capito dell’uomo. Né se l’uomo abbia mai capito Lui. Almeno uno dei due ha frainteso l’Altro. Certe forme fonetiche della bassa reggiana, limitrofa al Po, somigliano a quelle delle montagne, che distano un centinaio di chilometri dal fiume Padus. Diverso è l’arşân del popolo giusto (quello all’interno delle mura cittadine che quasi non esistono più, essendo state tolte di mezzo dalla burocrazia ottocentesca), il quale risulta più contaminato dagli altrui idiomi. La cultura umana è un alternarsi di isolamento e di contaminatio.
Torno al romanzo La collina dei conigli, che è diviso in 4 sezioni, ognuna composta da vari capitoli, ciascuno dei quali è preceduto da uno o più eserghi letterari; il tutto termina, infine, con un salvifico (si fa per dire) Epilogo: divisione, composizione, precedenza, termine, esclusione. inclusione, necessaria o forzata.
Andai a una conferenza intitolata L’Italia ripudia la guerra: ma quale?, con l’amico Algo Ferrari. Relatori erano Paolo Flores d’Arcais, ricercatore universitario e cofondatore di MicroMega, e Gustavo Zagrebelsky, giurista e Presidente della Corte Costituzionale nel 2004. Moderatrice era Cinzia Sciutu, giornalista, saggista e attuale Direttrice della suddetta rivista culturale. Ho apprezzato l’ironia e la sapida intelligenza di Gustavo, nonché l’onestà intellettuale e la cultura di Paolo. I ragionamenti dei due relatori un po’ divergevano, ma non tanto, in realtà. In entrambi ho colto la sofferenza di chi auspica un mondo migliore, che non somiglia all’attuale, nonché una pace ancora scarsamente concepibile per quel coniglio che è l’uomo. La frase da incorniciare, fra le tante udite ieri, è di Gustavo, ed è quella relativa al problema dei confini, pregressi, attuali e futuri.
Joseph Conrad nacque a Berdičev, che allora era terra polacca, che poi divenne russa e che ora è ucraina. Egli poi si naturalizzò britannico. Che ne pensa oggi la sua anima, ormai priva di alcun passaporto?
Alcuni conigli vivono in una comunità di cui paventano la fine. Sono le paure oppure è l’istinto ad avvisarli? Quell’armata di disperati decide di partire. Speriamo in bene…
Ognuno di noi nasce in un luogo, a cui presto s’affeziona. E che poi talvolta si lascia, perché occorre recarsi colà… chissà dove. Il ventitreenne trapanese Antonino Cardella (come chissà quanti altri), il grande e caro amico mio, sceso per la prima volta dal treno che l’aveva condotto a Reggio Emilia, si domandò: Ma che ci faccio qui? E poi si trovò abbastanza benino.
Adolescente è colui che sta crescendo, nutrendosi di quel che c’è. Adulto è colui che è giunto all’altezza massima, al culmine della sua esistenza biologica. Dopodiché decresce, cibandosi in genere di meno. Il giovane che esce di casa è preso da una vorace frenesia: facile da capire, difficile da affrontare con saggezza. La famiglia è sì un comodo interno. Il mondo è un periglioso esterno. Per comprenderlo ci si può affidare alla cultura, con tutti i suoi miti.
“Dente di Leone” ne narra uno intitolato La Lattuga del re, protagonista un certo “El-ahrairà”. Tanti altri episodi affini ne seguiranno. Ogni mito è un’elaborazione di fatti reali. È un’urgenza psicologica. Non per altro si scrive, no, a volte lo si fa per mangiare. Per cui può capitare di tutto.
Dente è un coniglio che appartiene a una tribù di consimili, i quali cercano di essere felici. Ogni tanto qualcuno di loro sparisce, senza tornare più. I fuggitivi decidono di filarsela, anche se lì il cibo non difetta mai, pur mancando la certezza di poterlo ingoiare il dì che seguirà.
A pagina 110 de La collina dei conigli l’autore cerca di far comprendere al “lettore” i motivi che recano l’ansia a quei fuggiaschi: “Perenne è infatti la paura dei conigli quando non si trovano in un ambiente familiare o in prossimità di collaudati rifugi…” – ove il pericolo non cessa, pur riducendosi assai. Se ti va bene, un bel dì potrai dire: “Mamma mia, quante cose abbiamo imparate, da quando siam venuti via da casa! Più di quante ne avevamo imparate là tutta la vita.” – trattandosi di roditori, vien da dire che chi non risica non rosica, anche se qualcuno alla fine può rosicare te. Se fossi in una zona a rischio, che farei? Mi chiuderei in casa, scapperei, combatterei? In ogni caso dovrei tenere gli occhi ben aperti. E l’animo pronto a scegliere la via da percorrere.
Un coniglio dice: “Quanto male c’è al mondo!” – il suo amico dice che il male maggiore deriva dall’uomo, che è, dico io, ma lo pensano credo tutti, anzi, lo danno per scontato, l’animale più rosicante e dittatore di tutti i tempi. Gli uomini sono vittime di fenomeni opprimenti, non solo a causa di altri uomini, ma anche di cataclismi che, da un giorno all’altro, possono sancire la sorte di ognuno. Unica consolazione è affidarsi al moto e al motto: “La vita è adesso.” – di doman non c’è certezza, cantava Lorenzo il Magnifico. Per cui urge muoversi! Può essere La Soluzione. Accontentarsi di quel che passa il provvisorio convento, tenendo gli occhi ben aperti.
I conigli sono in perenne fuga dai loro simili. Unico loro, paradossale, amico è “un gabbiano” – in quanto: “La solitudine e la reticenza gli sono innaturali”. Loro curano lui, che è ferito. Lui li adotta come alleati. Sarà la loro arma vincente. Affidarsi a chi è diverso da te, significa ampliare le proprie chances di sopravvivenza. Non significa che il diverso è bello e buono e che il simile è brutto e cattivo: ma che tutto è eticamente ed esteticamente probabile. Essenziale è stare accorti al chi va là.
E poi? Poi, “Quando varie creature – uomini o animali – hanno lavorato insieme per superare un ostacolo, alla riuscita segue spesso una pausa come di raccoglimento, per onorare un avversario vinto dopo un’accanita resistenza.” – il che significa che chi ti è stato ostile è un tuo quasi simile, in fondo (e già fin dall’inizio) egualmente degno di esistere. Tornare a definirlo tale è una vittoria per entrambi i contendenti. È la frase da incorniciare del tuo bel romanzo, Richard caro.
È la terra rara che ognuno vorrebbe avere e che quando si ha la si consuma al più presto: la pace.
Una donna, chiedo scusa, una coniglia spara una verità banale e al contempo impensata: “Se nessuno le combattesse, non ci sarebbero mica le guerre.” – se nessuno attaccasse i confini altrui, i confini rimarrebbero ma anche cesserebbero d’essere un problema. È questo il tuo ragionamento, Gustavo? O è solo l’inizio di esso? Quei Mille invasero un regno altrui, e lo donarono a un altro regnante. Come ciò accadde lo sanno bene gli storici come Luigi Iroso, per cui non ne parlo. Se ognuno fosse rimasto a casa propria, nessuno l’avrebbe persa.
Le gioie sono tante, basta sapersi accontentare di quel che si è e che si ha, e: “Non v’è nulla che ti faccia sentire insignificante come arrivare in qualche luogo strano e meraviglioso dove nessuno fa neanche caso a te, che stai lì a bocca aperta.” – ove il Mondo torna a essere sinonimo di pulito. E l’Immondo è stato azzerato.
“… questi ultimi eran guai al di là del comprendonio, di tutti tranne di…” – alcuni, i capi, gli illuminati, che ci si augura non siano abbagliati. Non esiste un movimento politico che, pur nefasto, non abbia sinceri fedeli che confidano nella lucidità di pensiero dei capi. V’erano, secondo l’ottica di quel torvo condottiero: “… due tipi di combattenti: quelli desiderosi di battersi e quelli che non vorrebbero, ma non possono evitarlo.” – e io so dove vorrei infilarmi, nella schiera di disertori, a meno che…
E questo vale l’intero anno: “Per i conigli, l’inverno è quello che era per l’uomo del medio evo, duro ma sopportabile, e non del tutto privo di consolazioni.” – e guai a chi osa lamentarti dell’afa estiva o delle foglie che, cadendo sul marciapiede, ti fanno fare crac crac! La vita è così, non cosà.
Questo è tutto. Quando si cerca il luogo dove andare a esistere, si prova una gioia irrefrenabile che presto scema al punto che subentra la noia: quello folle sentimento che non ti permette più di cogliere l’attimo, come quando eri nell’ambascia. E che ti fanno desiderare di tuffarti dove l’acqua è più blu. Di quando dovevi levarti alle sei di mattina, prepararti per andare a combattere la più tediosa delle battaglie, per esempio quell’infame lavoro per cui tanto si è lottato per raggiungerlo. Quando sei arrivato alla quiescenza, tutto pare smorzarsi, andare in quiescenza, in primis l’ansia. In taluni casi essa è sostituita da qualche più greve, più orridamente tedioso sentimento.
Il glottoteta Richard ha una faccia di uno che in quiescenza non ci vuole mai andare. Anche se vivesse un secolo (arrivò a scarsi 96 anni e mezzo). M’ha fatto sorridere quando attribuisce al gabbiano quell’idioma frastagliato e quasi incomprensibile, stile asburgico, tipo: “Ala ancora stanca. Fola uno poco, riposa uno poco, tutto fa bene.” – se lo può ancora dire è grazie a loro. Lui sa. Loro sa. Si fogliono bene! Sì! Uguali!
Anche quel bel topolino non è madre lingua conigliesca, a quanto pare: “È bene eh per vai eh vieni eh sai…” – saper capire eh l’Altro non può che eh aiutarti eh sai? Per farsi comprendere a volte occorre gettare nella ghiaia le virgole.
Dice la seconda, innominata moglie del marito di Rebecca La prima moglie (romanzo di Daphne du Maurier): Mi guardai attorno disperata, cercando un nascondiglio – che coniglietta sei! E che siamo tutti!
Ripeto un concetto già espresso altrove, che qui diventa cogente. Se pensiamo che solo la nostra lingua sia degna d’essere utilizzata per comunicare, finiamo per irridere lo straniero che si rapporta a noi, con quello strambo accento e con quelle parole sansugate (dall’arşân sansughêr, che significa mal masticare). E ci sfugge che è lui che capisce noi e siamo noi che non riusciamo proprio a capire lui, quando lo cogliamo a discorrere nel suo nativo idioma con un connazionale. La lingua è l’invenzione umana più terribile e salvifica che ci sia mai stata. I suoi etimi, le sue celate verità, dovrebbero essere materia d’insegnamento fin dalla più tenera età (fa anche rima!). Ti consentirebbero di capire chi sei e dove vivi: in un pianeta terracqueo, in un villaggio globale. Io affido alla lingua un sanguinante potere: chiarire all’uomo l’orrore che va ogni ora perpetrando.
Riprendo ora la lezione del teologo Aldo Bergamaschi, che sognava l’utilizzo mondiale di una lingua unica, tipo l’esperanto. Auspicando un compiuto studio di tutte quelle che la precedettero.
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
Richard Adams, La collina dei conigli, Rizzoli, 1975

Magnifico e magnetico come sempre è, nelle sue recensioni, il maestro Stefano Pioli che quante cose, dice in più, partendo da un sol contesto e poi raggiunge altre sponde, connesse da una cabala (linguistica).
La collina dei conigli… L’ho letto che avevo meno di vent’anni, lavoravo per una ricca famiglia, al Lido di Venezia. Tenevo in ordine la casa, e l’umidà. Giancarlo che viveva a Londra (un industriale di successo) mi consegnò in uno dei suoi brevi soggiorni a Venezia, (dai suoi) questo libro da leggere, sì, mi fu proprio consegnato e con l’aggiunta di un abbraccio (aveva oltre cinquant’anni e quel giorno di febbraio era il suo compleanno) e si congedò dicendo ” leggilo ti servirà per la vita”.
Lessi, più tardi per motivi di salute, lasciai Venenzia e non rividi più Giancarlo.
Non è la cosa più bella che ho letto, ma è la più vicina alla mia anima, a quel seguire una premonizione che nulla ha di certo, un delirio da veggenti improvvisati ma che appicca il fuoco a quella scintilla, che più bella di tutte, al disopra di tutte si forma e si fa chiamare Libertà (metto neccessariamente la maiuscola) o per essere volutamente in difetto,
si può chiamare, altresì, anarchia (quì scelgo il minuscolo).
Il volume è ancora presente, nella sua vecchia edizione del 1984, nella mia libreria e quando lo incontro per caso, in mezzo ai titoli più disparati (o disperati) mi torna in mente l’odissea dei conigli ribelli verso la collina immaginaria ( mai vista) e mi ritorna al cuore… Mirtillo, Moscardo, Argento e, perché no proprio oggi anche Venezia e Giancarlo. Sono passati quarant’anni.
Oggi, più di sempre, Richard Adams trovo la sua, una lettura da dedicare ai giovani, perchè
trovino (o cerchino per lo meno) la loro collina dei desideri e che in questo mondo, dove tutto punta al “sacrificio” in nome della sicurezza, non smettano mai di pensare di essere liberi.
Animali o uomini che siano.
E grazie per aver riacceso il ricordo con questo titolo.
Grazie. Salutami il tuo volumetto!