Gilles de Rais: il barone francese che forse ispirò la figura di Barbablù
Chissà se Charles Perrault ebbe accesso agli atti giudiziari del processo contro Gilles de Rais quando si immaginò la figura di Barbablù, il sanguinario protagonista della sua celebre fiaba.

Era la fine del Seicento e più di due secoli erano trascorsi dai tragici avvenimenti che avevano avuto per protagonista il barone de Rais, ma l’eco dei suoi crimini era ancora lontana dall’essersi spenta.
Per parte paterna apparteneva al casato dei Laval-Montmorency, una delle più illustri famiglie di Francia e da sempre fedele alla Corona. Era Gilles de Laval, barone di Rais.
Quando nacque, nel 1404, a Champtocé-sur-Loire, la Francia era dilaniata dalla Guerra dei cent’anni e da una violenta lotta per il potere fra le grandi casate del regno. Di lì a pochi anni, il paese sarebbe precipitato in una delle fasi più drammatiche del conflitto, culminata con l’assedio inglese di Orléans.
Fu in questo scenario di guerre e violenze che crebbe il giovane Gilles de Rais. Rimasto orfano in tenera età, venne affidato alle cure del nonno materno Jean de Craon, ricchissimo e dissoluto signore feudale. Jean de Craon, che con la propria banda assaliva nobili e proprietari terrieri per ottenerne il riscatto, apparteneva a quella schiera di antichi cavalieri ormai ridotti a predoni.
Il giovane Gilles, cresciuto fra agi e vizi, partecipava a quelle scorrerie distinguendosi per ardore e crudeltà pari a quella del nonno.
All’età di sedici anni sposò la figlia unica di un ricco possidente, Caterina de Thouars, nipote della seconda moglie del nonno. Forte delle immense ricchezze di famiglia, Gilles si abbandonò a una vita di eccessi e sperperi, dilapidando in pochi anni gran parte del patrimonio ereditato.
Fu allora che Jean de Craon, grazie ai suoi legami d’amicizia con Jolanda d’Aragona, suocera di Carlo VII, riuscì a introdurre suo nipote a corte e indirizzarlo verso la carriera militare, nella speranza di moderarne gli ardori.
Si apriva così una nuova fase della sua vita: a soli ventitré anni Gilles venne posto al comando di un esercito del ducato d’Angiò.
La fortuna lo assistette, e la sua milizia conquistò diverse fortezze in mano agli inglesi. Quella del mestiere delle armi fu una parentesi inattesa della sua vita, che lo portò a distinguersi fino a ottenere il riconoscimento di maresciallo di Francia. Gilles si rivelò un brillante condottiero e, durante la carriera militare, l’ideale di eroismo che lo guidava riuscì a prevalere sulla sua inclinazione criminale, costringendo la parte più oscura della sua natura di acquattarsi in un angolo della mente, in attesa di tempi più propizi per riemergere.
Come spesso accade, fu una figura agli antipodi della sua ad attrarre Gilles: quella di Giovanna d’Arco. Quando la conobbe alla corte di Carlo VII, la Pulzella d’Orléans incarnava il più puro ideale cavalleresco e patriottico, animata dal desiderio di restituire unità e dignità alla Francia. Mai personalità avrebbero potuto essere più diverse. Eppure Gilles combatté al suo fianco con entusiasmo e valore, distinguendosi fino a conquistare la fiducia di Giovanna e la nomina a maresciallo di Francia.
Nacque così la leggenda del singolare rapporto fra la “santa” e il futuro “mostro”, un’amicizia destinata a rimanere avvolta nel mistero e alimentata anche dalle voci che circondavano entrambi. Dopo la liberazione di Orléans e l’incoronazione di Carlo VII a Reims, il destino dei due compagni d’armi prese però una direzione diversa. Nel 1430 Giovanna fu sconfitta, catturata e consegnata ai suoi nemici. Si era nel 1430. L’anno seguente Giovanna venne processata per eresia, stregoneria e commercio col Diavolo. Condannata al rogo, fu arsa viva a Rouen il 30 maggio 1431.
Il supplizio della Pulzella dovette esercitare una profonda impressione su Gilles, che vide crollare l’immagine dell’eroina costruita dalla propria mente. Ma fu soprattutto l’accusa di stregoneria a esercitare sul giovane barone un influsso fatale. All’improvviso gli ideali cavallereschi svanirono e la parte più oscura della sua natura tornò lentamente a reclamare il proprio spazio.
Da quel momento Gilles si rintanò nelle sue fortezze vandeane per tre anni, e l’uomo d’armi che era stato l’orgoglio della Bretagna cattolica, cominciò una progressiva discesa agli inferi. La morte del nonno, avvenuta nel novembre del 1432, non fece che abolire ogni residuo di limite, nella mente di Gilles.
Circondato da pochi fedeli complici, fra cui i cugini Gilles de Sillé e Roger de Briqueville, il barone diede inizio a una lunga sequenza di delitti sessuali ai danni di bambini e adolescenti, attirati nelle sue dimore con l’inganno. Nei suoi castelli della Bretagna e della Vandea aveva fatto allestire camere di tortura dove venivano consumati i delitti più efferati.
Il numero delle vittime non fu mai accertato: si parlò di oltre duecento bambini, ma probabilmente il bilancio fu ancora più tragico.
Seguì una lunga stagione di sangue, probabilmente conosciuta e tollerata dalle alte gerarchie nobiliari ed ecclesiastiche, intimorite dal rango e dal potere del barone de Rais. A suo seguito marciava sempre una principesca scorta di uomini in armi, e poi servitori, cappellani, priori, e un coro di bambini.
Ma era l’ossessione per le scienze occulte, a esercitare un fascino fatale sulla mente di Gilles de Rais. Specie dopo le accuse di stregonerie a Giovanna d’Arco. Negli anni successivi raccolse presso di sé alcuni fra i più celebri alchimisti del tempo, nel vano tentativo di ottenere la pietra filosofale e di evocare il demonio.
Nel 1438 arrivò alla sua corte l’alchimista italiano Francesco Prelati, personaggio ambiguo che contribuì ad alimentarne le ossessioni e ad accelerarne la discesa verso l’autodistruzione.
Nel castello di Tiffauges furono organizzati rituali per evocare il demonio che, secondo Prelati, avrebbero richiesto sacrifici sempre più efferati.
L’anno seguente Gilles ospitò una donna che si spacciava per Giovanna d’Arco sopravvissuta al rogo. La truffa fu presto smascherata da Carlo VII, ma l’episodio rivelò quanto l’immagine della Pulzella continuasse a ossessionare il maresciallo, ormai incapace di separare il ricordo dalla follia.
Nel maggio del 1440 Gilles commise l’errore che pose fine alla sua impunità: irruppe armato nella chiesa di Saint-Etienne-de-Mermorte per regolare una controversia con il tesoriere del duca di Bretagna. Quel sacrilegio gli attirò finalmente la reazione delle autorità ecclesiastiche e civili.
Accusato di omicidio, violenze sui minori, evocazione demoniaca e sacrilegio, Gilles finì davanti ai giudici ecclesiastici e secolari.
Iniziò un processo che durò nove anni. Accusato di omicidio, violenze sui minori, evocazione demoniaca e sacrilegio, Gilles finì davanti ai giudici ecclesiastici e secolari. Il barone dapprima negò tutto, poi fece una confessione completa autoaccusandosi di tutti gli orrendi misfatti e assumendosene la completa responsabilità, senza far cenno all’istigazione da parte di terzi.
Non invocò né la sua natura depravata, né l’influsso del Diavolo, prendendosela, piuttosto, con l’educazione dissoluta ricevuta dal nonno, e invitando padri e madri a non allevare i propri figli nell’ozio.
“Ahimè, monsignore! Voi vi date pena e io mi do pena con voi. Vi ho detto cose così gravi da mandare a morte diecimila uomini”, disse Gilles de Rais al presidente del tribunale che lo interrogava. Poi, dopo aver implorato il perdono di Dio, chiese che il popolo lo accompagnasse al supplizio con canti e processioni.
Due ali di folla accompagnarono Gilles de Rais al patibolo. Era una folla incredibilmente compassionevole, forse scossa dalle lacrime versate dal maresciallo di Francia durante la confessione. Il barone aveva ottenuto che il proprio corpo fosse prelevato dalle fiamme prima di esserne divorato del tutto, e poi seppellito nella chiesa del convento dei Carmelitani a Nantes. Anche l’esistenza terrena di Gilles de Rais, al pari di quella di Giovanna d’Arco, si concludeva sul rogo. Ma, se durante il processo di Jeanne la causa del bene era stata calpestata e tacitata dal crimine dell’eresia e della stregoneria, in quello del suo compagno d’armi la causa del male si era trasformata in un’offerta a Dio per mezzo della confessione.
Quando Charles Perrault pubblicò Barbablù, nel 1697, la figura del maresciallo de Rais apparteneva ormai alla leggenda. Non sappiamo se lo scrittore conoscesse gli atti del processo o se ne fosse stato influenzato; le differenze fra i due personaggi sono infatti profonde. Eppure la tradizione popolare continuò a identificare nei castelli di Gilles quelli del celebre uxoricida della fiaba. Così, ancora oggi, soprattutto in Bretagna e in Vandea, la leggenda di Barbablù continua a sovrapporsi alla figura di Gilles de Rais, il più famigerato criminale dell’Europa medievale, il cui nome resta sinonimo di perversione, crudeltà e follia.
Written by Maurizio Fierro
