“Il senso della vita” di Piero Benassi: una vita che ha attraversato un secolo di storia
Comprendere, alla tenera età di 102 anni, quale sia “Il senso della vita”, è l’impresa compiuta, hic et nunc, da Piero Benassi. Le opzioni, in ‘sti casi, sono le solite: destra, sinistra, avanti, indietro, su e giù.

Nel fantasy Il signore della Magia di Raymond E. Feist un ragazzo si perde in arcani meandri. A salvargli la vita è un drago redento, che da tempo ha cessato di sentirsi un mostro. I draghi, nella cosiddetta realtà, non esistono. Possiamo però crearceli su misura. Quell’anima si sentiva alla fine del suo percorso.
Piero ancora no. È più giovane, di un paio d’anni, di Edgar Morin. Entrambi continuano a scrivere e a pubblicare, risultando utili a noi giovinetti, non solo al fine di capire quale sia Il senso della vita, quanto per farci sentire l’urgenza di cercarlo. In quel tempio di Apollo era riportato il detto Conosci te stesso. La qual cosa non è un’impresa impossibile, in quanto si ha a che fare con sé 24 ore al giorno (pure dormendo). Occorre però orientarsi.
A volte mi sento dire al mio io: dai, Stefano, sii te stesso. Non confido nell’astrologia (né l’ho mai studiata), ma mi dà lustro essere un Gemelli della prima decade (come Dante Alighieri e Mike Bongiorno), cosicché giustifico il fatto che passi la vita a darmi del tu. Per sparare una piolata, che potrei evitare, io mi sento bip(i)olare. Una teoria da verificare è che in ogni scrittore si celi uno psichiatra, e viceversa.
Piero Benassi, psichiatra di professione, potrebbe iniziare un accertamento su di me. Una reazione a un’opera d’arte è una forma di transfert, un acte gratuit gidiano, non un gesto assurdo. Christopher Bollas, in Forze del destino, mai la demonizzò. Della scrittura di Piero amo il comunicare il suo pensiero senza tanti infingimenti, anche se talune Finzioni sono utili alla scrittura, sennò non ci si rileggerebbe mai né si potrebbero correggere i refusi. La scrittura, la lettura, la riscrittura e la rilettura richiedono l’antagonismo fra Sé e l’Altro. Il che fece dire ad Arthur Rimbaud: Je Est un Autre, Io È un Altro (le maiuscole sono mie). Mentre scrivo, il mio Io si trasforma, come accade a Te mentre mi leggi. Leggendo ogni tuo Tuo scritto, Piero, sento che Ti sei posto in gioco, connettendoti all’Altro, collegando a Lui i Tuoi sogni e incertezze.
Parli dell’“emarginazione dei vecchi, in un’età il cui corso storico è sempre più accelerato…”. E dici che “il vecchio racchiude in se stesso il patrimonio culturale dell’umanità” – per cui, nell’alveo di me, sorge un conflitto: esiste un’età che sia più auspicabile? È giusto che vi sia un punto di riferimento che illumini la mente dei soggetti meno esperti? L’uomo nasce afarensis, strillante e bisognoso d’aiuto. Succede (anche a me) che l’adulto chieda ai figli (o a chi per loro) d’essere aiutato a svolgere una ricerca on line. A ognuno la sua mansione, competenza, rispetto, nonché possibilità di ex-agerazione, d’uscita dall’argine. A 17 anni decisi di recarmi a Parigi con l’amico Alberto Bagnulo. Mio padre era contrario. Poi, a malincuore, si lasciò convincere. La sua lezione mi è servita. Grazie ancora, papà!
Tu, Piero, usi l’espressione “Il vecchio…”: il diversamente giovane mi piacerebbe di più. Il senso è lo stesso. Scrivi che si “tende a restare fedele ai sistemi di principi e valori appresi e interiorizzati in età fra la giovinezza e la maturità…” – allorché il mondo si evolve con noi e in noi. Poi qualcosa cambia e si “tende a dare un giudizio negativo sul nuovo…” – poiché sorgono dei problemi di comprensione, d’incapacità d’adeguamento. È il tuo caso? È il mio? Fatico ad apprezzare certe musiche di giovani dell’età dei miei figli. Che ne dici dei pezzi (trap) di Sfera Ebbasta e (rap) di Massimo Pericolo? Io cerco di cogliere ‘ste novità artistiche, ma stento un bel po’.
Ora parli del timore della morte e di quel che può agire da farmaco: “ogni gesto, ogni parola, ogni più lontano ricordo…” – che, ritrovati, permettono di ritrovare il Tempo Perduto, come s’augurò a suo tempo Marcel Proust. Qualcuno disse: “…‘basta non pensarci’. Perché dunque tormentarci al pensiero della morte?” – utilizzo allora l’adagio reggiano: tót i cajòun a gh ân la só pasiòun! A ognuno la sua scelta passionale! Pare che un mistico di nome Osho si sentiva un’unica persona con un altro mistico di nome Jiddu (amico di lettura di Raffaele Catà, nonché mio). Ecco che, finché viveva l’Uno sarebbe vissuto l’Altro. Ipotizzo, senz’esserne certo, che finché io e altri discorreremo di altri, essi (ri)vivranno. Uno degli scopi della vita è far (ri)vivere chi trasmigrò Altrove (io ci provo, tutti i dì, coi miei genitori). È solo un gioco, ma è così bello!
In cambio: “Ogni volto, ogni gesto, ogni parola, ogni più lontano ricordo, se ritrovato dopo che sembravano perduti per sempre, certo ti aiutano a sopravvivere.”: e quell’avverbio di tempo, avvolto com’è da quello di giudizio, consente una pur assurda re-ligione, un essenziale legame, che ti tiene attaccato alla vita. Si badi che: “… la solitudine spinge a formulare integrazioni anche davanti all’ansia grave…” – e che essa pare sempre più grave ogni volta che ri-ap-pare: è il suo gioco a cui ci invita, l’Orrida Consigliera, a partecipare.
Scrivi che “… il bambino è incapace, per la propria immaturità, di trasformare la solitudine in una vera e propria esperienza psichica.” – Leonardo disse: Quando sei solo sei tutto tuo!
A pagina 28, che non intendo riportare ché troppo m’appassiona, dai un valore che definirei catartico alla solitudine. Nella vita tutto serve, l’importante è scegliere la corretta misura. Non c’è triste cavagno che non venga utile una volta all’anno, scalcagnato che sia, diceva mia madre.
Quel che narri della tua adolescenza mi colpisce, in quanto descrivi me: anch’io avevo un carattere “piuttosto timido” e davo alla scuola un peso inferiore a quello che ci si aspettava da me. Senza conoscere affatto l’“aurea mediocritas” – mi sa che la perseguivo. Tu raggiungesti degli alti livelli di socialità. Io, beh… poteva andarmi peggio! Tu fosti Docente Universitario e Direttore di un ospedale psichiatrico. E chissà quante volte scattarono le molle che ti orientarono Il senso della vita: “La fede, però, non ha nulla a che fare con la verità, se per verità intendiamo, come ci ha insegnato Hegel, la capacità di una tesi di negare tutte le sue negazioni. Ne deriva che non si può identificare la fede con la verità: la fede, infatti ‘crede’ proprio perché ‘non sa’…” – si limita a sentire? È un fatto psicologico da non trascurare.
E, ancora: “La fede filosofica sa comunque di essere sulla via della verità e come tale la ricerca.” – crede d’essere? E poi continui: “Ricordo che Platone sosteneva che la persuasione serve sia alle parole di verità che a quelle per l’inganno: chi possiede l’arte della persuasione ha in mano il timone per condurre la vita degli altri secondo i propri disegni…” – allora ti dico che non m’hai convinto ma che continuerai a darmi da pensare. Che sia questo il senso del tuo discorso? Farmi dubitare della sua esattezza?
Il capitolo sul Narcisismo m’intriga molto. E mi chiedo quanto io lo sia, narcisista. E quanto ci tenga a rimirarmi e ad apparire meglio di quello che sono: “Il narcisista gode di sé, di quello che appare, di quello che lui si considera, di come è giudicato e guardato dal prossimo.” – mi pare di capire che il narcisista passi il suo tempo a indentificare gli altrui narcisismi, più che a scorgere il proprio. Si pensi agli articoli che pubblico su Oubliette. Mentre li scrivo, non vedo l’ora di vederli pubblicati. Poi li dimentico. Un diverso argomento ha captato la mia attenzione e il processo si ripete. E mi chiedo perché io scriva, e per chi. Quando un mio lavoro è pubblicato, all’improvviso mi ricordo di me mentre ero intento in quella scrittura. È inutile illudersi: si scrive più per gli altri che per sé. Per Ernest Hemingway scrivere è sanguinare. Per anni donai il sangue, ogni tre mesi; o il plasma, ogni quaranta giorni. Perché lo facevo? Posso limitarmi a pensare che fossero dei gesti importanti, senza tentare di carpirne i motivi reali?
Parli della Nostalgia, e ne riporti l’etimo, che adatto al mio discorso: è il ricordo di quanto ci diede Il senso della vita. Penso a Confesso che ho vissuto di Pablo Neruda e a Vivere per raccontarla di Gabriel Garcia Márquez. Mi piacerebbe sapere la tua opinione in proposito: l’uomo scrive per sopravvivere, per eternarsi? Il discorso vale per qualunque artista che tenta d’esprimere il suo daimon, lo spirito guida? E per l’io-me che si sforza di dialogare con l’autore che in ‘sto momento non può sentirmi come io sto sentendo lui? A volte dialogo con scrittori deceduti da secoli. Dentro di me sento che è un fatto assurdo, eppure non riesco a negarne l’attualità, la cogenza. Sento che finalmente ci siamo ricongiunti, anche se di quell’autore non conoscevo l’esistenza fino a pochi giorni prima. I casi sono tanti: uno è che io non sia un uomo normale.
L’altro è che abbia colto un senso della cultura, che altro forse non è che Il senso della vita sublimato: un coltivare il medesimo campo in cui altri umani versarono il loro sudore. Sto leggendo, dicevo, quel fantasy, che trabocca in modo terribile di episodi e di figure strambe.
Il senso della vita che ne sto ricavando (ancora mi mancano 120 pagine) è che l’uomo sia alla ricerca di Sé in mezzo alla miriade composita degli Altri. La solitudine diventa quasi un segno di alterità. Più funzionale pare essere la socialità, nella pur complessa relazione che si ha con l’Altro.
Torno ora al fatto che sia tu che io ci sentivamo timidi. A un certo punto io compresi che il mio chiudermi in me stesso non mi recava ad alcuna forma di liberazione, semmai a una tetra prigionia del mio Sé. E ne uscii, miracolosamente. Anche Pug, uno dei protagonisti di quel romanzo, dovette venire a patti con la propria tendenza a isolarsi. Chissà se c’entra: Pug, in inglese, ha vari significati, tra cui: a) una specie di cagnolino; b) il terriccio usato per fabbricare i mattoni. Talvolta, in genere senza ringhiare troppo, riuscii a edificare dentro e fuori di me Il senso della vita. Forse anche tu. Per cui sono contento d’avere avuto la possibilità d’incontrarti de visu, recentemente. In una qualche forma s’è sviluppata una quieta amicizia fra di noi. Sono poi andato a quell’incontro avvenuto l’8 maggio scorso, nel corso del quale sei stato fantasticamente narrativo, come sempre. Riuscii a salutare sia la tua editrice che te ma poi dovetti scappare. Avevo lasciato, come tanti altri, l’auto parcheggiata a rischio multa, con due ruote su un marciapiede. Mi sentii colto da una leggera ansia. É anche Lei che ci spinge a muoverci, a deformare Il senso della vita. E non c’era alcuna multa!
L’ultimo capitolo è intitolato, vedi un po’!, Amicizia. Anch’esso si pone innanzi a me, e vuol essere letto e commentato. Preferisco però lasciare il tuo prossimo lettore da solo con te, senza tante mie intrusioni. Però, alla fine, non riesco a sottacere un fatto. Alcune persone, non necessariamente consanguinee, meno le vedo e più sono emozionato allorché mi capita d’incontrarle ancora.
Ecco che il mio pensiero mo’ s’allontana perché deve raggiungere il saggio L’amore e l’Occidente di Denis de Rougemont, che m’indusse a capire che è dall’Assenza che s’inizia a esaltare il Ricordo. È una strana deformazione mentale, questa. L’altro giorno, accompagnato dalla figlia Chiara, venne a trovarmi Tonino, il quale abitualmente vive in una delle isole più belle del mondo. Ci conoscemmo 44 anni fa. E ogni tanto cerchiamo di rivederci. Se abitassimo nel medesimo pianerottolo, l’emozione che proveremmo nel re-incontrarci non sarebbe paragonabile a quella che ci coglie le volte in cui quel fatto accade. Strano animale è l’homo sapiens et iucundus!
Ti chiedo ora una cortesia, prima di (momentaneamente) lasciarti (tanto lo so che presto ancora ti leggerò). Tienimi continuamente aggiornato su quale è, per te, Il senso della vita! Mia attuale ipotesi: è seguire Il senso della vita altrui, badando a non inciampare sul mio. Un giorno, spero, parleremo dell’indeterminatezza quantistica della scrittura (e, immagino, della psichiatria e del mondo intero).
Ma come finirà quel fantasy? Non so se lo saprò mai: è una trilogia. Tantissimi scrittori (Emilio Salgari, Alessandro Dumas, Winston Graham, Antonio Moresco, Agatha Christie, Valerio Varesi, tuo figlio Giuseppe Benassi, Gabriele Di Giovanni e tanti altri) scrivono trilogie, tetralogie, enne-logie… perché l’importante non è… come si pensa… finire… bensì… continuare a di-vagare…
A proposito: belle sono le immagini poste a corredo del saggio. Sono tutte di Elisa Pellacani?
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
Piero Benassi, Il senso della vita, Consulta Libri e Progetti, 2026

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