“La democrazia non è un talkshow” di Giandomenico Crapis: saggio storico sulla televisione italiana
«La televisiun la g’ha na forsa de leun» da Enzo Jannacci, “Quelli che”, 1975.

Ho voluto riprendere questa tra le citazioni riportate in esergo nel saggio “La democrazia non è un talkshow” da Giandomenico Crapis, perché nella sua apparente semplicità esprime una verità profonda. Difatti, la televisione, dopo più di settant’anni dalla sua nascita, mantiene intatta la sua incredibile forza nell’influenzare la società, la cultura e la politica.
Non a caso proprio la cultura e la politica sono quegli ambiti che, più di altri, hanno mostrato fin dalla nascita della Tv diffidenza e timori nei confronti del mezzo. Ciò perché l’avvento della televisione ha rappresentato una vera e propria rivoluzione per la società, tanto da poter dividere la storia del Novecento in un prima e in un dopo la televisione.
Come ben chiarisce Crapis, oggi la televisione non è più quella delle origini: una televisione di Stato, con un solo canale e pochi programmi trasmessi dalle 17.00 alle 23.00.
Da allora la Tv è cambiata profondamente: la fine del monopolio pubblico, l’arrivo delle emittenti private, la programmazione ventiquattro ore su ventiquattro, il digitale, il web, i social network, che per molti osservatori avrebbero dovuto segnare, se non la fine, almeno il declino della televisione. E invece così non è stato. Questo per molte ragioni che l’autore del saggio “La democrazia non è un talkshow” spiega efficacemente. Basti pensare soltanto alla funzione, insostituibile, che la televisione ha avuto durante il Covid. Certo, quella è stata una situazione eccezionale, ma aiuta a comprendere il ruolo centrale che la TV continua ancora oggi a svolgere nella società contemporanea.
Credo che per la televisione, che costituisce un unicum nel panorama dei media, con caratteristiche proprie e irriducibili ad altri mezzi, sia ancora valida la famosa affermazione del sociologo canadese Marshall McLuhan: “The medium is the message” (“Il medium è il messaggio”), naturalmente se ben interpretata. McLuhan sosteneva che l’effetto più profondo sulla società non dipende tanto da ciò che viene comunicato, ma dal mezzo stesso attraverso cui comunichiamo. Per lui ogni mezzo tecnologico modifica il nostro modo di percepire il mondo, di pensare e di vivere insieme. Ciò non significa, ovviamente, che il contenuto in sé non abbia importanza.
Il volume di Crapis è un lungo e dettagliato racconto sulla storia della televisione italiana, dalla sua nascita fino ai giorni nostri. Un libro di 456 pagine (ma non ci si spaventi, perché la lettura scorre piacevolmente) ricco di citazioni di intellettuali, politici e critici sui tanti temi che attraversano le diverse stagioni storico-televisive. Un apparato che arricchisce notevolmente sia il valore analitico sia quello euristico del saggio.
L’autore suddivide la storia della televisione in quattro fasi principali.
1) Il cittadino
La prima fase è quella che accompagna e sostiene lo sviluppo democratico del paese fino agli anni Settanta, svolgendo una funzione di “nation building”, tanto sul piano dell’integrazione quanto su quello della moltiplicazione delle relazioni sociali e dell’acculturazione. È il periodo della TV pedagogica, che ha come referente “il cittadino” da formare.
La televisione arriva in anni in cui coloro che parlano italiano sono ancora una minoranza nel paese. Il piccolo schermo, come annotava all’epoca Tullio De Mauro, diventa lo strumento attraverso cui cittadini di tutte le regioni e di ogni estrazione sociale familiarizzano finalmente con la lingua italiana.
Ricorda Crapis: «Un’azione formidabile in questo senso l’aveva esercitata “Non è mai troppo tardi”, un corso di istruzione popolare per adulti analfabeti che aveva permesso a moltissimi italiani di conoscere la lingua, ma soprattutto a un milione e mezzo di loro di conseguire un regolare diploma elementare. Il programma era condotto da Alberto Manzi, un maestro elementare scelto dalla RAI e dotato di straordinarie capacità didattiche e comunicative».
Ovviamente, tra gli intellettuali non poteva mancare chi criticasse la funzione svolta dalla televisione, come ad esempio Pier Paolo Pasolini. Egli sosteneva che la TV imponesse un modello culturale piccolo-borghese, distruggendo le culture popolari e contadine per creare una massa di consumatori passivi. Secondo Pasolini, inoltre, la televisione avrebbe imposto l’italiano standard cancellando la diversità dei dialetti e delle tradizioni locali.
D’altra parte, Crapis riporta una citazione di Antonio Gramsci, tratta dal libro “Il materialismo storico”: «Chi parla solo il dialetto partecipa necessariamente di una intuizione del mondo più o meno ristretta e provinciale, fossilizzata, anacronistica», osservazione che personalmente condivido.
2) Il consumatore
La seconda fase de “La democrazia non è un talkshow”, sviluppatasi a partire circa dal 1976 e descritta soprattutto nei capitoli quinto e sesto del libro, è caratterizzata dalla fine del modello bernabeiano di televisione e dall’avvento di una Tv più dinamica ma anche fortemente segnata dall’espansione della pubblicità.
Per Crapis sono le sentenze del 1974 e del 1976 della Corte Costituzionale a determinare l’apertura di questa nuova fase, con l’instaurazione «di un duopolio di ferro che avrebbe finito per depauperare le potenzialità del settore».
Le sentenze ruppero il monopolio assoluto della RAI e aprirono la strada alla nascita delle televisioni private locali, processo che porterà poi anche alla creazione delle reti di Silvio Berlusconi.
È il periodo della Tv commerciale: «che elegge come referente non più il cittadino da formare ma il consumatore da conquistare», come scrive Crapis.
Di quegli anni vale la pena ricordare in particolare lo sceneggiato “La piovra”, andato in onda nel marzo del 1984. La serie riuscì a eguagliare la notorietà di produzioni straniere come “Dynasty” e “Dallas”. Nelle ultime due puntate raggiunse i quindici milioni di spettatori, diventando un evento centrale nella vita del paese, non solo per il travolgente successo di pubblico ma anche per il tema affrontato, che suscitò polemiche e dibattiti.
3) La gente
La terza fase è quella in cui, come scrive Crapis: «è la Tv che scende in campo», da un lato con una televisione “militante” e aggressiva, che cerca di raccontare la realtà attraverso la realtà stessa; dall’altro con l’impresa televisiva privata che diventa direttamente forza politica.
È una fase che dura circa un decennio e nella quale prende forma un nuovo referente sociale: non più il cittadino da formare né il consumatore da sedurre, ma “la gente”.
Come non ricordare trasmissioni RAI quali Telefono giallo, Chi l’ha visto?, Profondo Nord, Milano Italia e soprattutto Samarcanda, oppure programmi Fininvest come Mezzogiorno italiano, Radio Londra, L’istruttoria e Uno contro tutti.
In queste trasmissioni il giornalista si trasforma in conduttore-interprete della scena pubblica: concede e toglie la parola, interrompe, provoca, gestisce il conflitto, spesso muovendosi in piedi nello studio televisivo. Si pensi a figure come Michele Santoro, Gianfranco Funari, Gad Lerner o Giuliano Ferrara.
Lo studio televisivo diventa una scenografia teatrale, costruita a imitazione dei luoghi più disparati, mentre il linguaggio si fa più diretto, esplicito e conflittuale.
Il primo a portare lo studio televisivo all’esterno, nelle piazze, davanti alle fabbriche o in altri luoghi pubblici, fu Michele Santoro. In questi spazi tutti avevano diritto di parola: casalinghe, operai, studenti, disoccupati. “La gente”, appunto.
4) L’io
La quarta fase de “La democrazia non è un talkshow”, che dura tuttora, coincide con il successo del “format”, del consumo ibrido della TV attraverso altri media, dei “reality show”, delle serie televisive provenienti anche da piattaforme digitali e dei “talent show”. Una fase che possiamo definire anche “liquida”.
Il referente non è più il cittadino, il consumatore o la gente, ma l’io: il trionfo del narcisismo contemporaneo.
In questi anni si sviluppano anche i “talkshow” politici, con trasmissioni come Ballarò di Giovanni Floris o Servizio pubblico di Michele Santoro. Anche la sinistra comprende finalmente fino in fondo la forza della televisione, forse talvolta abusandone, con figure politiche come Fausto Bertinotti e Matteo Renzi.

In conclusione, il libro di Crapis aiuta a comprendere come ogni trasformazione della televisione abbia coinciso con una trasformazione dell’Italia stessa: dal cittadino al consumatore, dalla “gente” fino all’individualismo narcisistico dell’“io”. E forse è proprio qui che il saggio mostra tutta la sua attualità. Nell’epoca dei social network, dello scontro permanente e della politica ridotta spesso a spettacolo, la televisione continua infatti ad avere, per usare le parole di Jannacci, “una forza da leone”. Non più sola, certamente, ma ancora capace di orientare immaginari, linguaggi e consenso.
Si ricorda a tutti che il libro sarà presentato mercoledì 3 giugno 2026 presso la Unitre di Reggio Emilia (via De Gasperi, 33H) con la presenza dell’autore, Giandomenico Crapis, in dialogo con Algo Ferrari.
Per partecipare è necessaria la prenotazione presso la biblioteca di Rosta Nuova (0522 – 585636; rosta@comune.re.it).
Written by Algo Ferrari
Bibliografia
Giandomenico Crapis, La democrazia non è un talkshow, Baldini + Castoldi, 2025
