Liu Xin: la giovane pittrice cinese che indaga sogno, inconscio ed immaginario simbolico
Se cercate notizie di Liu Xin (刘昕) sui motori di ricerca o interrogando qualche intelligenza artificiale, troverete probabilmente riferimenti ad alcuni personaggi del passato, ma molto poco riguardo a una giovane emergente artista cinese, nata nel 1996 a Weifang, una città di circa dieci milioni di abitanti nella provincia dello Shandong.

Liu Xin attualmente vive e lavora nella ancora più popolosa Xi’an, dove ha frequentato l’Academy of Fine Arts, laureandosi nel 2021 presso il Dipartimento di Experimental Art e conseguendo nel 2024 il Diploma in Intermedia Art.
Questa formazione accademica spiega perché la sua produzione non è solo pittorica: è nata dentro una scuola che mescola arte sperimentale, nuovi media e linguaggi interdisciplinari.
Nel 2026 la Luce Gallery di Torino ha ospitato la sua prima mostra personale di pittura – “I Had the Same Dream as Freud” ‒ che indaga il rapporto tra sogno, inconscio e immaginario simbolico, con un riferimento diretto all’interpretazione freudiana dei sogni.
Come ben evidenziato dal testo curatoriale della mostra, la pittura di Liu Xin nasce spesso da sogni personali, crea ambienti sospesi tra realtà e dimensione onirica, utilizza figure isolate in spazi domestici o in paesaggi vuoti, introduce simboli ricorrenti ‒ l’acqua, il sole, la luna, le carte da gioco, i fiori, il pianoforte, i gatti ‒ come metafore di desiderio, di memoria o di perdita.
L’atmosfera richiama una sensibilità surrealista contemporanea, ma con una componente psicologica molto marcata. Nelle sue opere ricorrono spesso interni domestici rarefatti, figure in pausa o in attesa, colori smorzati, una non-luce scura, una sensazione di tempo sospeso, quasi immobile.
Questo approccio contribuisce a creare una pittura introspettiva, molto concentrata sull’esperienza mentale.
On the Other Side of the Moon (2025) è stata probabilmente una delle opere più rappresentative presenti alla mostra torinese. Uno spicchio di piscina circolare, un grande cerchio chiaro che sembra non emettere luminosità e neppure calore: il lato oscuro della Luna, allora. Una ragazza dai tratti orientale indossa un ridotto bikini di un giallo molto tenue e sembra dormire mentre prende una fredda tintarella. Facciamo silenzio per non svegliarla: stiamo entrando nei suoi sogni, nella sua psiche, nei desideri nascosti. Siamo al limite tra tradizione mitologica (conoscenza, tentazione) e psicoanalisi freudiana (desiderio latente).
Il dipinto crea uno spazio mentale, non realistico: la piscina diventa una superficie di riflessione psichica, mentre l’astro appare come un oggetto isolato del desiderio, un arcano dei Tarocchi simbolo di una percezione illusoria e ingannevole.
L’atmosfera sospesa e l’assenza di azione trasformano la scena in un’immagine di sola attesa, tipica della dimensione onirica.
Come il sonno e il sogno, la musica e la danza sono separate dalla realtà per trascenderla a un livello superiore.
In Shadow (2025) l’uomo al pianoforte e la ballerina che danza leggera sulle punte sono soli in una stanza completamente vuota, dove le luci sono tenui e le ombre profonde. L’unica struttura architettonica, un’arcata, sembra separare i due personaggi: da una parte l’uomo che suona e guarda verso l’alto e dall’altra la ballerina, colta in un miracoloso momento di equilibrio.
Due personaggi, ma forse solo uno esiste. Sarà il pianista che, mentre muove le dita sulla tastiera, immagina una giovane donna che danza per lui, o è la donna che danzando, sogna un musicista in estasi che suona per lei?
La stanza diventa una sorta di palcoscenico dell’inconscio, dove i pochi elementi assumono una dimensione simbolica. Le figure non sono protagoniste narrative, funzionano piuttosto come punto di identificazione dello spettatore. Il corpo diventa una presenza fragile, un testimone del sogno. Questo contribuisce alla qualità introspettiva e malinconica dell’opera.
Restiamo in attesa: Liu Xin ha ancora tanta ricerca da riversare nelle sue tele.
Written by Marco Salvario
