Come riconoscere il lavoro religioso da quello profano?
“Quelli che seguono il perfetto metodo di ascesi mistica e coloro che riflettono sulla meditazione del ‘grande sigillo’, trovandosi nello stato dell’esistenza intermedia al momento della morte, riconosceranno la luce che ad essi appare e otterranno il corpo esistenziale.”[1] ‒ “Libro tibetano dei morti”

“Come riconoscere il lavoro religioso da quello profano?” è una domanda posta nel quarto capitolo intitolato Il lavoro religioso del saggio “Alchimia ‒ appunti per una semiologia del sacro” di Stefano Andreani, edito da Libreria Editrice Aseq nel 2014, ma originariamente pubblicato nel 1976 dalla ERI (Edizioni RAI Radiotelevisione Italiana).
La biografia (e qualsiasi dato biografico) dell’autore e studioso Stefano Andreani è introvabile, condizione che lo accomuna alla rarefazione dei grandi alchimisti del passato come, ad esempio, Johannes Valentinus Andreae,[2] Ireneo Filalete,[3] Salomon Trismosin,[4] o lo stesso Cyliani che compare in chiusura del citato saggio con il suo “Hermes svelato”.
Basandoci sulle pochissime notizie su Stefano Andreani sappiamo che, oltre al saggio “Alchimia ‒ appunti per una semiologia del sacro”, ha pubblicato anche “Un libretto di alchimia ‒ Inciso su lamine di piombo nel secolo XIV” (Edizioni Mediterranee, 1984). Sul sito della casa editrice Edizioni Mediterranee è presentato come curatore della collana editoriale Biblioteca Ermetica assieme all’editore Giovanni Canonico; è stato attivo tra gli anni ’70 e ’90 editando la prima edizione italiana dei classici dell’ermetismo alchemico e magico. Cercando online si trova un suo (forse!) omonimo, un giornalista parlamentare scomparso nel 2018 che iniziò la sua carriera a Radio Radicale per poi lavorare per testate nazionali. Si tratta di un semplice caso di omonimia oppure è una sparizione programmata d’identità? Se consideriamo l’informazione tratta dal sito di Edizioni Mediterranee non può trattarsi della stessa persona perché: “dopo la morte di Andreani la direzione è stata assunta da Paolo Lucarelli fino al 2005”[5]. Queste sono le uniche notizie sulla figura di un gigante italiano che ha preferito l’athanor al palcoscenico.
“Questo tentativo di comprensione esercitato sui testi è il contravveleno della noia. La stanchezza intellettuale deve provocare le gemme intuitive dell’immaginazione e deve servire ad umiliare le proprie capacità; a rendersi passivo completamente dell’osservazione. Ogni intervento sulla materia può essere sbagliato, ogni intervento può prestarsi al ridicolo e all’avvertimento beffardo delle cose. L’alchimista subisce con dolore le percosse al proprio intelletto, ma così facendo si spoglia dell’albagia che la sua stessa nuova conoscenza gli procura fiaccando gli spettri della sicurezza.”[6]
Il saggio, dal quale si è estratto il brano sottostante, si sviluppa in due parti denominate “Semiologia del sacro” (suddivisa in Il miracolo; La ierofania; L’esperienza e il lavoro religiosi; Il lavoro religioso; L’esperienza religiosa; Simbolo, metafora e allegoria come memoria del Sacro) ed “Alchimia come” suddivisa in Alchimia come conoscenza; Alchimia come tempio; Alchimia come metafora; Alchimia come mistica; Alchimia come insegnamento; Alchimia come follia; Alchimia come eros; Alchimia come); chiude l’Appendice (“Hermes svelato” di Cyliani con premessa e commento).
Si può affermare che “Alchimia ‒ appunti per una semiologia del sacro” sia uno dei migliori saggi sull’alchimia per quanto riguarda la profondità e l’umiltà dell’esplicazione?
Io penso di sì, ma lascio a voi la parola. Non fermatevi al brevissimo estratto intitolato “Come riconoscere il lavoro religioso da quello profano?”, andate oltre; acquistate il libro (cartaceo!) e fatene esperienza. Camminate con Stefano Andreani, vi terrà stretta la mano in ogni pagina.
“Il colore, l’apparato cromatico, da riconoscere con attenzione, si fissa al ‘nero’ nel momento della soluzione. Semplice decifrazione mistica: si tratta d’incontrare ‘volontariamente’ la perdita dell’Io. L’incidente schizofrenico, nel senso etimologico della parola, deve essere controllato e superato. La perdita dell’Io può essere a sua volta metaforizzata come meglio si crede opportuno, di fatto si tratta della ‘notte oscura’. Così la morte della materia insegna la rinascita per sotterramento e fecondazione della propria egoità. Mentre la materia si putrefà altrettanto accade all’operatore. È il primo grado liturgico da ripetere e da ottemperare sempre. Non soltanto ‘la notte oscura’ dell’anima proietta la sua algida malinconia sul mondo, ma anche la materia rievoca la propria rinascita attraverso la corruzione.”[7]
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“Come riconoscere il lavoro religioso da quello profano?”[8]
Proprio da una costante “calcinazione” che fa della richiesta stessa della volontà dapprima un garbuglio d’immaginazione e poi un’attesa paziente, una speranza acquietata, senza più la compromissione del dispersivo e del doloroso. Riorganizzare il mondo ottemperando alla speranza di compenetrazione tra microcosmo e macrocosmo è compito del lavoro religioso. Lavoro che, tutto, si svolge nella prassi, nella pratica mondana, ove si scrutano i mezzi per trovare un “centro” e se ne vivono gli effetti per imponderabile determinazione di una qualche grazia. Viene setacciato il mondo delle cose per intendere a propria immagine e somiglianza il giusto posto.
È un lavoro religioso la pratica “sciamana”[9] che sviluppa oltre il limite la concentrazione, è lavoro religioso soprattutto la mistica ripetizione di atti e forme, secondo un criterio salvifico: così la preghiera e il lavoro manuale esemplificati da “regole” occidentali notissime[10] sono due poli costruttivi delle stesse tematiche trasformative.
In breve il lavoro religioso è un lavoro di trasformazione che deve favorire l’accendersi misterioso del sacro. Sempre infatti la giusta attività pratica innesca almeno un modulo d’attesa del sacro. Ed infatti le grandi comunità religiose sono ben conscie del senso dell’agape, come ne è conscio il cenobita “luciferino”. Anche il lavoro religioso possiede le proprie tentazioni quando almanacca possibili costruzioni metafisiche piuttosto che tendere, se così si può dire, alla rifinitura dell’oggetto ontologico; quando s’impone alla nominalistica più arbitraria, quando diviene esorcismo teologico.
È probabile che la teologia sia il massimo esorcismo razionale contro l’irruzione religiosa e ne freni quindi l’impero più genuinamente mistico. Però, ove la volontà sia ben diretta, perfino la teologia in altro senso è lavoro religioso in quanto obbliga alla pertinenza più dettagliata, alla fatica dell’analisi più subordinata a metodologie razionali.
Tra manierismo teologico e pura adorazione dell’oggetto sacro il lavoro religioso, inteso rettamente, conduce la sua lotta per l’invenimento della trascendenza. In questa lotta non soltanto la qualità si presenta all’adepto del sacro, non solo scelta d’elegante sofferenza, non invasamento o pietosa introversione non complicità spirituale per il peso di colpe personali, ma la quantità con cui il lavoro religioso deve trovare consonanza e corrispondenza.
Sarà di volta in volta la festosa predisposizione alla natura, di cui si vuol cogliere il senso segreto o riposto, la caducità del gesto che ride di se stesso, la meccanica del lavoro artigianale, la ripetizione paziente della coltivazione della terra, la simbiosi affettuosa col simile e coll’animale.

La quantità insegna la conoscenza della natura, dona responsi produttivi ai sospiri della materia. Divide e mescola i concreti con la materia operazione dell’attenzione volontaria. Il mondo sarà diviso secondo quadruplice forma: fuoco, acqua, aria, terra, troveranno la possibilità di prodursi come miscelate metafore. Morte e vita saranno ricordate nella pianta e nell’animale. La mano dell’uomo religioso non si periterà di riconoscere al tatto la duttilità del mondo che circonda.
La magia e la scienza nella loro identica concatenazione causale sono contrarie al lavoro religioso che preferisce definire pazienza la mancanza d’ipotesi, speranza il susseguirsi degli avvenimenti e fede l’attendere concretamente i risultati del lavoro.
La quantità che il religioso tramanda e cura, la vita in altre parole, è quantità speculare, immagine d’identità palese o occulta tra se stesso e la natura. Ogni regola di comportamento religioso tende ad annullare la prevaricazione dell’Io, la vanità del gonfiore psicologico per tutelare questa specularità.
Il religioso sa che il tempo è dimensione o troppo controllabile o troppo sfuggente e allora ne dilata eternamente i limiti, nella meditazione ad esempio, o ne costringe la quantità nella preghiera in comune, nell’acconciarsi programmatico di ogni accadimento al momento giusto, nella divisione dei compiti quotidiani, nella disciplina dei misti spirituali,[11] se ci si passa l’espressione, che lo compongono. Nel pregare per vita e per morte, in vita e in morte.
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Si sottolinea nuovamente l’esigenza di non fermarsi al breve estratto e di acquistare il libro in cartaceo per potersi abbeverare alla fonte. In chiusura si cita una delle massime del filosofo greco Eraclito, nella sapiente traduzione di Angelo Tonelli, allievo di Giorgio Colli.
“I confini dell’anima, per quanto lontano tu vada, non li scoprirai, neanche se percorri tutte le vie: così abissale si dispiega.”[12]
Written by Alessia Mocci
Info
Acquista il libro sul sito della casa editrice Aseq
Note
[1] Il libro tibetano dei morti, a cura di Giuseppe Tucci, SE (Studio Editoriale), 1998, p. 111
[2] Johannes Valentinus Andreae, Manifesti Rosacroce, Edizioni Mediterranee, 1990
[3] Ireneo Filalete, Opere, Edizioni Mediterranee, 2001
[4] Salomon Trismosin, Splendor Solis, Edizioni Mediterranee, 2021
[5] Biblioteca Ermetica ‒ Edizioni Mediterranee
[6] Stefano Andreani, Alchimia ‒ appunti per una semiologia del sacro, Libreria Editrice Aseq, 2014, p. 91
[7] Ibidem, pp. 110-11
[8] Ibidem, pp. 38-40
[9] Tra gli esempi più recenti si cita Carlos Castaneda.
[10] Quelle di San Benedetto, ad esempio, o di Ignazio di Loyola.
[11] La disciplina dei misti spirituali è da intendersi come un insieme di pratiche interiori con il fine di raggiungere l’unione con l’Assoluto.
[12] Eraclito, Dell’Origine, a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli, p. 181
