“Alareiks il Falco di Fuoco” di Alessandro Pivetti ed Emiliano Calvo: una storia banale?
Alareiks il Falco di Fuoco è un romanzo storico scritto da Alessandro Pivetti ed Emiliano Calvo: due Millennials (o della Generazione Y, a dir si voglia). Il che può stupire, ma non troppo.

Sto ora leggendo La maschera della pace, terzo romanzo di un’annunciata ennealogia di Michela Rivetti, donna della medesima fascia d’età, che si occupa di un altro periodo storico. Da anni, leggo i romanzi storici di Rita Coruzzi, loro coetanea. Questi esempi m’inquietano abbastanza. Alla loro età io disprezzavo quella che definivo, con incerto malanimo, la tramandante-traditrice dell’umanità: la Storia, intesa con quel Groviglio Perfido di Finzioni, per nulla borgesiane, per nulla affascinanti, elaborate dai menzogneri vincitori. Preferivo sorbirmi le insolenti vicende narrate da autori sregolati quali Henry Miller e Jack Kerouac, nonché i canti imbastarditi dalla vita intonati da Charles Baudelaire, da Arthur Rimbaud e da simbolisti vari. E financo le urla di dolore e i sospiri angosciosi di Giuseppe Ungaretti… solo un po’ smorzati ne Il porto sepolto. Mi stupisce, dicevo, ma al contempo mi dona la speranza di un’ulteriore, non meno assurda, speranza. Può essere che le nuove generazioni, più della mia, oppure, sì, diciamolo pure: più di me, inteso come singolo anarcoide, sappiano proporsi quali interpreti di quel tempo che fu, la cui realtà non era forse più terribile e meno assurda dell’attuale, ma, ap-pena più virtuosa, ergo: analizzabile con maggiore attenzione? Chissà cosa scriveranno, sempre che ne esistano ancora, che magnifica battuta!, i romanzieri del trentesimo secolo, a proposito delle vicende che accadono oggidì, all over the world?
I romanzi di Michela riguardano una piccola zona dell’Italia, l’Emilia Romagna. Quelli di Rita si occupano principalmente di donne valorose. Alareiks è il nome gotico di quel condottiero che a scuola c’insegnarono essere Alarico I, o Flavius Alaricus, un re visigoto responsabile di saccheggi perpetrati nella penisola italica, e non certo una persona raccomandabile… Compito dello scrittore è analizzare e descrivere l’uomo: senza né condannarlo né assolverlo. Il che non è per nulla facile. Nei casi di Michela e di Rita sono loro che decidono da sé di cosa scrivere e di come scriverlo.
Ne Alareiks il Falco di Fuoco, sono due gli autori dell’analisi, due i narratori, due i descrittori. Chissà quanto avranno discusso prima di giungere a completare la narrazione?! Occorre segnalare che questa è la seconda opera scritta insieme dai due autori. La prima è Alareiks L’oro e la porpora, del 2023. E che, lo so, presto dovrò leggere. Il brutto della Storia è che i suoi malsani effetti non consentono scadenze. Ma sarà domattina che inizierò l’analisi. Ora c’è troppa luce. Devo leggere.
A pagina 67 si parla dell’abbigliamento e della genia dei “legionari di Maximus” – diversamente dalle “truppe mercenarie barbariche che ormai costituivano il nerbo degli eserciti imperiali…” – più umili. Che sia covata in tale assurda evenienza l’inizio del crollo di un impero? Pure oggi accade che i vecchi nemici, ora associati fra loro, siano parte delle truppe con cui si contrasta l’avanzata dei nuovi.
Oltre che insegnarmi nuovi termini (per esempio: ignoravo “lena”, colto a pagina 82, che conoscevo nella variante maschile: lenone), il testo mi consente d’assaggiare a volte la fonetica di quell’idioma germanico, con l’espressione gotica che precede la traduzione in italiano: “Men blomster danser og elver stanser…” – il tutto è variamente seminato a pagina 97.
La scrittura dei due autori, fusa al punto da parere d’uno solo (lo stesso effetto provai leggendo La donna della domenica di Frutteri e Lucentini: il che resta per me incomprensibile) è così granitica, seppure variegata, che non consente al lettore di distrarsi con inutili chiose, se non, di rado e come per caso, un po’ magicamente, a pagina 244, ove leggo: “… Rodelind non esitò a prestarsi alla messinscena di ardenti effusioni, ghermendo i glutei del visigoto come un rapace, che artiglia la sua inerme preda.” – la quale mi ricorda una tipetta che conobbi negli anni ‘80, cintura nera di judo, dalla fluente chioma nera.
A pagina 264 de Alareiks il Falco di Fuoco: “… la luna aveva raggiunto il punto più alto del cielo. Sibilante come il vento tra gli abeti, una freccia di Bardo trafisse una guardia, che cadde a terra senza nemmeno comprendere da dove fosse giunta la morte.” – la quale è una pugnace narrazione che ben riesce a indicare il misterico orrore che semina l’evento bellico, ove la morte improvvisa spesso assurge al rango di tragica banalità.
A pagina 272: “La spada runica di Rodelind volteggiava nell’aria, calando letale contro i nemici.” – mi chiedo: è meglio averla come compagna di lotta, oppure non averci nulla a che fare?
A pagina 276: “Vendicate Faesulae, vendicate i caduti…” – l’urlo mi induce a pensare a quell’arcano detto tipico delle nostre campagne: mo’ va’ a Fiesole!, chissà perché lo si dice!
A pagina 277: e ora tocca a Mira che, “Spedito con un sonoro calcio il rosso guerriero a procurarsi del sidro…” – e qui mi sorge in mente il termine reggiano di reşdōra, reggitrice della casa. Esiste pure reşdōr, però mi pare sia in via d’estinzione…
A pagina 281: “Brennos, in lingua celtica, vuol dire proprio corvo spiegò Alareiks…”: il quale è il protagonista del romanzo e che colpisce per quella che pare una sua stringente necessità di non carpire l’attenzione del lettore. Egli è il capo assoluto degli invasori, eppure pare esserlo in quanto è inevitabile che ve ne sia uno. E che, per caso, o per necessità?, infine sia lui! Il che non significa che egli non abbia un suo fascino, ma che esso è come celato da chissà quali intimi pensieri… Non provo per lui alcuna empatia. Né lui pare provarne per alcuno, ma solo per sé. È questo forse il motivo per cui talvolta delle lacrime rigano il suo viso? Non scorgo in lui alcuna brama di vittoria, semmai la brama di veder ultimata la sua missione. Non è una critica al lavoro dei due autori, che senz’altro è mirabile. È una mia consapevolezza di non aver subito il fascino da parte di colui che conoscevo col nome traslato di Alarico. Provo una vera curiosità di continuare a leggerne le gesta, con la speranza di comprendere le reali sue ambizioni. Molto più icastico e conforme all’immagine di barbaro, fu quel Brenno che urlò: “Vae victis!” – a un popolo romano piegato in quattro e quattr’otto alle sue brame. Potrei giungere a dire che personaggi come quello se ne son visti troppi, nel corso della storia (pure quella attuale!) e che non destano in me né ammirazione né curiosità.
Alareiks, invece… resta, per me, un intrigante mistero.
“Le unte trecce dei sarmati svolazzavano fiere in quel bagno di sangue, dove ancora pochi legionari resistevano…” – la guerra è un ignomignoso cancro, la cui unica cura parrebbe essere la morte!
A pagina 311: “Trafitto un nemico, Alareiks lo gettò nelle acque del Tiberis, alzando poi lo sguardo verso l’Ager Vaticanus…” – egli pare consapevole del proprio scopo, e sa che non può più rimandarlo: “‘Conquistiamo questo maledetto ponte!’ gridò con invasata furia. ‘Conquistiamo l’Ager Vaticanus!’” Invece, quell’“Athavulf” pare davvero un uomo spiccio e dalle idee chiare, allorché intima a un sottoposto: “… smettila di preoccuparti e goditi il fatto di essere dalla parte giusta della storia, una volta tanto.” – sì… quella determinata dai più valorosi fra i miserabili… borbotta la solita, trepida, infame, mia voce interiore…
A pagina 319 de Alareiks il Falco di Fuoco: “Le alte code svolazzavano fiere, i lunghi baffi già assaporavano il sangue romano…” – che ora ha un sapore di gente sconfitta, mentre, un tempo, puzzava d’imperiale…
A pagina 326: “… era troppo tardi per i rimorsi, solo un ultimo obiettivo si stagliava davanti a lui, una morte gloriosa, che avrebbe lavato via le sue colpe…” – e tale era l’“unica certezza” di quel triste “re”…
A pagina 328: … il cui sguardo fa male anche al lettore, e non solo a quel “Maximus”: che esprimeva “la totale assenza di paura della morte, che si fondeva a uno sconfinato desiderio di vendetta.” – e allora, perché quelle (assurde?) lacrime di Alareiks? La sua umanità è fuori discussione, specie allorché, a pagina 330, dice ai suoi: “… Ho perso già abbastanza uomini, oggi.” – e di doman non c’è certezza!
A pagina 331: “La sua voce di spezzò, gli occhi lucidi presero a guardarsi tutt’attorno alla ricerca di una via di fuga da quel terribile incubo. Ricacciando le lacrime, il re lo trasse a sé, stringendolo in un abbraccio. Il corpo del fedele guerriero quasi tremava per la rabbia e la disperazione.” – la vana pietas non rientra nell’istruzione bellicista. Il che è davvero un tragico handicap!
Dice un romano, a pagina 335: “E il cartaginese superava di gran lunga Alareiks in maestria e in ingegno militare!” – però un suo compagno gli ricorda: “Sottovalutare il nemico germanico è sempre stato l’errore più grande di Roma…” – come volevasi dimostrare!
A pagina 346 de Alareiks il Falco di Fuoco: “Roma non cadrà e, soprattutto, non abbandonerà i suoi cittadini! Dio è dalla nostra parte, e non permetterà mai a un re di fede eretica di governare sulla Città Eterna!” – pare che quel Dio muti fede ogni qual volta lo desidera.
A pagina 373: “Iovius pensa solo a se stesso…” – manco fosse lui stesso un Dio!
A pagina 378: “Una gazza planò allora dalle fronde oscure atterrando guardinga al suolo…” – e, finora, ho taciuto le numerose descrizioni di volatili che s’affollano per tutto il romanzo. Chissà perché, mi chiedo, tanta passione ornitologica?! Forse che i volatili conservino dei messaggi segreti nelle loro penne?
A pagina 379: “Tra le rovine di un querceto, una solitaria ghiandaia si aggirava alla ricerca dell’ultimo pasto serale…” – e qui mi balza mo’ in mente una mezza soluzione all’enigma. L’uomo si proclama un essere culturale che Dio ha posto al di sopra degli (altri) animali. Eppure… Per quanto sangue di fratelli riuscirà a far scorrere sul terreno, non mancheranno mai dei pennuti in grado di partecipare al tragico banchetto. L’uomo si crede un’aquila, però sono gli avvoltoi a prevalere alla fine… Oh… un’ultima metafora sanguigna è tutta da leggere! Ma ve la risparmio… Tanto resta sempre là, a pagina 383, se vorrete dissetarvi…
Al termine del racconto, a mo’ di chiosa, il lettore può usufruire d’una variegata Dramatis Personae: Nell’esercito visigoto; A Roma; Nel resto dell’Impero. E fra gli altri Citati, v’è anche quell’Alexandros (Megas) – la cui figura m’ha sempre stupito. Anche per quella storiella, chissà se vera, che nella notte che precedeva la consueta battaglia, egli soleva dormire i suoi più sereni sonni. Ricordo poi, con sincero affetto, la frase di Diogene di Sinope, il quale soleva alloggiare in una comoda botte, il quale, quando quel generale si recò a omaggiarlo, gli chiese, con quel suo burbero modo, di scostarsi… ché gli copriva la luce dell’astro del cielo! Si dice che i due celebri personaggi siano morti, assai distanti l’uno dall’altro, nel medesimo dì. Alla morte, diceva una saggia donna di mia conoscenza, si arriva in genere da vivi!
Seguono infine, al termine del tomo, un Index Locorum e una Tabula Italiae.
Mo’ vi devo lasciare, scusatemi! … ché ho pressia d’andare alla ricerca di quel primo tomo: Alareiks L’oro e la porpora!
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
Alessandro Pivetti, Emiliano Calvo, Alareiks il Falco di Fuoco, BookRoad, 2025

