“Jane Eyre” di Charlotte Brontë: un libro all’interno di altri libri?
Nel 1846 Charlotte Brontë porta a termine il manoscritto di Il professore; il 19 ottobre 1847 Smith, Elder & Co. pubblicano “Jane Eyre” (Feltrinelli Editore, 2024, pp. 596, trad. di Stella Sacchini, postfazione di Remo Ceserani). Per evitare i pregiudizi contro la scrittura femminile, Charlotte sceglie uno pseudonimo sessualmente ambiguo; la copertina riporta il nome di Currer Bell.

Jane Eyre reca come sottotitolo Un’autobiografia; narra la storia dell’educazione sentimentale di una giovane istitutrice inglese, orfana e di umili origini. Il pubblico accoglie con favore la vicenda della passione tra Jane e Edward Rochester; la critica si divide. A pareri benevoli fanno eco altri scandalizzati; nella prefazione della seconda edizione, Currer Bell risponde piccato al moralismo dei bigotti.
Jane Eyre ha dieci anni; vive a Gateshead, insieme alla vedova dello zio e ai tre cugini. Anche se nelle sue vene scorre il sangue dei Reed, non è parte della famiglia; è un’estranea, esclusa dal calore del focolare domestico. È il bersaglio dei tiri del cugino John; gonfio di arroganza e boria, non perde occasione per tormentarla. In seguito all’ennesima angheria, Jane si ribella; per il ragazzo arrivano i soccorsi, per lei un castigo. Su ordine di Mrs Reed, le domestiche la chiudono nella stanza rossa; nel ricordarle il debito di riconoscenza verso la signora, la esortano a obbedire. La bambina rimane da sola in quella camera fredda e lugubre; nove anni prima, lo zio Reed vi aveva esalato l’ultimo respiro.
La cupa sacralità del luogo le suscita una paura superstiziosa; ancora fremente di collera, si abbandona al flusso di dolorosi ricordi. Un’idea sinistra la inquieta; mentre cerca di farsi coraggio, una luce balugina nel buio. Il tremendo grido richiama le domestiche; furiosa, Mrs Reed prolunga la punizione. A nulla valgono le suppliche; inesorabile, la chiave gira nella serratura. I passi si fanno sempre più lontani; di nuovo sola, la bambina viene colta da un malore. Quando apre gli occhi, le pare di svegliarsi da un incubo; si ritrova nel suo letto. Al capezzale siede un uomo; la presenza di un estraneo le ispira un senso di protezione e sicurezza.
Jane Eyre lo presenta; è Mr Lloyd, il farmacista che cura la servitù. L’incidente nella stanza rossa è un duro colpo per i nervi di Jane; tornato a visitarla, Mr Lloyd la trova in lacrime. Con dolcezza, la esorta a confidare i motivi dell’angoscia; la bambina si sforza di rispondere in modo sincero. È infelice perché è sola al mondo; perché i suoi parenti la trattano male; perché Gateshead Hall non è casa sua. Interrogata, si ferma a riflettere; sa a malapena cosa sia una scuola. L’idea dell’istruzione la attrae; non meno allettante è la possibilità di cambiare vita. Le piacerebbe andarci; Mr Lloyd chiede un colloquio con la signora.
Jane Eyre arriva al quindici gennaio; una carrozza varca il cancello. La domestica irrompe nella stanza della bambina; concitata, la aiuta a lavarsi e vestirsi. Le intima di scendere subito; la stanno aspettando. Timorosa, Jane indugia dietro la porta del salotto; lo squillo del campanello la obbliga a entrare. Zia Reed è in compagnia di uno sconosciuto; alto e vestito a lutto, pare una colonna nera. Con faccia arcigna, scruta l’orfanella; dopo un serrato interrogatorio, emette la sentenza. Jane Eyre ha un cuore malvagio; deve pregare Dio, affinché la pietra diventi carne.
Mrs Reed avvisa Mr Brocklehurst; i modi della ragazzina lasciano a desiderare. Se la ammetteranno alla scuola, la direttrice e le insegnanti dovranno sorvegliarla a vista; è necessario che stiano attente al suo peggior difetto, una certa propensione alla falsità.
L’uomo la rassicura; la bambina avrà un posto a Lowood, scuola all’insegna del rigore. Jane medita sull’incontro; ancora sanguinante, la ferita fa male. La fiamma del risentimento la rende intrepida; chiamate a raccolta tutte le energie, respinge con forza l’accusa di falsità. Mrs Reed appare spaventata; per la prima volta, Jane assaggia il sapore della vendetta.
All’alba del diciannove gennaio, è già vestita di tutto punto; di lì a un’ora, lascerà Gateshead. Jane Eyre ci porta a Lowood; la giornata è scandita dalle lezioni e dalla preghiera, secondo una ferrea disciplina. Per tutto il primo trimestre, Jane fatica ad abituarsi alle regole e ai compiti; la paura di non riuscirvi la tormenta più delle privazioni fisiche. Arriva il momento tanto temuto; giunto in visita, Mr Brocklehurst richiama l’attenzione della classe. Indica Jane; nonostante l’aspetto di una bambina qualunque, è una schiava del Maligno. Le compagne devono starle alla larga; le insegnanti sono tenute a sorvegliarla, a punirla per salvarle l’anima. È una bugiarda; è stata sleale e ingrata verso la sua benefattrice. Il dolore si scioglie nel pianto; Jane è certa di aver perso l’amicizia delle compagne.

Miss Temple la rassicura; se continuerà a comportarsi bene, nessuno la abbandonerà. Una settimana dopo, la direttrice riceve una lettera che scioglie ogni dubbio; sollevata da un gravoso fardello, la bambina si dedica allo studio con rinnovato entusiasmo.
Jane Eyre compie un salto temporale; otto anni dopo, l’allieva è diventata insegnante. La sua vita non è stata infelice; grazie agli strumenti di cui disponeva, si è procurata un’educazione di prim’ordine. Miss Temple ha incarnato il ruolo di madre, maestra e amica; dopo tanti anni, ha lasciato Lowood. L’addio ha segnato profondamente Jane; ormai priva di sicurezze affettive e di un riferimento, sente risvegliarsi antiche emozioni. Oppressa dal mondo chiuso del collegio, desidera la libertà; o almeno, che le sia data una nuova servitù. Febbrile, la mente cerca una via di fuga; all’improvviso, l’idea.
Mette un annuncio sul giornale come J.E.; forte dell’esperienza nell’insegnamento, cerca occupazione presso una famiglia privata. La settimana le pare eterna; di ritorno dal paese, stringe in mano la lettera. Le si offre un impiego presso una casa con una sola allieva, una bambina sotto i dieci anni; il compenso ammonta a trenta sterline l’anno. J. E. è tenuta a fornire referenze; il mittente è Mrs Fairfax, di Thornfield.
Un mese dopo, il bagaglio è pronto; è una signorina distinta, quella che lascia Lowood. Jane Eyre si sposta a Thornfield; Mrs Fairfax è proprio come Jane la immaginava, addirittura più dolce. La vecchina sferruzza davanti al focolare, un grosso gatto accoccolato ai suoi piedi; è l’immagine della pace domestica. In luogo di freddezza e rigore, la nuova arrivata trova calore e premura; il cuore si gonfia di gratitudine. La mattina seguente, Mrs Fairfax nomina per la prima volta Mr Rochester; è stato lui a incaricarla di assumere un’istitutrice per la sua pupilla, Miss Adèle. Dapprima diffidente, la bambina si scioglie; dopo una vivace chiacchierata, Jane tiene la prima lezione in biblioteca. Stando a Mrs Fairfax, il padrone è benvoluto dalla servitù; ha un carattere ineccepibile, anche se un po’ strano.
Guidata dalla governante, Jane visita il terzo piano; lungo il corridoio, un suono colpisce il suo orecchio. È una risata, strana; netta, cadenzata, priva di gioia. Dopo un istante di silenzio, ricomincia più forte; fino a esplodere in un fragore scrosciante. Deve essere una domestica; forse è Grace Poole, anche se un suono così innaturale non pare umano. Nel vedere la donna in carne e ossa, Jane si dà della sciocca; è un’apparizione tutt’altro che spettrale. Con il passare del tempo, l’inquietudine insita nella sua natura prende a tormentarla; il desiderio di passioni trova sfogo nella fantasia.
Un pomeriggio di gennaio, si gode una passeggiata fuori da Thornfield; un rumore di zoccoli sui ciottoli spezza la piacevole quiete. Un grosso cane sguscia da sotto i rami; l’uomo a cavallo arriva subito dopo. Uno schianto, una voce che impreca; Jane torna sui propri passi per prestare soccorso allo sconosciuto. Molto largo di spalle, scuro di carnagione, lineamenti duri; non più giovane, non è ancora di mezza età. Jane non ha paura di lui; è solo intimidita. Quel volto non è bello; tuttavia le rimane impresso davanti agli occhi.
Jane Eyre racconta il ritorno a Thornfield; il padrone è appena arrivato, reduce da un incidente. La sera successiva, manda a chiamare Miss Eyre; i suoi modi eccentrici la incuriosiscono. La invita ad avvicinarsi; si informa sulle sue origini, su Lowood, sulla sua educazione. Non le pare affatto un tipo strano; piuttosto è scostante e brusco. Secondo Mrs Fairfax va perdonato; lo affliggono molti pensieri, legati soprattutto a problemi familiari. Evasiva, la governante non aggiunge altro; non può, forse non vuole rivelare la natura di quei tormenti. L’uomo spiega a Jane le origini di Adèle; è figlia di una ballerina francese, per la quale aveva nutrito una grande passione. L’ha strappata alla solitudine e alla povertà; l’ha portata con sé, per farla crescere sana nel corpo e nello spirito. Jane ama ascoltarlo; a volte le pare uno di famiglia, non un padrone. Prende a ignorarne il piglio autoritario; felice e gratificata, smette di struggersi. Ai suoi occhi, Rochester non è più brutto; la riconoscenza rende quel volto la visione prediletta.
Orgoglioso, sarcastico, sprezzante; severo, inspiegabilmente lunatico. Pur memore di quei difetti, Jane è indulgente; è convinta che derivino da un tiro crudele del destino. Il dolore di Edward è anche il suo, qualunque esso sia; farebbe di tutto per alleviarlo. Nel cuore della notte, un mormorio indefinito la fa sobbalzare; strano e lugubre, pare risuonare sopra la sua testa. Una risata demoniaca sembra uscire dal buco della serratura; seguono un gorgoglio e un gemito. Dei passi si affrettano verso la scala del terzo piano; forse è Grace Poole. Affacciata sulla galleria, Jane nota una candela accesa; l’aria è densa di fumo. Le volute escono da una porta socchiusa; dentro quella camera, Rochester dorme in mezzo alla vampa. Non sente le urla della ragazza; solo il getto d’acqua lo sveglia. Si dice contento che sia stata lei a salvarlo; sapeva che gli avrebbe fatto del bene, in un modo o nell’altro.
Il giorno seguente si mette in viaggio, per unirsi a una comitiva di amici; Mrs Fairfax prevede che mancherà per una settimana, forse di più. In quelle riunioni, è sempre il beniamino di uomini e donne; la dama più bella è Miss Ingram.
La Memoria richiama a Jane i nuovi desideri, le fresche speranze; tutte illusioni, che la Ragione disperde come polvere. Rochester fa ritorno insieme agli amici; la combriccola sarà ospite per un periodo. Miss Ingram è la prediletta; senza dubbio formano una coppia affiatata. Pur consapevole di non avere alcuna speranza, Jane si arrende al proprio sentimento; nonostante abbia tentato di soffocarlo, è riemerso prepotente e incontrollato.
“Quell’uomo mi costringeva ad amarlo senza neppure guardarmi. […] So di dover nascondere i miei sentimenti. Devo, quindi, ripetermi continuamente che siamo divisi per sempre… e tuttavia, finché non smetterò di respirare e pensare, io devo amarlo.”
I bisbigli, gli sguardi che corrono tra Edward e Blanche sono eloquenti; per quanto addolorata, Jane non prova gelosia. A Thornfield si presenta un forestiero; alto e elegante, non ha un viso gradevole. È Mr Mason, appena giunto in Inghilterra da un paese caldo; in quelle terre ha conosciuto Rochester e sono diventati amici. Nell’apprendere del suo arrivo, Edward si sente mancare; smarrito e angosciato, chiede soccorso a Jane. Un urlo lacera il silenzio della notte; viene dal terzo piano. Dalla camera sopra quella dell’istitutrice, giungono rumori di lotta; per tre volte, una voce chiede aiuto. Rochester rassicura gli ospiti in apprensione; una domestica ha avuto un incubo. Per niente persuasa, Jane non va a dormire; dopo essersi vestita, attende che accada qualcosa. Edward ha bisogno di lei; saliti al terzo piano, li accoglie uno scoppio di risa fragoroso e spettrale.
Sulla poltrona è accasciato un uomo, pallido e quasi senza vita; è Mason, la camicia zuppa di sangue. Rochester andrà a chiamare un medico; nel frattempo lo affida a Jane, con la raccomandazione di non pronunciare parola. Solo una porta la separa da quella donna terribile; per quanto spaventata, deve restare lì. Molte domande si rincorrono nella testa; altrettante ipotesi sul segreto che lega quell’uomo al padrone. All’alba, l’attesa angosciosa finisce; affidato al medico, il ferito racconta che la tigre lo ha morso. Gli ha succhiato il sangue, gli ha urlato parole agghiaccianti; Jane vede Edward rabbrividire. Una carrozza aspetta; l’ultima raccomandazione, una preghiera sussurrata. In un accorato confronto con Jane, Rochester le sottopone un caso; parla di un uomo ramingo e peccatore, pentito e in cerca di pace; parla delle convenzioni, che sono ostacoli. Domanda del diritto o meno di sfidarle, per raggiungere la guarigione; allude al matrimonio con Miss Ingram.

Un domestico vestito a lutto porta notizie da Gateshead; Miss Eyre deve farvi ritorno con urgenza. La fiamma non brucia più; il conto con il passato è chiuso. Di nuovo a Thornfield, Jane sta per afferrare la felicità; la sfiora; la vede sfuggire. Una presenza ferina e spettrale aleggia sulla dimora; incombe sull’unione con Edward. Jane si spingerà lontano; una agnizione cambierà il suo posto nella società. Oltre i boschi, dentro di lei, si leverà una voce; richiamo potente, la riporterà a Thornfield. Tante cose passeranno, così le persone; l’amore, quello no.
Jane non è bella; non indossa abiti eleganti. È un esserino, un piccolo elfo; è solita vestire un dimesso abito nero. Non è ricca; in quanto orfana, vive in una condizione di dipendenza e marginalità. Possiede beni di altro genere; intangibili, sono il solido fondamento della sua esistenza. L’istruzione è una chiave; la rende libera. Una ferrea volontà, un fortissimo rigore morale le permettono di dire no; per rimanere sé stessa, anche a costo di sacrificare sé stessa. Frangar non flectar.
Jane Eyre è una struggente storia di caduta e salvezza. Mr Rochester e Miss Eyre si specchiano uno nell’altra; entrambi soli, maltrattati dal destino, affamati di affetto. Edward riconosce il valore salvifico di Jane; il cuore esausto e l’animo inaridito, trova in lei la via della guarigione.
“Più conversiamo, io e voi, meglio è; perché io non posso contaminarvi, mentre voi potete purificarmi.”
Written by Tiziana Topa
