Giuseppe Pellizza da Volpedo: “Il quarto stato”, la ricerca della luce tra divisionismo e ideale sociale

«S’ode… passa la Fiumana dell’umanità/ genti correte ad ingrossarla. Il restarsi è delitto/ filosofo lascia i libri tuoi a metterti alla sua/ testa, la guida coi tuoi studi./ Artista con essa ti reca ad alleviarle i dolori colla/ bellezza che saprai presentarle/ operaio lascia la bottega in cui per lungo lavoro ti/ consumi/ e con essa ti reca/ e tu chi fai?/ La moglie il pargoletto teco conduci/ ad ingrossare la fiumana dell’Umanità assetata di/ giustizia – di quella giustizia conculcata fin qui/ e che ora miraggio lontano splende.» ‒ Giuseppe Pellizza da Volpedo

Il quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo
Il quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo

A riempire lo spazio della scena artistica de Il quarto stato, dipinto iconico di Giuseppe Pellizza da Volpedo, è una folla composta di uomini e donne di umili origini che avanzano con determinazione verso l’osservatore. Opera che trascende i confini della storia dell’arte per farsi simbolo universale, Il quarto stato è rappresentativo dell’universo artistico del pittore piemontese.

Il titolo stesso, Il quarto Stato, è un chiaro riferimento alla borghesia della Rivoluzione Francese, che rivendica il ruolo delle classi lavoratrici. Sebbene Pellizza da Volpedo sia molto di più di questo suo celeberrimo dipinto. Lì, dove il suo fare artistico è un continuo viaggio intellettuale e tecnico, il cui elemento principe è l’incessante ricerca della luce tramite espressioni artistiche capaci di comunicare il progresso umano e sociale.

“Io non faccio che della pittura di sentimento… cerco di esprimere con la mia arte le gioie e i dolori dell’umanità.”

Nato il 28 luglio 1868 a Volpedo, un piccolo borgo agricolo in provincia di Alessandria, Giuseppe Pellizza è figlio di agiati proprietari terrieri, che gli riconoscono un ampio talento, incoraggiandolo a frequentare l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, sotto la guida di maestri come Giuseppe Bertini.

Dove fin da subito dimostra un acceso interesse per gli effetti di luce e per la dissoluzione delle forme.

Per affinare la sua idea di arte intraprende alcuni viaggi di studio, fondamentali per la sua formazione: Roma, Firenze, dove frequenta per breve tempo l’Accademia, e soprattutto Napoli, città in cui entra in contatto con la pittura di Domenico Morelli, apprezzandone il verismo storico e il cromatismo materico.

È però Bergamo, all’Accademia Carrara, che l’incontro con il maestro Cesare Tallone sarà determinante per la sua formazione, trasmettendogli l’importanza di un disegno solido e di un’impostazione severa e monumentale della figura, principi fondamentali delle sue opere. Che saranno lavori di straordinaria potenza e bellezza, dove la tecnica è inscindibile dal messaggio di giustizia e umanità che vogliono comunicare, testimoniando la sua pazienza da artigiano associata alla visione di un artista già moderno.

“La luce è la vita della pittura. Senza luce non c’è colore, senza colore non c’è pittura.”

Rientrato a Volpedo, Pellizza non vive un isolamento, che altrimenti non gli avrebbe permesso di evolversi come artista. Al contrario, segue con attenzione le correnti più innovative: Divisionismo in primis, movimento che segna la svolta decisiva del suo percorso artistico. Ma il Divisionismo non è una semplice moda per il pittore, non un semplice esercizio di stile, o un accessorio della sua arte, ma una filosofia pittorica il cui obiettivo è creare una sintesi tra scienza, arte e ideale sociale, attraverso la tecnica divisionista.

Corrente artistica maturata in Francia, il Puntinismo di Seurat e Signac si sviluppa in Italia grazie ad artisti come Giovanni Segantini, Gaetano Previati e Vittore Grubicy, basandosi sulla scomposizione dei colori in singoli tratti o punti di colore puro.

Tecnica pittorica, che Pellizza fa sua, applicando sulla tela tratti filamentosi, punti o piccoli trattini di colore puro e primario, che si ricompongono nell’occhio dell’osservatore, creando luminosità e intense vibrazioni cromatiche in una mescolanza ottica. Mescolanza ottica che produce una luce molto più intensa e vibrante rispetto alla mescolanza fisica dei pigmenti che tende invece a intorbidire i colori.

Il fine dell’arte non è già quello di riprodurre fotograficamente il vero, ma di rappresentare con i mezzi dell’arte le impressioni vere che il vero produce nell’artista.”

La tecnica pittorica di Giuseppe Pellizza da Volpedo ha una connotazione ben precisa: sviluppa in un perfetto connubio rigore scientifico, abilità artigianale e profonda sensibilità poetica. Mezzo espressivo potentissimo, attraverso il Divisionismo con la sua tecnica il pittore può trasformare una scena di vita quotidiana in un’allegoria universale, conferendo ai soggetti una dignità epica e una luce che è fisica e spirituale al tempo stesso.

Tecnica spesso complessa, che prevede più strati di lavorazione, partendo da una base preparatoria scura o di colore medio, l’artista costruisce pazientemente la luce attraverso la sovrapposizione di velature e tratti di colore chiaro e puro. Al fine di garantire la massima luminosità e una stabilità duratura nel tempo, Pellizza utilizza pigmenti di altissima qualità.

Ma prima di stendere il colore, si concentra su un disegno estremamente rigoroso e preparatorio: approccio questo ereditato dagli insegnamenti accademici e in particolare dal maestro Cesare Tallone. Che sarà l’elemento fondante della sua opera. Ne sono la prova i suoi numerosi schizzi, studiati a matita o a carboncino per ogni figura de Il Quarto Stato, dove le anatomie e le espressioni dei volti sono studiate meticolosamente, e le figure sono ordinate secondo una composizione equilibrata.

“Il colore deve essere deposto in tinte pure… perché la fusione si faccia nella retina dell’osservatore.”

A proposito della luce impressa ai suoi lavori, quest’ultima non è un fenomeno meramente fisico. Ma ha i connotati di elemento-simbolo; per esempio in opere come Il Quarto Stato o Il Sole, la luce diventa simbolo di verità, ragione, speranza e progresso, dove i tratti luminosi sono orientati in base alla forma dell’oggetto e alla direzione della luce, modellando in questo modo il volume dell’oggetto stesso. Dunque, tecnica funzionale al contenuto, quella di Pellizza, dove illuminare metaforicamente la classe lavoratrice, ha il significato di elevarla a soggetto epico.

Per le opere di grandi dimensioni, Pellizza realizzava dei cartoni preparatori che poi trasferiva sulla tela mediante la tecnica dello spolvero. Metodo che gli garantiva una precisione assoluta nella composizione, sulla quale poi lavorava con il colore.

A differenza dei puntillisti francesi che usavano punti tondeggianti, Pellizza preferiva lavorare con tratti lineari e filamentosi, chiamati ferrini per la loro somiglianza a fini capelli.

Un esempio mirabile del suo metodo rigoroso e della sua profondità concettuale sta nella genesi de Il quarto stato, opera che è il culmine di un decennio di studi, riflessioni e bozzetti preparatori, che fanno dell’opera non solo un dipinto, ma un manifesto, un’idea, un sogno di riscatto sociale.

La composizione scenografica del dipinto è maestosa e semplice al contempo; dove i tre personaggi in primo piano: l’uomo maturo, la donna con il bambino e l’uomo giovane che avanza formano una piramide umana di invulnerabile compattezza.

La folla dietro di loro non è una massa indistinta, ma è composta da individui con volti dall’espressione ben definita. La loro avanzata è lenta, pacifica, ma inarrestabile. La luce, tipicamente divisionista, non è solo naturale, ma diventa luce simbolica: è la luce della ragione, della consapevolezza, della speranza per un futuro migliore.

Nel corso del Novecento Il Quarto Stato è diventato icona delle lotte sindacali e del movimento operaio, utilizzato in manifesti, cortei e copertine di libri in tutto il mondo. Ma la lezione insita nel dipinto va oltre il soggetto stesso. A dimostrazione che l’arte può e deve confrontarsi con le grandi questioni del proprio tempo, unendo l’impegno civile a una ricerca tecnica e formale di ampio livello.

“Dipingeva con la lentezza di un affresco medievale e la scienza di un ottico moderno.”

Giuseppe Pellizza da Volpedo citazioni
Giuseppe Pellizza da Volpedo citazioni

Sebbene il suo capolavoro sia un’opera a carattere sociale, Pellizza è un pittore che va oltre questo sua rappresentazione, che per quanto emblematica non è la sola a dare la cifra del suo essere completo e poliedrico.

I suoi dipinti della campagna di Volpedo, come Lo specchio della vita o L’april dei morti, sono immersi in una luce vibrante tale che dà loro una dimensione quasi metafisica.

La natura non è solo uno sfondo, ma un organismo vivente che partecipa al ciclo della vita e della morte, in un’ottica di panteismo positivista.

I ritratti dei familiari, come quello della moglie Teresa, sono di una tenerezza e di un’introspezione psicologica profonde. Anche in questi soggetti intimi, la tecnica divisionista è utilizzata per indagare gli effetti della luce sulle figure, creando atmosfere sospese e contemplative.

Opere come Il sole (1904) rappresentano il culmine della ricerca luministica di Pellizza, dove l’allegoria della vita nasce e si rinnova grazie all’energia solare. Dipinto dal quale si evince la sua padronanza tecnica declinata in un vortice di luce e di colore.

“L’uomo per sua natura tende al piacere massimo e lo va cercando anche nell’arte.” 

Gli ultimi anni di Pellizza sono segnati da una profonda crisi esistenziale. La delusione per il mancato riconoscimento del suo lavoro (Il quarto Stato inizialmente è stato rifiutato e ignorato dalla critica ufficiale), unita a tragedie personali come la morte della moglie Teresa e del figlioletto, lo gettano in uno stato di prostrazione.

È il 14 giugno 1907, quando a soli 38 anni Giuseppe Pellizza si toglie la vita nel suo studio di Volpedo, lasciando un enorme eredità.

“Fede, forza, costanza, m’assistano nel cammino che intraprendo.”

Ponte tra il verismo ottocentesco, le avanguardie scientifiche del Divisionismo e le inquietudini del nuovo secolo, la pittura di Pellizza rappresenta la grandezza di un artista capace di fondere la tecnica scientifica del Divisionismo con una solida formazione disegnativa.

“Sento che non è più l’epoca di fare dell’arte per l’arte, ma dell’arte per l’umanità.”

 

Written by Carolina Colombi

 

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