“Feeling Good” di Nina Simone: il rito laico del Nuovo Inizio
Il nuovo anno è cominciato da pochi giorni. Il tempo dei bilanci è terminato: è ora di cominciare un nuovo cammino.

Quale modo migliore di iniziare il viaggio attraverso il nuovo anno con un proposito tanto semplice quanto magistrale: sentirsi bene, nonostante il bagaglio pesante di problemi, ansie e rimpianti che, nostro malgrado, ci portiamo appresso?
Allora diciamoci «mi sento bene» e chiamiamo a raccolta il sole, la brezza, i pesci, i fiori, il cosmo e il microcosmo a sostenere la nostra convinzione.
Eunice Waymon, in arte Nina Simone, nasce come pianista classica: disciplina ferrea, talento prodigioso, un sogno infranto da un conservatorio che non la ammette.
Dalla delusione all’invenzione: i club, il soul, il jazz, il gospel, il blues. Nina Simone non “interpreta” i brani, li riscrive con il suo corpo-strumento, trasformandoli in dichiarazioni identitarie.
Il palco diventa spazio politico: “Mississippi Goddam”, “Backlash Blues”, “To Be Young, Gifted and Black” raccontano la sua militanza per i diritti civili. Ogni nota è una postura, ogni silenzio una scelta.
“Feeling Good” nasce nel 1964 per il musical britannico “The Roar of the Greasepaint-The Smell of the Crowd”, firmato da Leslie Bricusse e Anthony Newley.
La svolta arriva nel 1965: Nina Simone lo incide per l’album “I Put a Spell on You” (Philips). Da numero di scena diventa rito collettivo, inno di rinascita che valica genere e contesto.
Con lei, la canzone cambia statuto: non più semplice “sentimento positivo”, ma affermazione esistenziale che mette radici nell’esperienza di chi ha conosciuto l’oppressione e sceglie la vita.
L’incipit trattenuto è una soglia. La voce entra misurata, quasi a farsi spazio, e prepara l’apertura trionfale del refrain. Archi vellutati e fiati squillanti disegnano un’alba sonora; la ritmica respira, alternando sospensione e slancio. La voce è percussione, carezza e ferita insieme. La Simone rallenta, allunga, scava nelle parole come se fossero pietre da incidere.
L’immaginario naturale: sole, brezza, creature, il ciclo del giorno che rinasce, non è decorazione, ma metafora: la natura sancisce ciò che l’umano rivendica, dignità, respiro, spazio.
Siamo a metà degli anni Sessanta: l’America è attraversata da tensioni razziali, speranze e ferite. In quel contesto, dire «mi sento bene» non è un vezzo edonistico, ma un gesto di emancipazione.
Per una donna nera, artista impegnata, quell’affermazione è un «io ci sono» che non chiede permesso. È un inno alla presenza, alla possibilità di fiorire nonostante tutto.
Da qui l’universalità del brano: chi ascolta non riceve conforto passivo, ma viene chiamato in causa. L’ascolto diventa un atto di responsabilità individuale: non consumo emotivo, ma presa di posizione. Accogliere questo canto significa interrogare il proprio modo di stare al mondo, scegliere consapevolmente quale postura assumere davanti al dolore, senza delegare alla musica il compito di lenire, ma accettando che apra una domanda etica sul nostro esserci.
Perché “Feeling Good” è la chiave giusta per l’anno nuovo?

Perché sostituisce l’ansia da performance con la cura: meno “fare di più”, più “stare nel mondo con maggiore cura”.
Non promette miracoli, propone una pratica: respirare, nominare la propria luce, difenderla.
Trasforma il Capodanno da countdown a rito laico: una soglia che si attraversa con consapevolezza, non un interruttore magico.
Il brano attraversa decenni e generi senza perdere forza semantica.
“Feeling Good” non è un amuleto, è un esercizio di presenza. Nina Simone ci insegna che il benessere non coincide con l’assenza di ferite, ma con la scelta di non identificarsi solo in esse.
Il suo canto mette in moto una fisiologia diversa: il corpo che vibra, la memoria che non viene negata, la voce che si alza per affermare possibilità. Se l’anno nuovo è una soglia, questa canzone è la mano che spinge la porta e ci accompagna oltre. Il resto, il passo quotidiano, la fedeltà alle nostre piccole luci, tocca a noi.
Written by Cinzia Milite

