“Biglietti agli amici” di Pier Vittorio Tondelli: una pressoché perfetta eternità?
Pier Vittorio Tondelli: perché ho scelto te e non una follia alternativa? Sono andato con il per nulla algido amico Algo a Sassuolo, alla 25esima edizione di festivalfilosofia, a sorbire una per nulla sobria lectio magistralis di Riccardo D’Iorio, simpatico ed esauriente docente, a proposito di Così parlo Zarathustra di Friederich Nietzsche, uno degli autori più infalsificabili della Storia. Confessai poi all’amico Algo che mi sarebbe piaciuto rileggere quel tomastro che avevo ingurgitato a 22 anni, senza capirlo granché.

Nel frattempo vorrei inviare tutta una serie di Biglietti agli amici, tipo quelli come te, Pier Vittorio Tondelli, persona che vorrei così tanto incontrare! Ma non ho mica fretta, ti giuro. Ogni azione è dettata da volontà antitetiche, anche le tue, le mie, quelle di Federico, di Riccardo e di Algo. Non importa cessare di vivere in quest’antinomia, che sembra così inevitabile, ma saperci convivere, dopo averla accettata con l’accetta, per poi curare la necessaria ferita con dell’acqua ossigenata, che non fa gemere, come invece l’alcol.
Ora siediti di fronte a me, e fissiamoci negli occhi. Non ridere, però, ché mi metto a urlare.
Ti confesso, amico mio. Ho letto i tuoi biglietti senza capirci granché. Una cosa simile m’è capitata con quel capitolo del romanzo Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan, che si snoda da [280] a [355], che ho interpretato in modo ancor meno che i tuoi ameni bigliettini. L’importante, non tanto nel leggere, ma nella vita, è percepire, più ancora che capire, l’essenza dell’assenza: del non percepibile.
Immagina d’essere sul terrazzo a Marina Canpagna, stai fissando quel bel Capo d’Ascea, e una brezza leggera t’accarezza e tu non la capisci, ma tu la senti e l’ami. Pensa a quegli enormi quadretti di Gaetano Chierici. Scene di vita di bimbetti per lo più scalzi, che si dilettano a giocare con un pulâster, un pît e soquânt pulşèin: un pollastro, un tacchino e alcuni pulcini. Che bello e che incapibile che è. Capire significa afferrare per il kàpe, il manico. Quell’anziano signor Gino della mia infanzia soleva peregrinare in giro col suo carretto e, ogni tanto scorgeva un oggetto che pareva chiamarlo per nome, e se poi lui gli chiedeva: vieni con me?, e quello non diceva di no, se lo riponeva con affetto nel carretto (una rima che si sbaciucchia!). Così egli ca(r)piva un sacco e mezzo di cose, e tornava la sera col carretto pieno. Aveva associato a sé tanta di quella roba che non ci stava più in cantina e in solaio. La metteva perciò nel cosiddetto rifugio, che era condominiale ma che nessuno frequentava più da quando s’era conclusa la guerra. Morendo, tutta quella roba l’ha lasciata là. Hai ca(r)pito? Capire è carpire, appropriarsi. Ed è saper render, se sei una persona generosa (come da sempre sei tu).
Nemmeno io la voglio tenere per sempre con me. Che cosa? La tua gentilezza, la tua scrittura. Oppure sì, ma come idea, non come greve fisicità. Che vorrei distribuire agli amici. Leggere è fingere di moltiplicare per poter condividere, come fece quel bel tomo con quegli ecumenici pesci.
Un giorno mi dirai perché qualche biglietto è in corsivo, qualcun altro no. In corsivo è quello che scrivi a E.R.: “Ma io volevo baci larghi come oceani in cui perdermi e affogare, volevo baci grandi e baci lenti come un respiro cosmico, volevo bagni di baci in cui rilassarmi e finalmente imparare i suoi movimenti d’amore.” – che bello!
Oh, mio amato Pier Vittorio Tondelli, in arte (per me) PVT, non potevi togliere quella M maiuscola e quel puntino finale. No? E vabbè! Sei tu lo scrittore!
Qualcuno mi ha detto che tanti biglietti li hai mutati, tolti, rimessi, ritolti, aggiunti di nuovo. Nella vita si giunge talvolta al culmine dell’operatività. Dopodiché s’inizia a declinare verso l’occaso. L’occaso rende l’uomo libero da condizionamenti e da timori esistenziali. E tu ormai non temi più alcuno, beato te. Chi scrive raschia e rischia. Ma tu ormai te ne freghi. E fai bene!
Non capisco ma accolgo con animo lieto la disamina che fai tra “Angeli e Pianeti che governano l’Ottava ora del Giorno” – nonché tutte le irrimediabili altre. Le infilo nel sacchetto dove solgo stipare le cose che non comprendo, e che ormai è pieno zeppo, ma anch’io me ne impipo…
Altri biglietti sono in carattere tondo, come questo dedicato a S.Z. – che non riporto, forse perché è in inglese e non voglio essere bacchettato sulla mia capa dalla Mia Grande Capa. Non ne cito altri. Resteranno lì esattamente o più o meno: la fisica Lisa Randall, in Bussando alle porte del cielo, o in Passaggi curvi?, nega l’assolutezza in alcuna misurazione, semmai l’accuratezza e tu, Pier Vittorio, che bel nome che hai!, prossimo mio, nato sei… accurato… e mai del tutto esatto, per fortuna!
Aspetta! A F.W. scrivi: “… Quando era giovane non aveva la scrittura e era solito dire agli amici: ‘I paesaggi, le città non mi interessano perché non li posso far miei. Non li posso mangiare.’” – perciò mi sporgo da quel terrazzo di Marina Campagna solo dopo aver desinato: sotto il sole; o cenato, col sole che ora geme e quasi singhiozza, essendo ormai calato.
Scrivi ne Biglietti agli amici (a L. M.): “Ho bisogno di raccontare, di far trame, di scardinare i rapporti fra i personaggi…” – anche quella Jennifer Egan ha tale necessità. E poi: “Il fumettone mi va benissimo…” – e tale pare quel di lei bastardo d’un tempo – e poi lanci l’idea, che t’ha reso famoso e assurdamente un po’ inviso: “… Rimini, molto chiasso, molte luci, molti cafè-chantant e marchettari…” – a proposito, vorrei tanto chiedere a te e a Ermanno Cavazzoni se è giusto negare a quella e la materna e eufonetica d. Eh!
A M.V. ti scappa scritto: “… cercavo solamente grandi burrasche emotive. Questo per me era l’unico modo di amare.” – lo vedi: … asche emo…, qui non è richiesta la d!
E perché non l’amor sacro e imperturbabile? Chissà se quell’olimpico di Johann Wolfgang von Goethe la pensava più o meno così…
Scrivi a C.B.: “Quando nasce l’uomo è tenero e debole, quando muore è duro e rigido.”: questo forse urlerebbe la sua sconvolta consorte! Lo stesso capita alle rame della fica, che sarebbe il fico in marinacampagnese: La fica quando è jovine è delicata, quando è becchia va innanzi e arretro! – dondola un po’: questo rivelò nel corso di una cena lo zio Raf.
Poi, a C.C.B., in corsivo, narri del “dolore dell’abbandono” che “si perde e si infiamma nel dolore primario” – poiché al secondo non si sa se poi c’arriva. Acutamente delizioso sei, a dire che: “È una catena di dolori antichi…” – per cui ci si è forse abituati, no? No? No!
Dici a L.F: “Solo l’amore mi lega alla vita, alla realtà, alle voglie e quindi ai discorsi…” – il solito, vecchio, infuocato e perennemente entropico kam’a, da cui kāma sūtra: ma quante volte non ne abbiamo parlato ma avremmo di certo gioito nel farlo?
A G.V., in corsivo, spari: “Le volte che mi sei mancato… oh, non per la lontananza, ma proprio per la diversità nel sentire…” – quando la diversità nasce da un concorso di colpe, che o le accetti o le accetti (usando sempre l’accetta). Scegli per lo più d’amare l’anima gemella, che per metà t’è incompatibile, sennò poi finisci per annoiarti. Ah!
A pagina 107 de Biglietti agli amici il curatore rivela il perché alcuni biglietti sono in corsivo. Finalmente ho svelato l’enigma! Ma io sono un lettore egoista e silente, se non lo fossi sarei un fine e discorsivo dicitore (come quel Riccardo). Lo scrittore ha un’anima altruista. Il lettore è più sparagnino. Pensa soprattutto al proprio tornaconto.
Nelle Note al testo del curatore Fulvio Panzeri si parla tanto di quel mostro: il Tempo. Ci vuole il suo Tempo a leggerle. Da tutto ciò emerge: “una scoperta dell’‘unità di misura del tempo’” – chissà che cavolo mai sarà…
Siamo tutti quanti degli oggetti, degli esistenti, caduchi e poi silenti. Ah. Capito.
Quando solco la strada che conduce a Correggio, molto prima però: all’altezza delle Cantine di Gavassa, rasento quel cortile sottostante che, quand’ero piccirillo, mi pareva profondissimo, tanto che avevo paura di cascarci dentro. E mo’ mi fa appena un po’ sorridere e… fischiettare.
Tali sono i tuoi “biglietti agli amici”, dice Fulvio, che, tutti insieme, “compongono un libro che, in qualche modo, rappresenta e indica...” – quel che ho testé scritto, e che perciò non scadrà più.

Fulvio accenna poi al consueto problema: “l’intima relazione di scrittura” che tu, per esempio, amico mio, stabilisci con “l’autrice austriaca”, quella Ingeborg Bachmann di cui lessi, diversi anni fa, Tre sentieri per il lago. Ne ho in casa un altro, dei suoi tomini: proprio quello che voi due solidali citate, e a cui (forse) attingerò: Il trentesimo anno. Grazie, Fulvio. Grazie PVT.
Infine, si fa per dire, v’è l’accenno a quel “Peter Handke – uno scrittore che procede con quell’intenso lume di scrittura e di interiorità: “che mi ha colpito molto” – sono parole tue, Pier Vittorio, riportate da Fulvio e ora da me.
A quel me a cui ora tocca cercare l’handkiana Storia di una bambina, che finirò fatalmente per ingoiare dopo aver già ossidato le mie membra leggendo Il mio anno nella baia di nessuno.
PVT: tu hai troppi grandi amici! Spero che tu legga un bel dì questo mio frastornato biglietto.
Così scrivesti: “Vorrei fare altri libri come questo. Prose concluse in poche righe, che abbiano un loro suono, una loro voce.” – ci sto.
Quando?
Tu scrivi e io leggerò.
A ognuno le sue funzioni, mio ameno amichettone.
Dai che… morendo, ce l’hai fatta a ottenere quella Sobria Luce che brillerà per una Pressoché Perfetta Eternità.
Amen!
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
Pier Vittorio Tondelli, Biglietti agli amici, Tascabili Bompiani, 2001

