“All Things Must Pass” album di George Harrison: l’anima dei Beatles

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“Sunrise doesn’t last all morning/ A cloudburst doesn’t last all day/ Seems my love is up/ And has left you with no warning/ It’s not always gonna be this grey// […]” ‒ “All Things Must Pass”

All Things Must Pass album di George Harrison
All Things Must Pass album di George Harrison

“All Things Must Pass”, uscito il 27 novembre 1970, è migliore dei primi lavori di Lennon o McCartney? Assolutamente sì.

Il mio Beatle preferito è sempre stato George Harrison. Fan dei Fab Four fin dalle scuole medie, ricordo me stessa andare a scuola a piedi canticchiando “Eleanor Rigby”.

In classe, ogni giorno si accendeva la solita disputa: le mie compagne si dividevano tra John e Paul, nessuno, povero Ringo, lo sceglieva mai, mentre io mi beavo nel dichiarare che il mio preferito era George.

Paul è il cervello, John il cuore, ma George è l’anima”, dicevo. E aggiungevo, un po’ vanitosa: “Ha i miei stessi denti storti”.

Ascoltando “Abbey Road” da bambina, ero sempre più affascinata da “Here Comes the Sun e Something” che dalla maggior parte delle altre canzoni. C’era in Harrison qualcosa di calmo e sereno, come se avesse tutto sotto controllo anche nel caos dei Beatles. Così, quando nel 1970 la band più grande del mondo si sciolse, ognuno prese la propria strada, ma George, più di tutti, sembrava finalmente pronto a trovare la sua.

Il trionfo dell’anima silenziosa

Molte delle canzoni di “All Things Must Pass” erano state scartate dai Beatles, vittime della presenza soffocante del duo Lennon-McCartney. E allora, cosa fai quando la tua voce non trova spazio nel gruppo più famoso del pianeta?

Pubblichi un triplo album. E non solo un album immenso nella quantità, ma sorprendente nella qualità.

“My sweet Lord/ My Lord/ Mmm, my Lord// I really want to see you/ Really want to be with you/ Really want to see you, Lord/ But it takes so long, my Lord// […]” ‒ “My sweet Lord”

“My Sweet Lord”, nonostante l’accusa di plagio, è un inno spirituale commovente, un canto d’amore verso il divino, qualunque forma esso prenda. “I’d Have You Anytime”, “Isn’t It a Pity”, “If Not for You”, “Let It Down”, “Beware of Darkness” e la title track sono brani che rivelano un talento compositivo profondo, maturo e spesso sottovalutato. Harrison aveva molto più da dire di quanto i fan dei Beatles avessero mai immaginato.

Il mio pezzo preferito, però, èWah-Wah”. Una canzone enigmatica, attribuita di volta in volta all’alcol, al suono della chitarra, o ai Beatles stessi, forse persino a Paul. Il suo significato resta volutamente vago, sospeso tra ironia e malinconia. Come ogni vera opera d’arte, vive nelle orecchie di chi l’ascolta. Forse è anche per questo che Paul sembrava un po’ a disagio durante il Concert for George.

“Wah-wah/ You’ve given me a wah-wah/ And I’m thinking of you/ And all the things that we used to do/ Wah-wah, wah-wah// […]” ‒ “Wah-Wah”

George Harrison citazioni All Things Must Pass
George Harrison citazioni All Things Must Pass

Un’opera senza tempo

C’è troppa musica in “All Things Must Pass” per racchiuderla in una sola recensione. Ma posso dire questo: George Harrison, che ricordiamo è deceduto il 29 novembre 2001 a Beverly Hills, è stato un cantautore, chitarrista e spirito creativo di straordinario talento. Questo album è uno di quei rari momenti in cui l’ispirazione, la libertà e la grazia si incontrano perfettamente.

Riascoltandolo oggi, non c’è nulla di datato: nessun senso di “anni ’70”, di pantaloni a zampa e capelli lunghi. “My Sweet Lord” e “Wah-Wah” suonano ancora alla radio, nei negozi e nei bar, e ogni volta sembrano nuove, eterne.

La chitarra di Harrison brilla, la sua voce accarezza, e ogni nota sembra portare con sé un messaggio di pace. Per me, “All Things Must Pass” è la prova definitiva che George Harrison non era “il terzo Beatle”, ma l’anima del gruppo. E quando l’anima finalmente parlò da sola, il mondo si accorse della sua luce.

 

Written by Cinzia Milite

 

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