“Cinque più uno” di Giuseppe Benassi: un noir incompiuto?

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“Cinque più uno” è l’ultimo romanzo di Giuseppe Benassi. Come ogni scrittore che si rispetti, Giuseppe è sempre lo stesso e, insieme, ogni volta diverso da quel che pareva nelle precedenti opere. Qualsiasi accertamento ispettivo svolto nei confronti di un autore è falsificabile, essendo il frutto di una teoria scientifica.

Cinque più uno di Giuseppe Benassi
Cinque più uno di Giuseppe Benassi

In ogni lettura non manca mai una componente religiosa, né dimostrabile né rinnegabile in modo assoluto: come nella venerazione dei santi. Difficile è capire perché ci si senta più legati a San Francesco d’Assisi o a all’omonimo da Paola. È un fatto casuale, esistenziale, per cui consiglio di porre attenzione prima di far gli auguri a chi si chiama in tal modo.

Che dire dell’avvocato Leopoldo Borrani? Vorrei essere suo amico? Gli affiderei il compito di svelare un mistero che mi tormenta? Avrei fiducia in lui? Matilde non si è posta, credo (!), la domanda, prima d’urlargli: “Leopoldo mi devi aiutare!” – senza nemmeno la virgola, tanta era l’urgenza. Leopoldo è un uomo dal cuore tenebroso (e buono). Non candido, né innocente, ché talvolta egli è malevolo e simulatore. È un amico, però. Che (quasi) di certo cercherà d’aiutarla.

Cosimo Erba, un avvocato livornese coetaneo di Borrani…” – marito di Matilde – “… era stato trovato ucciso con un colpo di arma da fuoco alla fine di…” – essendo giunto al culmine del suo percorso esistenziale. Era la sua fatidica ora.

“… Borrani era fatto così…” – ognuno è fatto a modo suo. Borrani, come tanti, ha un’anima doppia: “Se diceva qualcosa di gentile, se compiva qualche gesto di bontà, doveva per forza…” – recarsi d’un balzo dall’altro emisfero dell’anima, e poi “… rimediare subito con un dispetto, una piccola cattiveria…”

Che sia l’anima livornese a essere siffatta? L’anima, ovunque, è per lo più duplice.

Per comprendere il titolo Cinque più uno, occorre specificare che, conversando con la donna, Borrani scopre che i sospetti sono cinque. E poi, d’improvviso, brutto ma schietto, sbotta: “cinque… più uno…” – la sesta è colei che ha richiesto il suo aiuto. E, “in un soffio”, Borrani gliela getta in faccia, ‘sta battuta. Matilde non ringrazia. O non ha colto l’ironia, oppure sta pensando al suo uomo ucciso. Erano davvero una coppia bene assortita: lei: “ancora bella” – lui: “sempre brutto” – insieme, parevano felici.

Giuseppe, l’autore de Cinque più uno, somiglia a Leopoldo. Non è uno che te le manda a dire: “Va bene che si era a Venturina, gran brutto paese…” – al che mi vien voglia di cercare il paese su linea. È una frazione di un altro comune. Potrebbe rientrare nella mia collezione di paesini sconosciuti fino a ieri l’altro. Ineffabile, pare. E senz’altro è. Se l’uomo, come diceva Agatha Christie, nella sua eterogeneità, è lo stesso dappertutto, lo sono pure i paesini. Uguali e diversi a modo loro. Duplici. Un killer lo è. Una sua parte è innocente. L’altra, orrida, alla fine ha prevalso. Il fato è una questione di casualità.

“… camminando per quelle strade, Borrani cominciava a capire perché Cosimo avesse voluto andare a vivere lì…” – teoria scientifica, incerta, revocabile, dubbia – “Uscire dal tempo: ecco, forse, la chiave.” – potendo tornare allo ieri, riavvolgendo il nastro del passato, ogni fatto risulterebbe più chiaro. Con una pur lieve, impalpabile, ombra di mistero. Ma iniziamo il percorso! Il romanzo Cinque più uno inizia un giovedì, allorché “Si odono due spari, e l’uomo…” – colui che fu Cosimo – “… colpito alle spalle, cade a terra”. Venerdì Matilde chiede aiuto a Borrani, che accetta. Sabato inizia la sua ricerca. Le sezioni sono brevi, i capitoli ridotti all’osso. All’autore e all’investigatore interessa arrivare al dunque, senza perdersi in sinfonie. Fuorvianti sono i rumori di fondo, di quella stramba domenica: “… forse, una giornata di caos ebetefrenico…” – vocabolo da infilare nella sacca, dopo averlo accuratamente verificato… – “… era necessaria per…” – per consentire a Borrani di andare dov’era giusto che andasse: in avanti. Mi domando se i protagonisti di una storia si sentano pedinati dal lettore, specie quando, a loro volta, sono sulle tracce degli altri personaggi.

I colpevoli sono ora sette più uno: ho aggiunto Borrani e il sottoscritto. Sette più uno in cerca d’autore. Chi sarà l’ottavo? Lunedì Borrani definisce l’amico ucciso “un ‘Maledetto toscano’” – e al gruppo si aggrega ora Curzio Malaparte.

A pagina 73 de Cinque più uno (sia chiaro che s’è allocati in una finzione narrativa), egli si stupisce “ancora una volta, e non era certo la prima, della capacità delle donne di apparire, e forse anche di essere, diverse…” – da quel che si è e non si è, quasi fossero loro le voci amorevoli delle altrui esistenze. Matilde pare a Borrani un’inattesa signora, che, all’improvviso “sembrò finalmente svegliarsi dal suo stato catatonico…” – facendovi precipitare, per una serie di attimi fatali, il suo interlocutore. Paiono scene teatrali, da cui Borrani esce frastornato, nonché desideroso di dirle un che d’importante, ma sta già scendendo le scale e di “tornare di sopra”, lui, “non ne aveva punta voglia”: poco aveva a che fare con l’indagine, sennò, forse, si sarebbe sacrificato.

Altri compiti cogenti lo attendono, tipo andare a sentire la “segretaria” di Cosimo. La quale gli svela una preziosa banalità: più che innamorata, per Matilde “Forse la parola giusta è ‘devota’.” –  quasi religiosamente, i due s’erano legati fra loro, dopo essersi scelti. Stavano insieme, non potendo più permettersi d’essere svincolati l’uno dall’altro (in questa vita). Il Sommo Pontefice era lui, Cosimo: Un uomo che prendeva decisioni improvvise, e non dava spiegazioni a nessuno. Si faceva così e basta…” – il che valeva per tutti, in primis per Matilde. Ma quando un umano, single o no, si pone di fronte a un’autorità nazionale o internazionale, che diventa pre-potenza, tipo quella che colpì il mondo nel 2020, di cui il tacere è bello, che può fare? Può entrare in trincea e “fare battaglie civili…” – dall’esito incerto.

Ma ora siamo giunti a martedì, ove, nella storia, s’affacciano altri due sospettati: di uno vorrei indicare il soprannome, ma m’astengo, per pena. Dell’altro dico che è “un buzzone stranamente somigliante a Letame” – cavolo, m’è scappato! A scrivere diventa difficile non comportarsi da veri “Mambrucchi!”: l’ideale sarebbe riuscire a osservare le cose senza dire a.

“Bruno Puccioni” – il cui cognome è decisamente toscano – è un colpevole ideale: di mestiere è “becchino” e, senza fare cerimonie, egli “Squarta, fa scolare, butta i visceri in una cassa, seziona i pezzi, spella e divide…” – per ogni pezzo di carne trova la sua allocazione. Ed è ora mercoledì: primo flusso di coscienza, di un certo Zoran, il quale beneficiò a suo tempo di un’insindacabile decisione di Cosimo. Ovvio.

Dopo ‘sto sfiorato spoiler, si è sbarcati a giovedì, allorché si narra di una persecuzione da parte delle autorità ai danni di Cosimo, colpevole di essersi ribellato alle limitazioni delle “libertà personali” – causati dalla pandemia. Spunta poi un angosciante personaggio, “Ermanno Nannetti Grosseto Uomo Agitato Pericoloso” – pure lui oppresso dal fenomeno sociale più rilevante di quei mai dimenticati anni. Nannetti era un “hikikomori” – e se anche tu lo sei, i particolari li andrai a vedere su linea… oppure on line… se preferisci. Che nulla cambia. La situazione precipita. Si giunge Poi, a giorni distanziati: Borrani si sentiva entangled, aggrovigliato, correlato all’anima di Cosimo che pareva quasi “dall’aldilà o ovunque egli fosse” – bramoso di comunicargli qualcosa che somigliasse alla verità: “Era come se, per una misteriosa chimica, si fosse fuso con lui.” – come se si rimirassero a vicenda, tipo quei due neutrini di Ettore Majorana, riflessi in uno specchio, uno dei quali proveniente dal futuro.

A pagina 117 de Cinque più uno, la storia è sospesa – poiché, a fare l’occhiolino, c’è quella del Futuro – su cui sorvolo, anzi no. Mi limito a citare la frase trita, ritrita e m’auguro falsa, che colgo a pagina 121: “La scadente umanità che aveva distrutto il pianeta era finalmente perita.” – morta una genia se ne fa un’altra. Come nel romanzo di Pierre Boulle Il pianeta delle scimmie. Un’altra specie pelosa prenderà un bel dì il potere. Andrà peggio? Oppure meglio? Cosa potrebbe cambiare?

Un popolo eletto può essere negletto, e poi rieletto a furor di se stesso.

Quanto leggo a pagina 121 mi fa temere un’ovvietà: l’umanesimo (il più assurdo degli -ismi) è una forma di razzismo. Si pensi a Cartesio, per cui i cani erano robot privi d’anima. Mi chiedo che ne penserebbe di ciò Phoebe, la mia pelosina ibrida di yorkshire e di beagle. Lei s’immagina così umana! Poveretta! Io sogno un mondo di canidi che potrebbero adottare esemplari selezionati di noi Maledetti Umani!

Giuseppe, i tuoi personaggi sembrano agenti di quell’Universo Orrendo di cui diceva Pier Paolo Pasolini. Nessuno di loro è esente da pecche, vizi, difetti imbarazzanti. Forse non lo è nemmeno colui che li descrive. Né chi ora vi sta tutti, uno alla volta, giudicando. Ti chiedo, autore, se siamo tutti esemplari della medesima razza, oppure se alcuni di noi siano appartenenti a un’altra genia. T’avverto che sto leggendo da alcuni giorni La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe. Non sto alludendo al colore della pelle o alla fede ideologica, ma all’altrui vizio d’esistere a modo suo. Non v’è nel tuo romanzo alcun personaggio che somigli né a Eva, né a quella scricciolina di Topsy. Né ad alcuno di quegli ameni spacciatori d’umani. Mi mancano sia le une che gli altri. La mediocrità ha però un suo fascino, che atterrisce.

Si accende d’incanto uno spoiler: il Capitolo 42 s’intitola Sarà incesto oppure no? Flusso di Matilde. Flusso di Zoran. L’amore è un flusso che, non meno dell’acqua, come soleva dire il mio idraulico, vuol sempre aver ragione Lui. E Lei. E Loro.

Oppure, l’autore ne offre tanti altri. A discrezione. E il buon lettore li ingurgita, interi, intensi, e per fortuna brevi, tutti quanti. Né può esimersi. Oppure: quel tipo, che era già spuntato a pagina, sì, lui, oppure no? Oppure: Da prendere con cautela la rivelazione di Mizzu, il quale è pelosamente innamorato del suo “padrone” – e chissà se… Bau! Grr!  L’ennesimo oppure consiste di due righe e poco più. Non si capisce chi sia l’ispiratore, l’ipotetico faker. Senza flusso, però. Il successivo oppure è allorché risorge per un attimo Ermanno Nannetti e le sue galline. Anche lui con un flusso regolare. Nulla da eccepire a riguardo. C’è l’ultimo oppure, che sia il definitivo? Sì, ma è vuoto. Chi lo colmerà? Nessuno, mi auguro.

Secondo la fin troppo citata Agatha s’ammazza per tre motivi, che non sto qui a ripetere per la diciassettesima volta. Porterebbe la seccia. Che, ad Amalfi, è il nero di seppia, la disgrazia.

S’ammazza il prossimo per passione, più che per calcolo razionale. Quando si uccide non serve alcuna spiegazione logica. Il delitto è un rito religiosamente inevitabile. Che diventa poi irrefutabile, irrevocabile, indimostrabile, se non per gioco, per caso, per necessità d’archivio. Quando l’uomo fa fuori se stesso, non si riconosce simile a lui. Nel farlo, egli è convinto di eliminare l’antagonista. E che riuscirà a farla franca, in un qualche, assurdo, modo. Uccidere è un pavesiano vizio assurdo.

Quando seppi delle vaccinazioni alla gente della mia età, avvertii alcuni miei coetanei. Molti mi ringraziarono. Uno mi disse che mi reputava una persona intelligente, solo che ti facciano firmare un documento che li esonera da qualsiasi responsabilità non ti sembra strano? …mi prende tanta angoscia perché mi ricorda il periodo naz…

Eredità di quel periodo, per chi più e per chi meno, è una specie di acufene psichico, una radiazione cosmica di fondo misteriosa ed eventuale. Né antica né attuale. Fortuita e maledettamente probabile.

Da quanto narra la Storia (l’amabile e borghesissima Signora con la S maiuscola) pare che non sia mai esistito un assassino o un responsabile di genocidi che sia campato più di 167 anni: sto ora leggendo La banalità del male di Hannah Arendt. Chiunque sarà prima o poi ridotto in brandelli da quella mostruosa Natura che lo creò e l’ispirò.

Chi è il definitivo colpevole? Che sia un Nume che se ne impipa di noi? Oppure che ci ama a modo suo? Oppure? Nulla c’è di definitivo. Né la religione né la fantasia. È un caos maligno, verso cui precipitiamo.

Chi è la bestia che meglio teorizza l’eliminazione fisica del suo simile?

Erano cinque più uno. E poi forse sei, sette, otto miliardi. E più. And Then There Were None – tanto per citarti, per l’ultima volta, la tenera e ispida Agathina.

Mi duole tanta carenza di fede, di speranza e, conseguentemente, di carità. Il problema è aggravato dal fatto che il tuo racconto è assai ben narrato, con espressioni puntuali e appropriate. Oppure: dimmi la tua, Friedrich Dürrenmatt. E non lasciare, come spesso ti capita, il discorso appeso, com’è tua costumanza! Oppure?

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Giuseppe Benassi, Cinque più uno, Transeuropa edizioni, 2025

 

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