“Eureka Street” di Robert McLiam Wilson: un tarassaco esplosivo?
Avendo stipati in casa oltre 3000 libri che attendono, alcuni da decenni, d’essere letti da me, senza che al momento mi senta spronato a farlo, mi chiedo perché sia venuto il turno di Eureka Street di Robert McLiam Wilson, bel tomo che ho appena acquistato a un mercatino di Correggio. Boh! Forse perché, semplicemente, un amico del rivenditore, per caso e per necessità, disse che Eureka Street era uno dei libri più belli che avesse mai letto. In casa ho i capolavori di John Milton, di Torquato Tasso e, con ogni probabilità, la più gigante opera di Johann Wolfgang von Goethe che, in teoria ma non in pratica, avrebbero la precedenza. Invece no, mi sono recato con la vista e la fantasia in quella Belfast dei primi anni ‘90, svicolando tra un attentato all’altro, e alla fine ce l’ho fatta a non saltare in aria, a concludere il libro e a iniziare, come mia costumanza, la presente reazione.

Una parte del merito l’ha avuto anche una signorina che non conosco, simpatica tra l’altra, che aveva scritto anche lei una reazione letteraria al romanzo, un po’ nel mio stile (e io ora nel suo), narrando il perché l’aveva letto, riportando commenti per me preziosi, invogliandomi definitivamente alla lettura. Inoltre, sono fresco reduce da Le ceneri di Angela, ambientato (anche) nell’Irlanda, del Sud però. Se il Kósmos non fosse così ingarbugliato, so entangled, non avrebbe senso navigare da un pianeta esistenziale all’altro, da un’Irlanda all’altra, e non avrebbe senso leggerne i referti antropici.
Perché ho letto Eureka Street? Perché sì. Perché ho attestato la sua onda (in apparenza) ineffabile e la sua particella è (goffamente) precipitata sul mio sofà.
Il primo dato fisico è: Eureka Street consta di 19 capitoli, 8 dei quali sono in prima persona. I rimanenti sono narrati da chissà chi (da un horcrux dell’autore?). Anche quegli 8 lo sono. La scrittura permette ciò.
Ieri ho parlato con un ex brigatista di nome Tonino, il quale m’ha detto che al momento non dipinge quasi più, non in quanto ha 82 anni, ma perché non si sente più ispirato. La pittura, la musica e tutti i linguaggi non verbali hanno bisogno dell’ispirazione. Anche la poesia lirica, gli ho detto, e lui ha fatto sì con la testa; e se n’è andato poi chissà dove. Oso dire: anche la logica matematica, la fisica teorica, e tutto il corpo delle umane scienze, così indecidibili e strambe, ma mi sono frenato. Il discorso si sarebbe infuocato all’istante.
Tonino è un uomo che pare stanco, ma è assai battagliero quando urge esserlo. L’ammiro non per quello che ha fatto, ma per quello che è diventato. Un uomo saggio, e a volte scoppiettante. Ma non ha mai ucciso nessuno. Dice. E gli credo.
Eureka Street, Robert, è similmente scintillante, a prescindere dagli attentati terroristici che vi sono descritti. Preferisco quegli 8 capitoli in prima persona. Anche gli altri sono notevoli. Ma quegli 8 mi sono entrati subito nell’anima. Tento ora di capire perché. Non sarà facile. M’aiuterai?
In questi giorni sto pure leggendo Pao Pao di Pier Vittorio Tondelli. Tutt’altra ironia, più svaccata, direbbe Gianni Celati, più lenta, però. Più autodistruttiva? La tua è più icastica, esplosiva. Tu sei più dirompente: miri però alla ricostruzione. PVT è ozioso, indolente. Rassegnato? Sofferente?
A pagina 46 segno per la prima volta l’euforico termine, “Eureka Street” e idiotamente lo farò anche coi prossimi. Perché? Verso la fine del romanzo lo capirò.
Ora lo so, ma tengo per il momento celata la scoperta.
Scrivi, a pagina 66: “Come tutti gli abitanti di Belfast, vivevo alla giornata, senza nessuna certezza, alla fine rimanevo, ma senza esserne convinto.” – anch’io resto ogni dì un po’ dubbioso e mi chiedo Perché mai? Chiamalo, se vuoi, esistenzialismo. Si esiste senza arguirne il fine. Né la durata del conato. Si esiste e poc’altro. O, quel poco, a cui non s’intende rinunciare, rende succosa la faccenda.
“Talvolta, di notte, la abbracciavo mentre dormiva, in preda a un eccesso d’amore…” – se un amore non svacca (celatamente), significa che sta smorzandosi, forse qualcuno non sta più pagando la bolletta.
“… Se avessi avuto una cerniera sulla pancia, l’avrei aperta per infilarci dentro Sarah e richiudere. Non riuscivo mai a stringere abbastanza.” – ricordi così distanti che paiono mitici. E già a pagina 78 vedo sorgere come se fosse un Dio Ra l’io egoista. Anche tu lo scorgi, e ne soffri, senza però dirlo espressamente.
“Ecco il mio grande segreto: sono tremendamente superficiale.” – il mio non te lo voglio dire, ci devi arrivare da te. Poi parli della tua “infanzia” – che definisci brutta. E della tua “adolescenza” – che fu “così terribile” – che coincide con quella di Robert, lo sai? Non a caso!
Un accenno ora della faccia di Robert, che quasi ammica dalla quarta di copertina. Visetto buono e arguto, un po’ triste e un po’ no. Uno che ha patito e gioito. Forse più si patisce più si gioisce con meno. Ora lui è un autore di successo. Una volta, come te, fu… ok… non voglio spoiler nel mio locale! Noie… diceva Nicola Arigliano. Eppure… scrivere e leggere sono problemi che tu enumeri uno a uno… Non ne perdi di vista uno, non ne scordi mezzo.
Parli di “un copriletto così verde” – speranza? L’ho segnato perché ho appena letto La casa verde di Mario Bargas Llosa. Senz’altro per questo. Scrivi: “Forse un copriletto verde non è chissà che, ma mi aveva fatto capire che mi mancava qualcosa…” – un che d’essenziale, che t’auguravi. Te lo auguro, mio piccolo, innocente e fragile Romeo.
Il tuo amico del cuore, Chuckie, abitava “in Eureka Street, un quartiere così smaccatamente popolare…” – così vivibile per chi non è abituato ad altro. A me quel Chuckie non piace troppo. Lo sento diverso da te e da me. A lui va tutto bene, perché, come le spara lui, manco Tex Willer! Non è né sarà mai un mio maestro, tu sì, anche bidello se vuoi, diciamo personale non docente, ma in cui riesco a rispecchiarmi. In lui no. Non è cattivo, ma egoista sì. E pure riuscirà ad amare qualcuno. Mistero della fede!: “… aveva sempre vissuto in Eureka Street ed era conosciuto soltanto per il suo girovita e per i suoi amici cattolici…” – lui che era dall’altra parte della barricata, ma in realtà se ne fregava della religione, altro contava per lui: avere successo, fare soldi. Aveva il mito delle personalità famose… a prescindere, come direbbe il savio Totò. Io e te no. Anche se… okay ne parleremo poi. Un bel dì.
Intanto scrivi: “Accesi un’altra sigaretta e sospirai. Stavo facendo colazione al bar dello Schifo (giuro che si chiama così…” – se vuoi, più tardi, ci vediamo lì.
A pagina 167 accenni vagamente (scherzo!) a quella “cosa drammatica” che succede dalle tue parti, fra i “nord irlandesi protestanti (scozzesi)” e quelli “cattolici” – alle prese coi loro settari guai. Agatha Christie, inglese (della Cornovaglia), diceva che l’uomo è uguale dappertutto: nel suo egoismo, intendeva.
Interessante ciò che dici dell’“odio”: deve avere due testicoli grossi, assai più dell’amore. A pagina 169 salta fuori quel modo di dire schifoso ma al contempo spassoso, che ripeterai spesso, detto da tanti, oltre che da te. Che ovviamente non riporto. Basta ingurgitare il libro.
Amo in te la tua eiröneia, la tua capacità di finzione, che spargi ovunque, per esempio a pagina 180: antifrasi, metafore, perifrasi sconclusionate, quel che i reggiani chiamano masêdi, ammazzate. Spesso assai shocking…
A pagina 187 de Eureka Street trasformi un tuo attacco d’odio in una minzione-finzione, che dà l’idea. Sei terribile quando dici: “… avevo deciso di combattere l’egoismo della libidine, dopo aver concluso che la miglior scopata della storia non vale dodici secondi di infelicità di qualcun altro.” – sei da stringerti al petto con la violenza necessaria ad ammazzarti. Per eccesso d’affetto. Ovvio.
Le dicesti: “Aoirghe, non scoperei con te neanche se avessi un milioni di…” – …e non si deve aggiungere null’altro, ma solo trasvolare altrove, grazie a loro.
Incontri il dodicenne “Roche”, che è il tuo alter ego. Come tu lo sei di Robert. La vita è una serie infinita di sfigati similmente sofferenti, io mi piazzo al 672.888.321° posto.
Possibile che a Belfast esista ‘sta fantastica “Poetry Street”?
I capitoli neutri, con quel Chukie e le sue fortune, hanno il compito di tediarmi leggermente.
I tuoi m’agitano.
“… la città è crocevia di storie” – che banalità, che verità, che ne dici mio Salvatore (Patriarca)?
“A Belfast, come in ogni altra città, c’è solo un tempo, il presente, e ogni strada si chiama Poetry Street…” – lo diceva sempre Dante Alighieri, Francesco Petrarca e pure Walt Withman. Ed Edgar Allan Poe. E milioni d’altri idioti. Ah, dimenticavo: anche Fëdor…
Capitolo Undici parla della bastarda bomba e dei suoi immacolati morti: Bum! Sono italiano e ti capisco.
Ho letto L’agente segreto di Joseph Conrad e ti capisco.
Sono una merda d’uomo e ti capisco. Terribile!
“Avevano tutti una storia.” – anche il feto che crepò nel pancione della tua amata l’aveva.
“… è proprio il nostro terrore lo scopo che si prefiggono…” – e questo vale per tutti i meridiani e i paralleli. Pensa al colloquio per quei fecali correligionari che riporti a pagina 238!
A quella “Peggy” dedichi ben cinque “Sfortunatamente” – con una S che troneggia.
Poi Chukie vola altrove e scopre che colà la situazione è ancora peggio. Se un giorno andasse ai Quartieri Spagnoli, con quei maradoneschi murales, potrebbe scattare delle foto: una tappa doverosa per ciascun turista, irlandese o mozambichese. Che però deve scegliere l’ora migliore per le sue paparazzate.
Che dire della “signora Paxmeir” – stavolta non riesco a tacerlo: “Sembrava finta, la classica donna che non aveva mai bisogno di andare al gabinetto.” – la regina degli atarassici e dei blocchirenalisti! Che pena è l’esistenza!
A pagina 273 stravolgi, dissimulandolo, un detto di Oscar Wilde.
La pagina 285 riporta un tuo moto d’orgoglio: “Non era colpa mia se avevo il pisello e questo non significava necessariamente che non fossi una brava persona.” – lo sei! Giuro! Me lo auguro! Bravo e problematico.
Ciacoli ora con quell’Aoirghe, la tua personal hater, spargendo nell’aria “Le solite cose di cui parlano due persone che si odiano cordialmente.” – siete ormai due tarassachi (piscialetti, li chiamano dalle mie parti).
Oh… il cor-cordis pare vi stia finalmente funzionando (a entrambi)! Lo innaffiate ogni tanto con un po’ di bile… Sta lentamente crescendo? O si svilupperà d’incanto, come succede ai funghi?
“La dignità ha questo di sorprendente: la trovi sempre dove meno te la aspetti.” – per esempio in una delle tue innumerevoli (tre, quattro?) donnine della tua vita. A pagina 322 fai parere il popolo yankee come una sottospecie di popolo yankee: razzista d’un irlandese! Mi sto riferendo a Robert, essendo questo un capitolo in terza persona.
“Le strade erano piene di gente che recitano un copione…” – La società dello spettacolo, direbbe Guy Debord. Sta andando benino, su: “Erano passate due settimane ed erano state freddate soltanto cinque persone, trentotto erano state pestate a sangue.” – e miracolosamente sopravvissute. Eureka!
“Come ti senti, gli chiesi col groppo alla gola.” – e quello riesce a fare la battuta: “Una meraviglia.” – la mia mammina a volte diceva: una mer(d)aviglia…

E “Peggy”? La tua fredda disamina è: “Trent’anni di solitudine. Vent’anni passati a invecchiare. Dieci anni di tranquillanti, sonniferi e antidepressivi vari.” – e di crèm caramel!
Al 19esimo “Eureka Street”, a pagina 373, indovino il perché del nome. Rinvengo e sciolgo l’intricata soluzione! Mi aiuta quell’Archimede (non il Pitagorico). Strano che non l’abbia rinvenuta, quella viuzza, sei anni fa, a Siracusa. Devo tornarci, mi sa.
Eureka!
“Gli fece piacere percepire nella voce della madre la tipica reverenza dei Lurgan nei confronti del successo…” – e della rovina, come, talvolta, a me capita. Tanta tenerezza m’ha fatto quel Tonino! Lo amo!
Ti gestisci il Diciannove, con la tua consueta ironia, specie a pagina 392: “nel giro di qualche minuto chiacchieravamo già come due vecchie signore della parrucchiera.” – cose che capitano a noi maschietti, talvolta. M’hai fatto male, talvolta, ma è stata solo un’impressione fugace.
Come ogni vero scrittore, hai sfondato una frontiera aperta. Quella umana.
Al termine del romanzone c’è un sapido Glossario. Abbastanza terribile. Ricco di sigle, per lo più cancerogene. La glossa è il vocabolo che necessita d’una spolverata, d’una delucidazione, come si faceva un tempo con le scarpe prima di uscire nella via.
Oggi no. Il fango è parte integrante della vita, si dice.
L’importante è continuare a camminare. O no? Ehi! Grazie a tutti! Belli e brutti…
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
Robert McLiam Wilson, Eureka Street, Fazi Editore, 1999

