“Nero è il colore delle note” di Alessandro Mezzena Lona: un romanzo speculare
Nero è il colore delle note di Alessandro Mezzena Lona è un romanzo che conviene leggere stando davanti allo specchio, fissando ogni tanto i propri occhi. Le trompe-l’œil rende la realtà identica a sé e, al contempo, a sé opposta.

Nero è il colore delle note è una severa disamina del fenomeno dell’Intelligenza Artificiale. Mi piacerebbe conoscere l’opinione a riguardo di Luciano Floridi. Per iniziare finalmente la mia rigida analisi, premetto che io sono legato alla città di nascita dell’Autore: Trieste. Fui militare a Sgonìco-Zgonik (ricordo che sui bidoni del pattume tale doppia denominazione), circa quattro decenni fa. Della tergica città ricordo la candida piazza e i suoi deliziosi dintorni, nonché l’ironico cripto-bullismo nei confronti di chi osava girare in divisa (in effetti noi militi eravamo in troppi). Noi meridionali alloggiavamo lassù, nelle montagne, mentre i nostri coetanei triestini erano di leva in città. Ricordo alcuni presunti sloveni (non slavi!) che, in stazione, s’infilavano due o tre paia di jeans e quattro o cinque maglioni, da rivendere dalle loro parti, intuisco. Ma perché mai parlo tanto di Trieste, quando il romanzo è ambientato negli States?
Il motivo potrebbe essere celato a pagina 29 de Nero è il colore delle note, dove leggo: “in lontananza, una mastodontica gru, montata su un ponte mobile, rollava sulle onde del mare. Era un relitto sopravvissuto a un tempo ormai dimenticato. Non serviva più a niente e a nessuno. Stava lì, come una recluta comandata a sorvegliare un avamposto militare spalancato sul nulla.” – il lungo riporto serve a illuminare il lettore del tuo lettore, Alessandro, sulla qualità della tua scrittura.
Nero è il colore delle note è quanto di più dispersivo ci sia. La scrittura è un contare i passi che ti recano verso i sentieri più imprevedibili, che ogni tanto si biforcano. Tu e io abbiamo un amore in comune: l’autore di Appuntamenti in nero e del suo doppio: La sposa era in nero: Cornell George Hopley-Woolrich. Certi autori, più li conosci e meno li eviti. Ti rendono affine a chi li ama non meno di te.
Tornado alla frase, sappi che a James Joyce faceva ribrezzo il suo Ulisse. Eppure l’ha scritto. Leggendolo, si perdeva come capita a me. Giunto alla fine, anche lui ha detto: ahhh! Finalmente! Pure io, se non l’avessi letto fino all’ultima pagina, non avessi bevuto fino all’ultima goccia di quella straripante coppa, non mi sarei sentito sollevato. Ognuno ha i burdens, i fardelli che si merita. Tu hai il tuo. Ti chiami come quello scrittore che, (quasi) ogni volta che lo citi, non manchi di definire “quello bravo”. Tu sei quello scarso, drammaticamente insufficiente. Tu sei il prof che dà i voti. Lui è l’alunno che al massimo può gongolare del dieci con lode. Non invidio nessuno dei due. Premiare o bocciare un artista significa violentare la sua anima. Non m’interessa. Tu sei Cornell II, non Cornell il mediocre. E sei uno che balbetta: “… dicono che p-porti una sfiga b-bestiale…” – ognuno reca la sua. Mia madre soleva dire che anche i cattivi muoiono. Era diversa dalla tua (e da quella di Cornell I). Non è giusto però affermare che ognuno ha la madre che si merita. A m’è andata di c… Sì! bene! Lei m’ha trasmesso il virus della cinica serenità. Le analogie col tuo doppelgänger sono tante – tipo il breve matrimonio, causato da quella barbara e banale consuetudine. Sorvoliamo. Ti dico ora una stupidaggine: vorrei tanto leggere un tuo romanzo, avendo da tempo ingoiato tutti quelli del tuo precursore. M’interessa la tua anima, la vorrei penetrare. Questo è il mio burden, ogni volta che leggo un nuovo autore: sverginarlo. In tal modo, lui (o lei) potrà ricambiarmi il favore. Leggerai un bel dì ‘ste mie folli note?
Tu sei “il Woolrich per niente famoso…” – io sono l’allenatore delle figurine Panini, arşân, e non il pur valente pramşân bagulòun. Ognuno ha il doppio che si merita, anzi, il triplo!
Reggio Emilia è covata in un inclìto centro, sotteso fra Modena e Parma. Ogni tanto spuntano delle oscurità: sono i quadri del tuo compagno di strada, Romeo Toffanetti. Egli ci delizia con le sue buiaggini, che ti stimolano la scrittura. Ernest Hemingway diceva che per scrivere occorre una penna, un foglio e poi basta lasciar scorrere il sangue. Aggiungo: il buio è essenziale. Se spunta il sole, uno che fa? Si alza e si reca altrove, lasciando solo il Sé che scrive. Il buio è foriero di luce. La luce preannuncia il buio.
A pagina 42 de Nero è il colore delle note leggo: “Non è di morire che ho paura, no. È l’oblio che mi spaventa.” – devo pensarci su. Ho deciso. Non ne vale la pena. Carpe diem! Mangiati un pesciolino al giorno. Sguizzava solo perché sognava di finire nel tuo stomaco. Oppure no? Potresti finire tu in bocca al primo squalo che passa. Che orrore ‘sto infido Kósmo! L’entropia è più rilassante, sebbene più freschina: dove a mutare è quasi il Nulla, né temperatura né movimento. Nulla di più. Quel che attrae in un thriller non è l’assassino, bensì il cadavere: glaciale e attonito. Cornell I preferisce rivolgere la sua attenzione a chi si agita dopo. Per forza. Un racconto di una salma non andrebbe al di là delle due o tre pagine. I morituri sono più interessanti. A lui non interessa giocare a nasconderello col lettore, come faceva Agatha Christie. Lui lo insegue come se fosse uno spettro. Il fenomeno artistico nasce dal bisogno d’attestazione di quel mistero che è orrido termine il fruitore, che esiste leggendo, come l’onda di Bohr che si tramuta in particella allorché è individuata. È in quell’attimo che Qualcuno decide se quel micetto di Ervin Schrödinger respira, a fatica, ancora oppure no.
“Nemmeno il più bravo dei disegnatori sarebbe riuscito a tratteggiarla in tutta la sua sensualità.” – il che è tanto ovvio quanto magico: l’arte è un inseguire la perfezione, per mai raggiungerla.
“Era quella dannata presenza. Così perturbante e bella, nella sua enigmatica indefinitezza, che non la si nomina mai.” – È il – cantava Thomas S. Eliot: chiamalo, se ti va, Dio. È Un’ode a un’urna greca – vero John Keats? – con tutti i preziosi annessi e gli sconci connessi.
Leggendo il tuo (il vostro) racconto, so cogliere (quasi fossi un collezionista di articoli letterari) tutti o quasi i tuoi riferimenti (che poi sveli alla fine). Anche la funerea e conturbante “Theda”.
È una specie di gioco enigmistico. Tale è la scrittura, o no? È l’arte, o no? Accanto all’occasionale citazione, segno ogni volta, a matita, le date di nascita e di morte del disgraziato o della disgraziata, maschio o femmina che sia. Allegria! Senti questa: “… manipolare i suoni vuol dire scoprire nuove dimensioni dell’essere.” – e qui il misterico Pitagora s’alza in piedi e, nel buio ove ora regna, schiettamente applaude!
A pagina 136 de Nero è il colore delle note mi vien voglia di ricordarti che a Spock capitò in un film di incontrare il Sé giovane. Secondo Albert (Einstein) la velocità della luce è insuperabile. Qualora un tachione andasse oltre, tornerebbe indietro nel tempo. Fra qualche secolo ci riusciremo. Per il capitano Kirk è un pane quotidiano. Ma a che pro? Per gioco? Ah, ok!
Lei pare “Un ectoplasma uscito dalla sua macchina fotografica per diventare reale…” – come capisco quegli apache che fissavano inquieti il fotografo dal volto pallido che forse intendeva rubarne l’anima… Ritrarre un umano significa garantirne un’imperitura caducità… Nulla è eterno!
Le pagine 178 e 179 de Nero è il colore delle note sono zeppe di sottolineature: tutte annullate. Vorrei segnalare al lettore del tuo lettore ‘sta mezza silfide (quasi bruttina): Sylvia Von Harden – che avrei tanto voluto conoscere. Secondo me era un tipetto divertente. Mi correggo: è un tipetto divertente, e sempre lo sarà.
Lessi una volta che l’umana memoria è un fluido biancastro. Esiste la banca del seme, che non m’interessa. Vorrei aprire un conto in quella della memoria. Lascio ai miei eredi il compito di prelevarla, versarla in una provetta e attendere gli eventi. Un giorno sarà possibile leggerla e riprodurla, quasi fosse un file di testo. Non vedo l’ora di auto-leggermi! Tante storie morte e sepolte nel mio cervello riprenderebbero vita! È il dono che più ho apprezzando leggendo il tuo romanzo, Alessandro. Sento che anche tu condividi le mie aspirazioni. Anche se poi, mi chiedo, che me ne farò di quella reiterazione di dati, per lo più di scarsa importanza. Ma ho pronta la risposta: al momento deciderò cosa farmene. Al massimo la archivierò di nuovo.
Che dire della tua scrittura? È esaustiva! Sono esausto! Ho la vista appannata! Urge l’intervento di un valido ottico. E ora sono qui, nella sala d’attesa del dottor “Dippold”. Come sfondo sonoro c’è la musica, che ha tutti i colori, che è bianca e nera al contempo, di Johannes Sebastian Bach – non uno solo, ma un’intera tribù di musicanti che per tre secoli c’ha inondato di pur vani suoni.
“Era sicuro che Pitagora cercasse la stessa melodia modulata la flauto di Krishna, che manifesta in sé il dio Vishnù.” – meglio un dio vivo che uno morto, tanto per spararne una. Se Dio è morto, chi è il suo killer? Non quel filosofo tedesco o quel drammaturgo rumeno di cui citi l’epigono: Ionesco – la cui battuta fu rubacchiata da un certo Woody Allen. Se Lui è morto e io non sto tanto bene, chi devo incolpare? Si tratta forse di un divino suicidio? L’importante è poter salvare quei Cosmici Per Quanto Illusori Dati. O forse siamo soltanto degli annaspanti cervelli immersi in una vasca, come ipotizzava quell’ilare filosofo Putnam? A che servono le domande, se non sono ammesse le risposte?

Ma ora, a pagina 233 de Nero è il colore delle note, citi un libro della mia vita (che non capii quasi per nulla, come tanti altri): il Bardo Thödol. Se quella tragica sera incontrerò mamma e papà, chiederò loro di dirmi quel che ignoro della mia vita precedente ai tre anni, quando entrai per la prima volta in quell’asilo parrocchiale: che rappresentò la fine della mia celestiale amnesia. Chissà che s’inventeranno quei due genitoriali spettri. Al che urlerei loro: Sparite, miei adorati! Ho tanto bisogno di solitudine! Devo meditare sul Nulla! Ingegnere del Nulla, sono, ormai!
“Ma lui era fatto così. Sapeva scriverle storie, non viverle.” – per scriverle occorre leggerle e rileggerle. Per vivere no. Si vive in un’unica battuta. Non sono più ammesse le correzioni. Adesso: ogni attimo è inevitabile.
Non te la prendere, Alessandro, se può parere che, talvolta, abbia dato dei calci alle tue pagine. Il tuo valore di scrittore è stato sublime. M’hai fornito energia, m’hai indicato dove posso andare per andare, insieme a Totò e a Peppino, dove devo andare. Per cui ora m’infilo quel “vestito da marinaio” – e, insieme a Cornell I e II, mi dirigo verso quel porto “a sud di Manhattan per cercare la compagnia di un” mio con-simile, un pur differente e umano scrittore dal nome sloveno: Marij Čuk. Lo conosci?
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
Alessandro Mezzena Lona, Nero è il colore delle note, Ronzani Editore, 2024
