“L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson: il vero orrore è nella nostra mente?

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“Qui, mi pare, fa molto più freddo. Il cuore della casa.” – “L’incubo di Hill House”

L’incubo di Hill House Shirley Jackson
L’incubo di Hill House Shirley Jackson

Da quando Edgar Allan Poe descrisse la Casa degli Usher nel 1839, il topos della casa stregata è rimasto scolpito nell’immaginario della letteratura gotica americana.

Se in Poe è “un’inquietante dimora che vive e respira”, e in Hawthorne (“House of the Seven Gables”) “una dimora dotata di animo”, Shirley Jackson ne “L’incubo di Hill House” (Adelphi, 2016) descrive così Hill House: “L’occhio umano non può isolare l’infelice combinazione di linee e spazi che evoca il male sulla facciata di una casa, e tuttavia per qualche ragione un accostamento folle, un angolo sgembo, un convergere accidentale di tetto e cielo, facevano di Hill House un luogo di disperazione, tanto più spaventoso perché la facciata sembrava sveglia, con le finestre vuote e vigili a un tempo e un tocco di esultanza nel sopracciglio del cornicione” (pag 37 “L’incubo di Hill House”).

Sono tante le case dei fantasmi che costellano la cartografia dell’American gothic, in particolare quella degli stati al di sotto della linea Mason-Dixon, a simboleggiare tutto ciò che di corrotto si trova nell’ideologia americana e riflettendo in qualche modo il senso di colpa della nazione.

Se l’estetica del gotico si pone costitutivamente ai confini tra il sonno e la ragione, il normale e il patologico, la vita e la morte, da questa prospettiva la casa sulla collina della Jackson è una Hounted House che trasforma il sogno americano in un incubo, in cui “il Male è consustanziale e non può essere espulso o esorcizzato”.

E l’autrice mette le cose in chiaro già dall’incipit: “Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; persino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta.”

Nata a San Francisco nel 1916 e morta a North Bennington nel Vermont nel 1965, la narrativa di Shirley Jackson è un’indagine velata sui danni psichici arrecati dalla società alle donne della sua epoca, costrette a recitare un ruolo ancillare in una società patriarcale fortemente impregnata di puritanesimo, specie nelle profonde zone rurali degli Stati Uniti.

Come Eleanor Vance, la protagonista del romanzo “L’incubo di Hill House”, un’anima tormentata, con un passato remoto oscuro (“Non ricordo di essere mai stata felice in tutta la mia vita”) un passato prossimo luttuoso (dopo aver accudito per anni la madre malata, durante una notte non si è accorta di una crisi, e la madre è morta) e un presente di soprusi vissuto all’ombra della sorella maggiore, che si fa coraggio citando come un mantra una frase presa dall’Aida, “T’arrise la vittoria, t’arriderà l’amor”, quasi a volersi infondere fiducia, un credo. Ma forse non esiste un credo senza paura.

Per sfuggire a un sistema di vita che le ha procurato soltanto infelicità, Eleanor decide di far parte di un esperimento organizzato dal sinistro professore Montague, aspirante ghostbuster. Si ritroverà insieme alla spregiudicata e carismatica Theodora, a Luke Sanderson, in rappresentanza della famiglia proprietaria della casa, e allo stesso professore (in seguito raggiunto anche dalla moglie), all’interno di un edificio stregato, con lo scopo di studiarne i ricorrenti fenomeni paranormali.

Veniamo a sapere di Hugh Crane il primo proprietario, e della serie di lutti che colpì le sue tre mogli; delle sue due figlie avute dalla prima, che si contesero Hill House fino alla morte, con la maggiore che ci abitò con una dama di compagnia che alla fine l’ebbe in eredità, a dispetto della sorella minore, e che quando morì suicida la lasciò ai cugini Senderson, che però la abitarono solo pochi giorni prima di abbandonarla. Da quella volta fu data in affitto, ma dopo pochi giorni tutti gli inquilini si allontanavano adducendo scuse di vario tipo.

Come da previsione, il soggiorno innescherà nell’emotività di Eleanor un cortocircuito capace di bruciare anche gli ultimi fusibili che tenevano accese le luci del suo già precario equilibrio mentale.

Universalmente riconosciuto come un classico del genere gotico (Stephen King lo definirà così: “Uno dei migliori brani descrittivi della letteratura americana, il tipo di quieta epifania che ogni scrittore spera di ottenere: parole che trascendono le parole stesse per costituire un totale superiore alla somma delle parti”), la prima edizione originale risale al 1959, quella italiana al 1979. Adattata su grande schermo nel 1963 da Robert Wise (“Gli invasati”) e nel 1999 da Jan de Bot (“Presenze”), nel 2018 è approdato come serie tv su Netflix, e da qui la recente riscoperta, con Adelphi che ne ripubblica varie edizioni.

Shirley Jackson adotta la prospettiva di Eleanor Vance per condividere col lettore pensieri e riflessioni, ma quando crediamo di assumerne il punto di vista, dopo i suoi tormentati monologhi interiori, scopriamo che è lei a entrare nel proprio campo visivo, creando così la sensazione che ci sia qualcun altro che osserva, come se ci fosse un’ulteriore coscienza all’erta, in attesa. È chiara l’intenzione di far avvertire al lettore la presenza di qualcosa accanto ai personaggi, la casa intorno a loro, e sia di origine spettrale o psicologico, il male sembra ineludibile, sempre incombente.

“Qualcosa di rumoroso, assordante, si abbatteva contro la porta accanto, ed Eleanor schizzò via dal letto e corse a premere le mani contro la porta.
«Vattene» gridò fiori di sé, «Vattene, vattene!»” (pag. 124)

Una casa stregata, quindi. Ma ci sono veramente i fenomeni di poltergeist adombrati dalla Jackson? O sono semplicemente il frutto delle proiezioni di una mente turbata, capace nel suo collasso nervoso di evocare il perturbante, il male? Un po’ lo stesso dubbio che percorre le pagine di “Il giro di vite” (1898) di Henry James, altra celebre novella americana, nella prospettiva dell’istitutrice dei bambini.

Shirley Jackson citazioni
Shirley Jackson citazioni

Perché poi: è spettrale, il male? È la casa a essere “un luogo non adatto agli uomini, né all’amore, né alla speranza”?

Se invece tutto fosse frutto della Paura? La paura, che porta a credere di sentire persistenti colpi alla porta, a vedere vibrazioni alle pareti sghembe, quasi Hill House si accordasse ai pensieri e alle aspettative degli ospiti. È normale, o no? Il vento freddo che serpeggia nei corridoi è autentico, oppure è l’inconscio che si fa sentire? E allora succede qualcosa di spaventoso, o no?

Perché allora la casa si manifesta anche quando si nasconde, “drizzando la testa imponente contro il cielo senza concessioni all’umanità”, che da quando ci metti piede non c’è via di fuga… o no?

Immune da ogni esorcismo, la casa di Shirley Jackson si rifiuta di essere ospitale, catturando nel suo incubo chi l’alberga. Ma se il vero orrore albergasse invece dentro la nostra mente, e il circostante fosse solo un veicolo per incanalare i nostri lati d’ombra, le nostre sofferenze, le nostre insicurezze?

Sia come sia, benvenuti a Hill House.

 

Written by Maurizio Fierro

 

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