“Discussione del cuore e del corpo” poesia di François Villon: se non ti basta, ricomincio
Di seguito si potrà leggere la poesia “Discussione del cuore e del corpo” di François Villon, una breve biografia e qualche citazione del poeta francese.
“Discussione del cuore e del corpo”

“Chi è che parla? ‒ Sono io ‒ Io chi? ‒ Il tuo cuore,
che ti governa solo per un sottile filo:
non ho più forza, né umor vitale,
quando ti vedo in disparte così solo,
come un povero cane abbandonato.
‒ Perché ciò avviene? ‒ Per la tua follia.
‒ Che te ne importa? ‒ Me ne dispiace.
‒ Lasciami in pace! ‒ Perché? ‒ Ci penserò.
‒ E quando? ‒ Quando sarò adulto.
‒ Più non parlo. ‒ E lo stesso farò io.
‒ Che pensi? ‒ Che ho un valore.
‒ Tu hai trent’anni: l’età d’un mulo,
non è l’infanzia? ‒ No, no. ‒ Sei un folle,
cosa t’ha preso? ‒ Ma dove? Per il collo?
‒ Non sai nulla. – Ti sbagli. ‒ Che cosa? ‒ Mosca nel latte:
l’uno è bianco, l’altra nera, quest’è la differenza.
‒ È tutto qui? ‒ Vuoi ancora discutere?
Se non ti basta, ricomincio.
‒ Sei perduto! ‒ Mi difenderò.
‒ Più non parlo. ‒ E lo stesso farò io.
‒ Io me ne dolgo; tu hai male e dolore.
Se fossi un povero idiota pazzo,
cercheresti ancora qualche strana scusa:
nulla t’importa, tutto è lo stesso per te.
Hai la testa più dura d’un sasso,
e preferisci la vergogna all’onore!
Cosa risponderai a queste parole?
‒ Quando trapasserò, ti rispondo.
‒ Dio, che conforto! Quale saggia eloquenza!
Più non parlo. ‒ E lo stesso farò io.
‒ Da dove viene questo male? ‒ Il mio destino.
Quando Saturno mi diede il fardello,
questi mali ci mise. ‒ Quest’è follia:
sei il suo signore, e ti credi servo.
Guarda ciò che Salomone scrisse nei suoi libri:
“Il saggio deve aver potere
sui pianeti e i loro influssi.”
‒ Io non ci credo: sono come mi ha fatto.
‒ Ma che dici? ‒ Basta! Questo è ciò che credo.
‒ Più non parlo. ‒ E lo stesso farò io.
‒ Vuoi vivere? ‒ Dio me ne dia la forza!
‒ Hai bisogno… ‒ Di che? ‒ Rimorsi di coscienza
e leggere senza fine. ‒ Di cosa? ‒ Di scienza,
abbandonare i folli! ‒ Ci devo pensare.
‒ Oh, non dimenticarlo! ‒ Ho buona memoria.
‒ Non attender tanto che ti penti e dispiaci.
Più non parlo. ‒ E lo stesso farò io.”
Traduzione di Valerio Corvino per Marotta & Cafiero editori.
L’8 aprile del 1431 (o forse 1432) nasce a Parigi il poeta François Villon (vero nome: François de Montcorbier o François de Loges o François Corbeuil). Studia Lettere a Parigi e si laurea a 21 anni ma si dimostra sin da subito indisciplinato: ama infatti occupare il tempo nella malavita tra alcol e stamberghe. Diventa chierico e riceve gli ordini minori ma il suo modo di vivere era fin troppo inusuale per i costumi dell’epoca. Fu arrestato ben cinque volte e condannato a morte ma riuscì a scamparla con l’esilio, o meglio gli esili.
La sua vita è in parte avvolta dal mistero ma si sa che ‒ probabilmente per autodifesa ‒ uccise un prete e dal giorno iniziò il suo peregrinare di corte in corte. Fu accolto dal principe Carlo d’Orléans ma non riuscì a far carriera a corte.
Rientrato a Parigi, dopo sei anni, fu nuovamente arrestato per una rissa, e nuovamente condannato a morte ma riuscì anche in questo caso a cavarsela con un nuovo esilio. Aveva circa trent’anni. Si persero totalmente le tracce di Villon, infatti, non si conosce l’esatta data di morte, né come visse. Tante sono le ipotesi e quasi tutte lo vedono errante e povero.
Ebbe molta fama già nel XVI secolo grazie alla pubblicazione delle sue opere da parte del poeta francese Clément des Marets (conosciuto come Marot) e successivamente soprattutto nel 1800.
Ezra Pound disse di lui: “La visione di Dante è reale, perché egli la vide; la poesia di Villon è reale, perché egli la visse. […] Villon non mente a se stesso; egli non sa molto, ma egli sa ciò che sa.”
Citazioni di François Villon:
“Dove sono le nevi d’un tempo che l’aprile ha disciolto?”
“Tutto conosco, fuorché me stesso.”
“Eravamo in due e non avevamo che un cuore.”
“Le prigioni offrono una bellissima vista; finché si possono vedere dall’esterno… si sa che non si è dentro.”
“Voglio vivere e morire con questa fede.”
“Ma non ignoro che poveri e ricchi,/ intelligenti e sciocchi, preti e laici,/ villani e nobili, prodighi e avari,/ piccoli e grandi, affascinanti e brutti,/ dame dagli ampi colli impellicciati,/ qualunque sia la loro condizione,/ qualunque sia l’acconciatura o l’abito,/ Morte li prende senza mai eccezione.”
“Non perdo nel tuo campo la semente/ quando a me il frutto somigliante viene./ Che lo sterri vuol Dio e vi ponga il germe;/ e questo è il fine per cui noi s’è insieme.”
