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“Sette magie metropolitane” di J. F. Boro: l’amore è un sogno a tempo indeterminato?

I re magi recarono al Divino Fanciullo oro, incenso e mirra, affinché li utilizzasse per donare ricchezza, sacralità e salvezza al genere umano.

Sette magie metropolitane di J. F. Boro
Sette magie metropolitane di J. F. Boro

Magia è la traslitterazione del greco magos, magu in persiano, che vuol dire grande. Qualcuno ipotizza che il termine riproduca un termine persiano che ha il valore di purificatore, forse collegato al sanscrito mah-ati, che significa ingrandire un oggetto al fine di compiere, tramite esso, un sacrificio.

Un antico quesito appassiona i filosofi, se il mondo sia una singolarità, oppure una dualità. La scienza si limita a dire che l’energia forma la materia, la quale, presto o tardi, tornerà energia. Che i due stati abbiano la medesima natura, oppure siano frutto di due tendenze antagoniste non è lecito sapere. Lo stesso uomo, per non parlare della donna, per quanto normali credano d’essere, sono duplici nelle loro intenzioni e fini, poi quel che verrà verrà. In arşân il suggerimento è: tulòm còla ca vîn, mentre, in siculo, è chiddu chi veni ni pigliamu: il destino, maschio o femmina, cattivo o buono, bianco o nero che sia, prima o poi si presenterà e alla fine qualcosa, forse, si comprenderà.

Nel primo racconto de Sette magie metropolitane di J. F. Boro (pseudonimo di Gianfranco Boretti), La Tasca, un mercante vende a uno sprovveduto di nome Luca “un giaccone di pelle di renna” che, più che bello, è particolare, più che elegante, è funzionale, poiché racchiude un magico dono: crea dal nulla dei soldi che permettono a chi l’ha trovato di vivere senza dover lavorare, facendogli perdere ogni ambizione che non sia il dolce non far nulla. Quanto durerà tale portento? Almeno fino a quando, essendo giunta l’ora, il suo effetto sfumerà. Da quel giorno il beneficiato dovrà dedicare la sua esistenza per saldare il suo debito con la Fortuna.

Nel secondo racconto, Miriam, grazie (si fa per dire) a un incidente, Ivo, scorge, specchiandosi, l’immagine di una donna, non una qualsiasi, ma una capace di far innamorare chiunque. Ogni tanto però torna a essere quel che è sempre stato.

Superato il primo sbigottimento, Ivo decide di chiamarsi, in tali occasioni, Miriam. I due esseri, per quanto antitetici, tendono sempre di più a rassomigliarsi. Qui l’unità diventa una discontinua duplicità: “Sentiva che una specie di argine stava cedendo, che lui e Miriam stavano diventando davvero la stessa persona.” – quanto durerà quel gioco assurdo? Rimarrà un mistero: il racconto finisce prima del suo effetto.

In Rosanna, la protagonista è un’ammalata destinata “a un futuro privo di incertezze” – di sicuro, si sa, c’è sola la morte, anche se chiunque di noi, finché gli sarà consentito, potrà affermare che finora è sopravvissuto a tutti i cataclismi.

Nel caso di Rosanna, l’incubo, oltre che certo, è imminente. All’improvviso accade un miracolo: la donna si sente meglio, ma tornando a casa, nel rivedere la famiglia, coglie delle anomalie. I suoi familiari sono al contempo se stessi e Altri.

“Considerò che il cambiamento di percorso che aveva fatto imboccando il viottolo dovesse averle fatto perdere il senso di orientamento.” – che può diventare, per un’ammalata terminale, una nuova speranza e una terribile maledizione, a seconda di quel che si è incontrato nella vita nuova.

“Continuò a riflettere sulla sua identità perduta” – che nulla appare più prezioso, poiché qualsiasi alternativa richiede tutta una vita perché ci si abitui. Il tempo, per quanto sia il padre (o la madre?) di tutte le illusioni, è quel che più difetta agli umani. Se la tua volontà è di essere te stesso, non c’è inganno che tenga. Va’ dove ti portano le membra, il cuore e la mente: rimembra, ricorda e rammenta, e troverai in fondo al tunnel la tua anima. Questo racconto è quello che meglio dà l’idea di quel che può rappresentare un evento prodigioso, che non può essere che destabilizzante, quando muta il tuo destino, a cui anche tu hai partecipato, in quello di un essere che in fondo, per quanto t’assomigli, non t’appartiene del tutto.

In La pila, un oggetto a forma di orologio muta all’improvviso la vita di Riccardo, un autista che, da quando lo rinviene, diventa sempre di più un uomo di potere, un vincente, a cui nulla pare negato.

La sua dolce metà, a cui non sfugge nulla, scopre il mistero racchiuso nella pila di quell’oggetto e, d’ora in poi, se Riccardo vorrà continuare la sua ascesi, tutto dovrà essere condiviso con lei: “quella pila gli sarebbe costata la metà del suo regno.” – che, poiché tutto è vanità, prima o poi svanirà (cambiando ogni volta il provvisorio sovrano). Niente di nuovo sotto il sole, ci puoi scommettere.

In Ata ‘toria, Piero, scrittore senza talento e gloria, acquista (per caso o per necessità?) un bipede peloso di nome Damo (Adamo), che pare e forse è un umanoide e che parla uno strano idioma infantile, a cui insegna per gioco a usare il computer. Piero ogni tanto racconta a Damo una storia che quel peloso portento (un genio è sempre uno scherzo di natura) sa scrivere, senza alcuno sforzo, con uno stile “bello, scattante; sembra una favola per bambini e invece è piena di significati profondi.” così dice a Piero la sua donna, che mai aveva gradito la sua scrittura.

Piero decide di sfruttare il genio altrui, che gli donerà quel successo che egli sognava da tempo, però… ora Damo pretende da lui ogni giorno un’ata ‘toria, e bisogna narrargliela, sennò… In genere il successo costa più, in termini esistenziali, del fallimento.

Lei narra una vicenda d’amore fra un uomo non migliore né peggiore di altri, né più egoista, né più virtuoso, e una fantastica gitana senza nome che gli dona se stessa, promettendogli la conoscenza di quel che è vero, esigendo in cambio tutto quello che Tullio è.

Un conto è ricevere e un altro è donare, per cui, dopo un estasiante incontro erotico, Tullio fugge da lei, come se quella fosse un’indemoniata.

Quando decide di ritornare, perché ormai non più esistere senza di lei, scopre che panta rei, tutto scorre, anche l’acqua in cui l’innominata ha scelto di svanire per sempre, insieme alla sua promessa. Piero è ora un uomo incidentalmente distrutto.

Ravaz, un artista come tanti altri, realizza opere miracolose grazie a una materia magica, anch’essa una delle tante che, probabilmente, sono disperse in questo globo terracqueo. La cosa difficile è saperle riconoscere e tenerne a bada gli effetti.

Walter, di professione investigatore, nel tentativo di scoprire il suo segreto, ne annulla per sempre il potere magico, facendola uscire da quel buio che ne manteneva inalterati il carisma.

Ma che importa quest’assurda perdita, se per Walter l’esistenza sta ora trasformandosi, non come capita in un sogno metafisico ma, nella realtà di ogni giorno, insieme a una persona in carne, ossa e spirito?

J. F. Boro
J. F. Boro

Null’altro più egli vuole dalla vita, se non l’amore di quella donna. La magia, al momento almeno, non gli interessa. In futuro, chissà… A proposito, non è che quel fantastico sentimento sia anch’esso una magia con micidiali effetti collaterali?

La passione è un mistico desiderio di simbiosi. Eppure, nulla è eterno, due corpi che si uniscono sono destinati, prima o poi, a staccarsi l’uno dall’altro e ad annichilirsi.

Che importa? L’amore, mentre accade, è eterno.

La scrittura di J. F. Boro, che talvolta dona al lettore alcuni termini desueti, è sempre fine e semplice. I dialoghi sono quelli che ci capita di ascoltare mentre camminiamo per strada, o siamo seduti in un bar, e sono fatti di quotidianità, di imprecazioni, di grida di gioia e di metropolitani terrori.

Gli eventi che racconta sono straordinari, assurdi, misteriosi. Non bisogna cercare di spiegarli perché, qualora ci si riuscisse, la loro magia svanirebbe nel Nulla.

Ognuno di noi conta di realizzare i suoi sogni che, in un mondo tanto complesso, sembrano naufragare sul nascere, per cui, dentro di noi, ci auguriamo quel prodigio che, di punto in bianco, sia il catalizzatore in grado di realizzare le nostre ambizioni.

L’inganno sta nel confidare in tale illusione, che prima o poi cesserà, perché ogni evento che accade, è destinato a veder ridotti sempre di più i suoi effetti. Ogni oggetto si trasformerà in energia, ogni energia ricreerà un nuovo oggetto.

Dei sette racconti, l’ultimo consente per un attimo di confidare nell’eternità. Riusciranno i nostri eroi a realizzare la perfetta unione che sia in grado di prolungare per tutta la vita il proprio sogno di felicità? Io penso di no, ma spero ardentemente di sì. L’amore è la più vana delle illusioni, ma è quella che più sa scaldare il nostro cuore.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

J. F. Boro, Sette magie metropolitane, StreetLib, 2020

 

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