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“Mondo scritto e mondo non scritto” di Italo Calvino: quando le righe ti saltano addosso

Mondo scritto e mondo non scritto di Italo Calvino è una raccolta di scritti critici dell’autore che sono già stati editi in altre sedi, come avverte la Nota al testo, e tutti, tranne uno, nella collana I Meridiani. Si tratta di una quarantina di pezzi, divisi in varie sezioni.

Mondo scritto e mondo non scritto di Italo Calvino
Mondo scritto e mondo non scritto di Italo Calvino

Il primo è I buoni propositi (1952): che sono quelli che un lettore seriale fa prima delle vacanze. Io ne condivido solo alcuni. Anch’io bado al peso del volume che devo portare con me, specie se viaggio in treno. Non reco con me mai, sempre con senso di colpa, le “letture fatte in epoche e in età disparate”, che “han lasciato ricordi troppo disorganici”. Se cambiassi idea dovrei ricominciare da Pinocchio, letto a sette anni e non è escluso che, una volta divorati tutti i libri del mondo, nonché tutte le traduzioni, ricominci a sberlechêr, a leccarmi i baffi col capolavoro di Collodi. Diversamente dal buon lettore calviniano, non cerco mai la “migliore traduzione”, sia perché credo non esista, sia perché sono per natura indolente e frettoloso. È un mio limite, lo so, e me ne sono fatto una ragione. Fra i miei sogni (quasi) impossibili c’è quello d’imparare tutti gli idiomi del mondo (compreso quello di Atlantide) e che la questione si risolva da sé. Sarò poi ancora interessante leggiucchiare le varie traduzioni, dando sempre un occhio al testo originale.

Io credo non vi siano né due scrittori né due lettori uguali, né due dissimili. Lo so che si tratta di un atto di fede penosamente e pietosamente religioso.

“Certo, per leggere ci vuole solitudine; il Buon Lettore medita un piano per sganciarsi.” – io, mentre medito, me la sono già svignata. Di ritorno, “il Buon Lettore ripone i libri intonsi nelle valige, pensa all’autunno, all’inverno, ai rapidi, concentrati quarti d’ora concessi alla lettura prima di addormentarsi, prima di correre in ufficio, nella sala d’aspetto del dentista” – a me è capitato mentre attendevo il mio turno per entrare in una libreria, nel recente lockdown. A volte penso a Fëdor (non ricordo mai il cognome, che è complicato) che era costretto a scrivere in fretta i suoi megalitici romanzi, costretto a questo da editori sanguisughe. Lo stesso capita a Emilio. Dicono che a leggere in fretta si ricorda meglio, in quanto si è meno disturbati dal mondo esterno.

Una sola avvertenza: io non vado mai in vacanza, mi limito a cambiare sala di lettura.

Personaggi e nomi (1952): devono essere “nomi di battesimo comuni e interscambiabili” oppure dotati di “un loro potere evocativo”? In genere non amo scrivere finzioni pure, esterne a me. Di solito propendo per la prima ipotesi, ma non posso negare che il nome di Smerdiakov del solito Fëdor mi ha abbia colpito più di altri.

Mancata fortuna del romanzo italiano (1953): Italo, tu affermi che il problema odierno è che non si vuole “rinunciare a nessuna delle due componenti – quella lirico-intellettuale e quella soggettiva – ma di fonderle in un tutto unitario…” – ognuno ha i problemi che si merita. A me intriga sapere se il romanzo-romanzo possa “rinascere in Italia, oggi che le grandi narrative straniere sono tutte in crisi” – ma pecco, sbadigliando, di risposte. Sento la mancanza nella nostra letteratura di un’opera come Ulisse di Joyce, che sappia far evolvere una nuova vita da una siffatta esplosione d’energia. Da noi le bombe sono state fatte lasciate deflagrare in stazioni e in piazze, ma non tra le righe di un’opera di narrativa. Un critico americano, di cui non rammento il nome, negli anni ‘ 70 diceva che lui si aspettava l’uscita di bei romanzi italiani, ma non di un’opera rivoluzionaria. Una emerse in tanta compassata virtù: Dissipatio H. G. di Morselli. Poche opere mi hanno rinnovato le budella più di questa. Aspetta, però. Che dire di WKHY di Curcio, che tanto m’annoiò negli anni ‘80? Sento che la dovrei rileggere, dopo Pinocchio però.

Le sorti del romanzo (1956): “… non ho l’intenzione di sostenere il racconto puro; a ciò che è puro preferisco sempre ciò che è contaminato e spurio.” – la fisica ha dimostrato che nessuna osservazione è pura, ma sempre contamina il fenomeno osservato. Dov’è scarso l’autore, deve intervenire il lettore a ungere.

“… raccontando. Cercando il modo giusto di raccontare oggi una storia, un modo che per ogni tempo e società e uomo è uno e uno solo; come il calcolare una traiettoria.” – dove colui che calcola crea l’esistenza della particella raccontata, secondo Bohr. Non si può definire un tutto evitando l’incertezza. Spazi e tempi si dilatano, secondo la teoria relativistica. Il tempo è un’illusione e non sapendo dove metterlo, si può attribuirgli la funzione di quarta dimensione di uno spazio, che è parimenti illusorio. Ogni bipede è portatore della sua individualità, e ogni sua testimonianza è indeterminata. Qualcuno afferma che l’unico valore assoluto è la velocità della luce nel vuoto, anche se… il vuoto non è concepibile, essendo, presumibilmente, zeppo di particelle virtuali che tendono a far emergere, da questo limbo, quelle che pare la realtà, che mai potrà gettare il velo, come insegna certa mistica orientale e un filosofo del diciannovesimo secolo. Che fare?, si chiesero, tra gli altri, Vladimir Il’ič Ul’janov e Nikolaj Gavrilovič Černyševskij. Si può descrivere quel che si riesce: è impossibile non riuscirvi. L’importante è, sì, “divertire”. E distrarre, ma da che? Dalla stessa distrazione?

Questioni sul realismo (1957): “l’avanguardia e l’engagement.” La prima prevede “una rigenerazione del linguaggio”, il secondo un suo utilizzo, ideologicamente sano e costruttivo. Non ricordo chi disse che anche quel celebre beat grew a belly, aveva messo su pancetta. Poco importa, capita a tutti, nell’andropausa. L’importante è non crepare prima. Ogni ideologia attira e disperde, creando entropia. È capitato al cristianesimo, al comunismo, che delle ideologie parevano le più chiare e quasi accertabili. Tutti gli uomini sono uguali, nel loro egoismo. Nell’avanguardia sono tutti giovani, magri, puri. E tendenti all’invecchiamento. A te, Italo, interessa un autobiografismo “dell’uomo della società nuova”. Da quando l’hai scritto, egli è invecchiato, poi deceduto e, infine risorto. Evviva!

Risposte a 9 domande sul romanzo (1959): esso “è: un’opera narrativa fruibile e significante su molti piani che si intersecano” – migliore definizione non potevi dare. Aggiungo a tanta perfezione (che perfetto non era né sarà mai), che dev’essere necessario. E deve trattare dell’anima: di chi scrive e di quanto lo circonda: persone, bestie, cose, dio. In tal senso ogni romanzo, ogni atto artistico, dev’essere psicologico. Finisci il saggio dicendo che ami un sacco di scrivani (termine mio). Ne colgo due: “Amo Balzac perché è visionario. Amo Kafka perché è realista.” – io amo Calvino perché è realisticamente visionario. Tu stai giocando (col fuoco) e perciò finisci il capitoletto con un sospeso “Amo…”.

La tematica industriale (1962): non sono né un sociologo, né un politologo, né amo trattare certi temi. Dico che un errore è mettere il ciuccio dove vuole il padrone, né dove vuole l’operaio. Si tratta della scrittura? Ogni scrittore deve intendersi sia come ciuccio che come padrone. E mettersi dove è giusto che sia. Per chi? Per lui stesso, chiaro?

Corrispondenza con Angelo Guglielmi a proposito della Sfida al labirinto (1963):A me tutte le riduzioni a zero mi interessano e rallegrano per vedere cosa ci sarà dopo lo zero, cioè come riprendere il discorso, cioè come la totalità della cultura, che di terremoti e rasature al suolo ne ha subiti parecchi e soprattutto attraverso ad essi ha vissuto finora, riuscirà a superare anche questa…” – etc etc. Concordo al 100%.

Godel ha dimostrato che le operazioni matematiche sono incomplete e perciò indecidibili. Ma con questo non ha cessato di contare né di misurare. Egli fu in grado di donare a Einstein una soluzione (delle tante possibili) alla sua teoria della relatività generale. Russell ha detto che l’insieme di tutti gli insiemi che non appartengono a se stessi appartiene a se stesso se e solo se non appartiene a se stesso, rendendo illogica la logica e irragionevole ogni ragionamento: ma non ha mai cessato, quel tanto che campò, di usare la logica per ragionare.

“… se c’è una vecchia solfa che non si può più riprendere se non in funzione critica o ironica, è quella dello scacco del razionalismo e del positivismo.” – quasi esatto, Italo mio!

“… quel che si cerca nella letteratura: c’è chi cerca qualcosa che prima non sapeva o non capiva e c’è chi cerca la conferma delle idee che ha già” – io cerco quel che c’è di nuovo sotto il sole. Nulla c’è? Tutto è vanità? Grazie! Se non avessi letto l’Ecclesiaste non l’avrei saputo!

“… ho parlato di una letteratura della sfida al labirinto e una di resa al labirinto” – intanto percorriamolo insieme, autori e lettori, questo meandro, che non si sa se conduca da qualche parte. Lo spirito che sento mio è quello di chi ama camminare, riprendere fiato, ricominciare ad andare: pur ignorando da dove, dove e perché (chi siamo, in fondo, se non inconsapevoli viandanti?).

“… voglio che la disperazione di Beckett serva ai non disperati” – come insegna Totò, credo che la serva serva. Perciò, nell’utilizzarla, cerco (disperatamente?) di amarla.

Elias Canetti
Elias Canetti

Sul tradurre (1963): nulla so e poco posso dire, ma fare domande sì, anche recentemente, leggendo La lingua salvata di Canetti, sento che la traduzione è foriera di tradimenti. Il padre inizia a dire un proverbio e il figlio lo termina. Si tratta di detti che paiono solo italiani, e non so quale sia la versione originale del testo, essendo tra l’altro Elias uno degli autori più apolidi che vi siano, che scriveva in tedesco, pur essendo di madre lingua spagnola. Come fare in questi casi? Apprezzerei leggere la forma originale e usufruire di spiegazioni messe tra parentesi, o in note a piè di pagina.

E perciò non è possibile che “una prosa si legga come fosse pensata e scritta direttamente in italiano.”

L’articolo che tu scrivi è un’agitata ed elegante reazione a un commento poco lusinghiero che un certo Gorlier ha fatto a una tradizione di un libro edito dalla tua casa editrice. Quello si lamenta di un “affatto” che significherebbe un “niente affatto”. Sappiamo bene che, nell’uso comune, l’errore capita spesso e sta diventando quasi una regola. Il mio maestro elementare mi insegnò che càlcare riguarda il calcio che si deposita nelle lavatrici, mentre calcàre è un verbo che nulla ha a che fare con esso: così recitava Il piccolo Palazzi. Mezzo secolo di spot pubblicitari ha reso il calcàre un sostantivo, appunto calcareo. Mio padre diceva rùbrica, e forse non è detto che avesse del tutto torto. Panta rei. Un’avvertenza: se vieni a Reggio a fare la spesa e la negoziante ti chiede Altro?, se hai concluso di fare compere, devi rispondere Altro! Non chiedermi perché, ma a Rèş è così che si intende Null’altro!

Lettera di uno scrittore ‘minore’ (1968): affermi di aver sempre aspirato a diventare uno “scrittore minore”, “perché erano sempre quelli che sono detti ‘minori’ che mi piacevano di più e a cui mi sentivo più vicino.” – pensa che io punto a essere un autore postumo, di quelli che meno hanno dovuto brigare nel correggere le proprie bozze, litigando con l’editor.

Letteratura a sedere (1970): dici delle cose mirabili sul casino che è sorto agli umanoidi quando si sono messi su due zampe (facendo uscire le “vene varicose”), oppure seduti (causando guai alla “prostrata”), che è la posizione tipica di chi legge. Io m’ispiro a Andy Capp, stando disteso sul divano, posando il mio inclito capo su un cuscino. È come se mi trovassi su un isolotto, da cui scorgo, tra una pagina e l’altra, scorrere i vari natanti.

Furti ad arte (conversazione con Tullio Pericoli) – 1980: Tullio ti dice: “come Klee sei anche tu alla ricerca delle forme possibili e disegnabili, ma che ci sono nella realtà ma che esistono in quanto possibili” – e questo mi fa venire in mente l’interpretazione dei multiversi di Hugh Everett. Una particella che sta viaggiando nello spazio può finire ovunque e le equazioni della meccanica quantistica posso solo predire le probabilità che la sua direzione finale avvenga in un luogo anziché altrove. Hugh si chiese che bisognava farsene delle altre possibilità, se non ipotizzando un mondo multiplo in cui a ognuna di esse fosse concessa la chance di esistere. Anche alle quasi improbabili. È con quel quasi che si strozza la disperazione.

Dici: “Si può dire che l’arte nasce da altra arte, così come la poesia nasce da altra poesia” – si imita non soltanto un oggetto, un pensiero, ma un’esistenza altrui. L’arte è costruire insieme quel che ci è parzialmente proprio, ma che è anche altrui. Entrambi concordate che Klee vede il suo lavoro come un tutt’uno, un’opera singola, estremamente variegata. Dici: “… l’immagine complessiva di Klee resta questo universo delle possibilità delle forme, sempre molto riconoscibili. Klee è così ricco, così generoso, ma nello stesso tempo non è mai eclettico, è sempre lui”mé e sûn mé e té t ē té, e nuêter e sóm nuêter: io sono io e tu sei tu, e noi altri siamo noi altri. Ma io sono un noi, come lo sei tu. Io ero quel bimbo che odiava la sola idea d’andare a scuola, e quel ragazzino che scriveva poesie troncate a metà. Siamo due esseri diversi, ma diversi e complementari. Tutto quel che scorre lo è.

Dici: “Io ho sempre avuto coscienza di prendere dei prestiti, di fare degli omaggi, e in questo caso fare degli omaggi significa appropriarsi di qualcosa che è suo” – Stai parlando con Vidock, il celebre capo della Sûreté, ex mariuolo e galeotto. Dici ancora: “Nello stesso tempo, dalle opere degli altri puoi prendere la spinta necessaria per non ripetere stesso.” – il che, come dissi prima, non è consentito dalla Legge.

“L’imitazione del mito”, che attribuisci ad Aristotele, “non è tanto imitazione della natura”, quanto “un qualcosa di dato che si ricrea, che si reinterpreta.” Insisti: “tradurre è il sistema più assoluto di lettura.” – ti credo senza alcun dubbio “Perché bisogna leggere il testo nelle implicazioni di ogni parola.” E non demordi: “C’è questa cosa lì, chiusa, questo oggetto da cui si carpisce qualcosa che c’è chiuso dentro. C’è uno scassinamento, c’è un furto con scasso in ogni vera lettura” – Ehi! Bello! Io mica rubo, io prendo a prestito per l’eternità! E aggiungi: “L’atto amoroso è quanto di più individuale ci sia, ma è anche partecipare a una catena infinita, un ripetere qualche cosa che sappiamo essere al centro del corso stesso del vivente.” – sì, facciamo l’amore anche con le bisavole della nostra divina creatura. Concludi: “Ogni opera che contiene in sé l’imitazione, la citazione, o la parodie presuppone una scelta, una lettura, una critica, il privilegiare determinati aspetti, determinate linee nei confronti delle altre, quindi è un’attività critica.” enten eller!

Tullio ti fa una domanda a cui voglio rispondere io, in nodo simile a te, che dici: “Klee ha guardato ai disegni dei bambini”, e perciò se il tuo amico ti chiede “di chi è figlio Klee”, possiamo rispondere che, come ciascuno di noi, è figlio di tutti gli altri, ma soprattutto di se stesso. A quarant’anni decise che era giunta di inseguire i suoi sogni infantili.

Tradurre è il vero modo di leggere un testo (1982): “L’opinione corrente è che si esporti meglio uno scrittore che scrive in un tono neutro, che dà meno problemi di traduzione.” – non so, si può inciampare sia un tondino, sull’asfalto più patto e sull’erta che reca a Ravello. La distrazione è sempre in agguato: “una scrittura grigia può avere valore solo se il senso di grigiore che trasmette ha un valore poetico, cioè se è creazione di un grigiore personale…” – se è creazione…

“… per il traduttore i problemi da risolvere non vengono mai meno.” – meno male! Ogni problema contiene una soluzione che potrebbe servire per altri motivi, che non è quello per cui si sta lottando. Ogni paradosso ci fa scavalcare la doxa, l’opinione corrente. La necessità di superare un ostacolo, inquietandoci per la sua inevitabilità, ci consente di proseguire il cammino, almeno fino a un certo punto. Ed è quel punto la nostra meta finale.

“… la poesia in versi è intraducibile per definizione; ma la vera letteratura, anche quella in prosa, lavora proprio sul margine intraducibile di ogni lingua.” – che diventa una tappa che ci può tradurre Altrove.

Ti accorgi che, di tanto in tanto, “la traduzione comunicava qualcosa completamente diverso da quello che ho scritto io” quell’opera ora l’avete scritta insieme: tu e lui sarete per sempre entangled, correlati come quelle due particelle che condivideranno per sempre il reciproco destino.

“… il riflettere sulla traduzione d’un proprio testo, il discutere col traduttore, è il vero modo di leggere se stesso, di capire bene cosa ha scritto e perché.” – in due occasioni, due autrici mi scrissero, in riposta a una mia reazione, che nella loro scrittura avevo colto degli elementi che non era chiaro a loro stesse: quale miglior complimento! Una donna che ti ringrazia di averla capita!

Occorre “sapere entrare in contatto con lo spirito della lingua” – che se è straniera e non ti chiami Elias, fatichi a comprendere. Tentar non nuoce mai, e se reca dolore, passerà anche quello.

“Un traduttore che non ha dubbi non può essere un buon traduttore.” dubito, ergo sum!

“Scrivere non è mai un atto naturale…” – finzione che merita di essere compresa… “… Non ha quasi mai un rapporto col parlare.” – io e te non stiamo forse parlando? “… per scrivere bisogna invece condurre la frase fino in fondo, per cui la scrittura richiede un uso del linguaggio completamente diverso del parlato quotidiano.” – vorrei chiedere a questo punto il parere di John O’Brien. Dipende da caso a caso. Conosco una persona che talvolta rimane a metà di una frase… con la bocca aperta… e quando gli chiedo di completare il ragionamento, nulla, e quando insisto, quello ammette: m’aggiu scurdatu! Come vedi, tutto questo io l’ho de-scritto.

“… lo scrittore italiano vive sempre o quasi sempre in uno stato di nevrosi linguistica. Deve inventarsi il linguaggio in cui scrivere, prima d’inventare le cose da scrivere.” – più degli altri, intendi. Egli “ha un temperamento depressivo ma con uno spirito ironico.” – ed è il carisma che tu gli attribuisci. Noi “viviamo con il massimo d’allegria possibile la disperazione universale” – e vale la pena di chiedersi perché vi siano, anche in percentuale, meno suicidi a Scampia che a Stoccolma.

Letteratura e potere (su un saggio di Asor Rosa) – 1983: “i riformisti”, oppure “la neoavanguardia”, oppure “i rivoluzionari”: i primi due sono stati depennati dalla Storia, rimangono i terzi e, fra loro, principalmente due: Fortini (che crede nel potere salvifico della poesia) e Asor Rosa (che crede in un “no” congelato). È venuta a mancare “l’idea che la politica fosse la chiave di tutto e che esistesse la teoria politica unica e assoluta.” – prova a pensare a Nixon che, all’aeroporto, viene ricevuto dal presidente Saragat, dal vice-presidente De Martino, dai ministri Rumor, Nenni e Gui (la cui famosa circolare si è dissolta nel nulla). Immagina ora chi lo riceverebbe oggi. L’unico sulla cui dignità mi sentirei di scommettere sarebbe il nostro Presidente, ma gli altri… Non ci sono più ideologie da contrastare, non ci sono più ideologie.

Asor rosa “dichiarava, provocatoriamente, che la vera letteratura era solo ‘quell’altra’, ma poi continuava a occuparsi sempre di ‘questa’ a cui poteva rivedere le bucce e stanare i bachi ideologici che secondo lui lo corrodevano.” – è normale, hai una sfilza di denti sani, e uno bacato e dolorante: a quale pensi continuamente? Il problema è quando ne hai quattro soli e tutti doloranti.

Per te sarebbe auspicabile “toglierci di dosso questa condanna italiana di cercare nella letteratura le ragioni dei disastri della politica e i sogni di una politica non disastrosa.” – non so: non sapendo dove mettere gli occhi e le mani, forse è meglio rovistare dove ci si può ancora vedere.

Il potere non può essere non distruttivo e “l’unica cosa che si può fare è cercare di limitare i danni del potere degli altri.” – del nostro, no? Aveva torto chi cantava che Gli altri siamo noi?

Gli ultimi fuochi (1983): “Il Gruppo 63”: 1. hanno rotto gli schemi 2. hanno tentato di ricomporne uno nuovo (ho sintetizzato). Vent’anni dopo: “… ognuno di noi pensa a quel poco o tanto che può fare e s’interessa sempre meno di situarlo in un contesto; e questo atteggiamento pare prevalente anche e soprattutto nei più giovani.” All’avanguardia sta chi vuol combattere in prima linea, magari soltanto gridando. Entrambi gli atteggiamenti richiedono una dose di eroismo. Anni dopo, il contesto non esiste più del tutto. Il villaggio è globale, e il re non è nudo, non è più visibile. I nostri uomini di potere utilizzano i social, le pedane più esecrabili. Chi il potere non ce l’ha, né lo cerca, spesso lo imita come un pappagallo. Essere all’avanguardia significava anche scopare di più di chi rimaneva nelle retrovie, con o senza profilattico. Una volta, camminando per via Adua (era i 1988) trovai sul marciapiede un floppy disk da 5 pollici e un quarto, di quelli flessibili. Fino a poco tempo prima era facile rinvenire dei preservativi usati. Sentii che qualcosa stava cambiando.

Gian Carlo Ferretti, Il Bestseller all’italiana (1983): Sono d’accordo con te, prima di dividere il mondo, qualsiasi mondo, non solo quello letterario in due (autori “troppo elitari” o “troppo leggibili”, editoria “troppo industriale” o “non abbastanza industriale”), “prima bisogna vedere chiaro in se stessi”. Nell’articolo usi quell’ironia naturale, ma si scorge in esso una speranza di essere compreso anche da chi ne è l’oggetto.

Mondo scritto e mondo non scritto (1983): la parte iniziale dell’articolo, di cui mi parlò l’amico Silverio, è la causa prima della presente lettura. Tu sei, come il sottoscritto (come l’amico mi disse) cittadino di quel “mondo fatto di righe orizzontali dove le parole si susseguono una per volta” – etc etc… Mi ha colpito questa frase: quando ti capita di uscire, di svegliarti, da questo mondo, dici che “equivale per me ogni volta a ripetere il trauma della nascita…”.

Ogni volta ti poni il quesito, se quello che hai “letto è vero o falso, giusto o sbagliato, piacevole o sgradevole.” – io… non so… forse no… io penso: come mi sta cambiando quello che ho appena letto, che mi porterà? È un virus, sicuramente, pieno di vigore, però il mio corpo sta reagendo e presto svilupperà gli anticorpi idonei ad accerchiare l’elemento estraneo che ora vorrebbe farla da padrone. Sul risveglio: è come quando si torna da un viaggio avventuroso, ci si addormenta, poi il sonno si trasforma lentamente in realtà, ci si alza, ci si annoia, si medita di ripartire quanto prima. Ormai non è più un fatto brusco, mi ci sono abituato. Sono ormai un lecture addict, non posso più concepire una vita senza quelle righe. Talvolta il trauma c’è (dopo l’incontro con l’autore di Auto da fé, per esempio) ma è un fatto sporadico che capita, sì e no, ogni 6 o 7 giorni. Confermi quello che mi disse una certa Gabriella, a cui avevo detto che sarei diventato uno scrittore. Lei scosse il capo e disse che prima avrei dovuto vivere, e mi annichilò, e da quelle ceneri sono rinato. Così, tu esci da quel mondo, per poter essere quello che sai di essere: “uno scrittore”.

Giochi su due alternative, entrambe illusorie: quel che conta è il linguaggio, oppure “il linguaggio comune non ha senso; il mondo è ineffabile.” O no!, ti assicuro: è effabile, anche se quello che si può dire è sempre incerto, indeterminato, come la misura della quantità di moto e della posizione di una particella, a dire del fisico Heisenberg. Però non bisogna rinunciare a tentare di misurarne i gradi di libertà, privilegiandone uno, a scapito dell’altro, e poi cambiare il punto di vista. È un gioco? Sì, è l’unico concesso da Chissà Chi. Bohr, maestro di Heisenberg, arrivò a dire che la particella esiste solo quando la si attesta, prima e dopo (anche se queste coordinate temporali sono nostre, non di quell’evento) è un’onda. Scrivere è attestare la particella, nulla di più. Un atto illusorio? Forse.

Questo mondo che io vedo”, ti pare “già conquistato, colonizzato dalle parole” – da liberare e poi da imporgli il nostro dominio: così si comportano, i conducator, non più immorali dei gerarchi precedenti. Quando Cesare si recò nelle Gallie probabilmente si pose il problema della legittimità di quell’azione, lo spero almeno. Non poté evitare né le stragi né gli atti disumani. Questo è lo scrittore: un carnefice che vuole mutare il mondo, scardinandone la porta, per metterci la propria, con un indubbio senso di colpa.

Parlando della lingua sempre più “astratta, artificiale, ambigua”, dici che si tratta di una “epidemia” che “ha colpito per primi i politici, i burocrati, gli intellettuali.” – un uomo di un partito di governo, il cui nome non merita di essere citato, disse di una legge appena approvata: ha un unico, immenso difetto, è troppo chiara. Sic transit gloria putidi.

Jiddu Krishnamurti
Jiddu Krishnamurti

“L’approccio fenomenologico”, dici, “ci spinge a rompere lo schermo di parole e concetti e a vedere il mondo come se si presentasse per la prima volta al nostro sguardo” – un autore cercò di convincermi che si potesse vedere la realtà così com’è, senza veli: si chiamava Jiddu Krishnamurti, che, dopo avermi sepolto di parole scritte, nel 1986 partì senza lasciare eredi parimenti saggi.

“Quando mi sono convinto che un certo tipo di libro è completamente al di là delle possibilità del mio temperamento e delle mie capacità tecniche, mi siedo alla scrivania e mi metto a scriverlo.” Posso dire solo che sei bravino!

Gli scrittori migliori sono quelli che ci donano “il senso dell’approccio all’esperienza, più che il senso dell’esperienza raggiunta; il loro segreto è saper mantenere intatta la forza del desiderio.” – è un gioco di parole, a cui non credo, ma mi piace.

“… sempre scriviamo qualcosa che non sappiamo: scriviamo per rendere possibile al mondo non scritto di esprimersi attraverso di noi.” – e questo mi pare verosimile, ma non so quanto.

Il libro, i libri (1984): “L’Orlando Furioso è un libro che contiene tutto il mondo e questo mondo contiene un libro che vuol essere mondo.” – che tutto sia un frattale è una bella ipotesi, ma che la si possa accertare definitivamente è un’illusione.

“C’è una continuità nella solitudine che lo scrittore si porta dietro come un destino inerente alla sua vocazione, ma da questa solitudine si sviluppa una volontà e una capacità di comunicare.” – sì, lo ammetto, lo scrittore di chiude e si riapre come una fisarmonica, in tal modo modulando la sua melodia. Importante è l’espressione, che dev’essere genuina e immacolata più che si può, ma che rientra nell’inutilità se non reca alla comunicazione. E questo è il vero dramma in cui egli vive

Perché scrivete? (1984): 1,2, e 3: “perché sono insoddisfatto…”; “perché leggendo X…”; “per imparare qualcosa che non so…”. Per me c’è anche 4: perché respiro. Qui finisce la parte: Leggere, scrivere, tradurre – e ora comincia, purtroppo mi viene da dire: Sull’editoria.

La prima è Appunti per una collana di ricerca morale (1960): molto interessante, ma mi scatena la scrittura solo il punto in cui dici: “i libri più belli da un p. di vista morale, spirituale che il nostro secolo ci ha dato son lettere dal carcere di condannati politici”ho letto quelle di Gramsci, e le ho apprezzate. L’amore vero l’ho provato per un libro di memorie: Il forzato di Felix Milani. Leggilo e poi mi dici. Mon droit forçat!

Un progetto di rivista (1970): l’Italia “è tanto poco abile sia nel rinnovarsi sia nel conservarsi. (Per tener ferme le cose che si vuole tener ferme, quando tutto il resto si muove, l’unica è saper trovare il modo giusto di muoverle.” – bello, e utile a sapersi. Un’aggiunta, se mi è permessa: tra “i tipi di racconti non in forma narrativa” raccomandi “bestiari erbari lapidari”, e perché non stupidari? Ne uscirebbe un bell’affresco italico.

Un’idea dell’ultima ora: finisci con 19 Temi e problemi, ho con me il ventesimo: una serie di saggi di ipnosi-mentalismi-lobotomie per convincermi a utilizzare audio-video libri. Credo però di essere un paziente irrecuperabile.

Una nuova collana: i ‘Centopagine’ Einaudi (1971): Fosca di Iginio Ugo Tarchetti, morto a trent’anni nel 1869, sua opera prima e temo unica: deve essere mia!

La ‘Einaudi Biblioteca Giovani’ (1974): “nessun titolo è superfluo”, a parte il 51esimo. “… cinquanta libri tutti da leggere e da ricordare, libri che aprono: verso altri libri e verso il mondo”. Di questi so che non leggerei, a parte l’assente 51esimo, “Svetonio e Tacito: Nerone”. Poco fa dicevi: “porzioni delle loro opere monumentali che si presenta come lettura autonoma senza scoraggiare…” – mi sento leggermente demotivato.

La ‘Biblioteca romantica’ Mondadori (1981): interessante la dicotomia borgesiana (di Borgese, con la e finale!): romantico da Roma, non da classicità greca. Da cui “l’epica in prosa: il romanzo”, “cioè quella più legata al linguaggio quotidiano”. E D’Annunzio?

Amo il tuo stile, Italo, quando parli di “Lauro de Bosis, partito nel frattempo per il suo generoso volo senza ritorno”; più tardi, di Borgese, dici che una perla della collana “venne a mancare per la partenza di Borgese.” – morire è un po’ partire.

Uffa! È finita, dai! Ora c’è la sezione Sul fantastico.

I cavalieri del Gral (1981): dici che la trascrizione dell’opera di Chrétien de Troyes “si trova solo in trascrizioni in prosa in francese moderno. (È un po’ come se noi traducessimo in italiano moderno Dante e Boccaccio)”: Del Buono così diceva: Boccaccio va tradotto in italiano, diversamente resterà sempre più sconosciuto.

“Il romanzo incompiuto non ci spiega nulla e da questa incertezza nasce tutta una biblioteca di ‘continuazioni’ in varie lingue.” – che bello! Anche perché prima di leggere la Ripley si leggerebbe la Mitchell. L’articolo finisce come al modo tuo: quel tale libro “è quello che sospinge gli occhi e scolora il viso di Paolo e Francesca, fino al bacio della bocca tutta tremante che decide le sorti future della letteratura occidentale.”

Racconti fantastici dell’Ottocento (1983): “fantastique è riferito quasi sempre a elementi macabri, come apparizioni di fantasmi nell’oltretomba.”; “l’uso italiano invece associa più liberamente ‘fantastico’ a ‘fantasia’” – da cui “fantastico ariostesco”.

Charles Baudelaire, 1865, Photo by Charles Neyt, Brussels
Charles Baudelaire, 1865, Photo by Charles Neyt, Brussels

Da te vengo a sapere che Poe è stato tradotto in francese da Baudelaire (ricordavo solo la sua poesia tombale): questo mi fa pensare che i libri da leggere siano al massimo 3 o 4 (centinaia di milioni).

Sette fiaschi di lacrime (1984): ti dispiace se di questo bellissimo articolo cito solo quando dici del valore “delle lacrime come difesa fisiologica degli occhi e come strumento magico di salvezza”?

Il fantastico nella letteratura italiana (1984): ancora grazie a te, so non solo che Leopardi “non amava i romantici” (questo lo sapevo), ma anche che “disprezzava tutti i romanzi tranne il Don Quijote” – che fu il primo della serie.

Il fantastico “richiede di saper nello stesso tempo distinguere e mescolare finzione e verità, gioco e spavento, fascinazione e distacco, cioè leggere il mondo su molteplici livelli e in molteplici linguaggi simultaneamente” – il che non è difficile, se quel discorso del Velo di Maya risponde a verità. Anche la verità più profonda è appannata, anche se in superficie brilla mentre svanisce.

“… per chi esplora la propria coscienza il solo mezzo d’espressione è quello dei simboli; ed è nella dimensione simbolica che vive la letteratura fantastica.” – questione alfabetica, linguistica, segnica.

Notturno italiano (1984): parli dei “ricercatori come Ghidetti animati da questa pietas” – io non amo essere legato da alcunché, ma anch’io leggo e scrivo per pietas.

Un tuo plagio (e ti credo quando dici che è involontario) di un personaggio di Palazzeschi prova “che le strutture narrative esistono per conto loro come figure geometriche o idee platoniche o archetipi astratti e s’impongono all’immaginazione individuale dei singoli autori.” – ormai non si inventa nulla, nemmeno il modo di ricercare dentro di noi.

Ora tocca alla sezione Scienza, storia, antropologia. Il primo capitolo è La foresta genealogica (1976): tu e “il signor Palomar” parlate dite che “il ‘romanzo’ consiste solo di una serie di nomi di antenati di gente normale, la quale genealogia “è molto più movimentata e pittoresca di quelle reali”: l’autrice è una certa “Carla Vasio” che con l’immaginazione è in grado di “risalire attraverso le numerose filiazioni illegittime”. Quando Palomar inizia a sentirsi sollevato, questa sua sensazione “dura poco; subito la matassa ritorna a aggrovigliarsi.” – sfizioso questo a a a.

I modelli cosmologici (1976): articolo in cui discetti dei due aspetti della “irreversibilità del tempo”. Poi tu e Palomar citate le teorie cosmologiche di “un astronomo di Harvard, David Layzer”. Non vedo l’ora che vi possa parlare dell’idea folle di Frank J. Tipler (autore de La fisica dell’immortalità). Facciamo così, quando sarà (Frank J. è ancora giovane, essendo del ‘47), quando potremo, ci possiamo vedere in quel rinomato bistrot tu, Palomar, Layzer, Tipler e, se ha tempo, anche Gino Ruozzi, un comune amico, e così potrei dire di essere sesto tra cotanto senno.

Montezuma e Cortés (1976): Cortès “è riuscito a giocare due carte contemporaneamente con assoluta spregiudicatezza e disinvoltura: quella di difensore delle popolazioni oppresse da Montezuma e quella di sostenitore della sovranità di Montezuma” – questa mi pare di averla già sentita, anche recentemente. L’intera storia (miserrima e tragica come infinite altre) mi fa pensare all’invasione sabauda dei Mille (e forse erano molti di più) e ora mi domando perché delle due quest’ultima mi reca più tristezza. Cerco la spiegazione e me la do: Cortes fu un avventuriero, tra l’altro osteggiato nella stessa Spagna, tanto che in Messico dovette combattere contro il suo antagonista “Pánfilo de Narvaéz”, che disponeva di un “potente esercito spagnolo”.

I Mille erano attesi dalle famiglie altolocate sicule e campane e quello che successe fu deciso e commissionato altrove, ancor più che combattuto sul campo. Gradirei una lezione su questa congiura internazionale da parte dello storico Luigi Iroso.

Cannibali e re di Marvin Harris (1980): dell’articolo colgo questa perla, che tu citi, dopo aver letto il saggio: “battaglie di tribù australiane a base d’insulti osceni gridati da vecchie” – e io m’immagino cosa ne verrebbe fuori da un’assordante contumelia vocale fra un’anziana di Gavassa e una di Canicattì, di cui ho ancora nelle orecchie le grida umanissime dei venditori ambulanti.

Terribile l’affermazione che trai ancora da questo libro: “l’infanticidio (soprattutto delle femmine, ma spesso esteso a entrambi i sessi) è stata la grande valvola di sicurezza per la sopravvivenza della specie, ogni volta che la popolazione ha raggiunto i limiti d’espansione.”  

Quando ci si accorge che i bambini servivano da economici operai dell’industria “veniva ora concesso il privilegio di vivere” qualche anno in più… O tempora o desperationis!

Carlo Ginzburg, Spie, radici di un paradigma indiziario (1980): “Con rapidità associativa degna d’un antico cacciatore Ginzburg collega alla caccia l’origine dell’arte di narrare.” – grande definizione! L’autore sa ricondurre il romanzo di Proust a “un rigoroso paradigma indiziario” e “su una forma mentale ‘venatoria’ nella sua essenza”; e, a volte, “l’arte del narrare incrocia le sue vie con l’arte divinatoria, a sua volta incrociantesi con la semeiotica medica e in genere l’induzione scientifica delle cause e degli effetti.”

M’interessa il discorso sulla privacy violata dalla socialità, per cui il sesso diventa un atto sociale e, in un qualche modo, pubblico, e nella socialità ha origine “la colpevolizzazione del prossimo, sotto forma di malignità pettegola, di malevolenza generalizzata” – quella che a Rèş chiamiamo radio bugadêra: quando le donne, facendo il bucato, fanno da cassa di risonanza dei peccati altrui.

Ilya Prigogine e Isabelle Stengers, La nuova alleanza (1980): “Ho riassunto e parafrasato metà del libro di Prigogine e Stengers, fino al suo punto di suspense più drammatico” – mi rechi sollievo, anch’io spesso mi comporto talvolta così, con un conseguente senso di colpa.

“Il discorso di Prigogine passa continuamente – talora nella stessa frase – dalla formula alla riflessione del filosofo…” – che bello!

Arnold Van Gennep, i riti di passaggio (1981): “Scrivendo negli ultimi anni della Belle Époque, egli mette tra le separazioni in via di cancellazione anche le frontiere tra Stati” – macché, ci sono ancora, eccome! Quello che è transnazionale è la finzione di un villaggio globale, dove vengono esposti al mercato, schiavi e mercanzie varie. È solo per questo fatto che “le nazioni confinanti tendono sempre più a somigliarsi.” – e oggi il 90% delle nazioni lo sono, in tal senso, confinanti. E “nessuna separazione si configura più come consacrata da un rituale.” – che non sia l’inno nazionale da far risuonare prima di un evento sportivo. La “crisi diffusa e continua” del mondo è ormai soltanto la somma algebrica di tutte le crisi locali.

Parli delle “porte” e del nostro “mazzo di chiavi appeso alla cintura” come capita a “un carceriere”. Andrea Staid, ne La casa vivente, dice che “non ci riconosciamo nella comunità in cui viviamo e abbiamo paura di quello che si colloca al di fuori del nostro nucleo familiare”. A volte scordiamo le chiavi in casa e dobbiamo chiamare i vigili per poter rientrare, che ci vengono a salvare, penetrando nell’appartamento come fanno i ladri.

Lungo viaggio al centro del cervello di Renato e Rosellina Balbi (1981): “questa pagina del mio diario intimo è stata scritta sotto l’influenza d’un libro quanto mai sollecitante” – dove riesci a sintetizzare il senso di quel saggio sull’evoluzione genetica umana, raccontando i fatterelli di una tua giornata. Un esempio: “Pagare prima d’aver consumato presuppone la progettazione del futuro: livello 15, l’australopiteco che già riesce a conquistare la posizione eretta (o il bambino d’uno anno e mezzo)” – per cui basta leggere il tuo articolo per farsi un’idea abbastanza chiara del processo evolutivo umano. Non so se nessuno te l’ha mai detto, ma sei un grande.

Turbare l’universo di Freeman Dyson (1981): l’autore, con somma onestà, descrive il suo passaggio da cultore di Ghandi a scienziato che, obtorto collo, giustifica le bombe atomiche che posero fine alla Seconda guerra mondiale. Tralascio di commentare alcune considerazioni di questo pur illuminato scienziato, e mi rivolgo all’ultima frase che cito perché tu citi Dyson che cita a sua volta Einstein, che la pronunciò per primo: “Si può affermare che l’eterno mistero del mondo è la sua comprensibilità” – e questa è una delle più grandi fandonie a cui quel grand’uomo non seppe rinunciare. È una preghiera religiosa, non una teoria scientifica, non essendo falsificabile.

Giovanni Godoli, Il Sole. Storia di una stella (1982): molto chiaro sia il tuo commento che, intuisco il saggio a cui ti riferisci. “… sul mistero dei neutrini (in teoria ne dovrebbero arrivare sulla Terra molti di più di quelli che ne arrivano.” – succede a tutte le risorse: qualcuna si perde per strada.

Saggi sull’amore di Ortega y Gasset (1982): che tu leggi “non per farmi convincere dalle sue idee, ma per il piacere che mi dà vedere come funziona il meccanismo della sua mente.” – bene!

“È lo spettacolo del suo filosofare che m’attira; poi il vero e il falso me li deciderò per conto mio in un altro momento, sulla base di tante altre cose” – noi siamo tante altre cose, in perenne mutamento, ora e per sempre panta rei.

“Ortega separa l’amore dal desiderio (stimolo che proviene dall’oggetto) mentre l’amore va verso l’oggetto, cioè dall’amante all’amato, e fa sentire uniti all’oggetto nonostante la distanza” – e questo mi fa venire in mente il gluone che tiene uniti i quark, che più sono vicini e meno è forte l’interazione; qualora i due tipetti si allontanano l’uno dall’altro, più essa si tende, diventando sempre più energica, per poi spezzarsi, come accade a un elastico.

“… il dongiovanni prende il posto della donna fatale” – essendo così carino, poverino. Capita.

Che ne pensi tu, dei gravitoni? Dicono che esistono, ma non si riesce a scovarli. Potrebbero essere massivi e soggetti ad altri gravitoni, anch’essi soggetti ai loro compagni. Che confusione hai creato, non tu Italo, ma Lui!

Lo sguardo da lontano di Claude Lévi-Strauss (1983): citi la querelle fra Claude ed Edward (O. Wilson), che recentemente è partito. Chissà se continuerà colà, in quel fatidico bistrot?

“L’arbitrarietà del segno linguistico (il fatto che non c’è nessuna ragione per cui una data parola significhi una data cosa)”: in slang americano scoreggia è trump, e il suono dà l’idea. In arşân è lôfa, loffa in italiano, se non è rumorosa; quando risuona anche troppo è scurşôun. Anche in questi casi l’idea è insita nel termine, no?

Vedo che mi stai imitando (in senso borgesiano, stavolta da Borges, per cui prendi spunto dai tuoi successori): a ogni capitolo dedichi un commento.

Per “L.-S”, come tu sintetizzi il nome dell’autore, la miglior pittura è quella che precedette l’impressionismo. È il caso di ripetere ancora panta rei? Sì, ogni volta che serve.

Dopo Cezanne, Picasso, Fontana, Burri, Pollock ecco che è giunto tra noi Ygal Ozeri. Dimmi cosa ne pensi, anche tu, L.-S.

Italo, dici che non hai fiducia dei “movimenti indipendentisti su base linguistiche e religiose”, con me siamo già un paio di sfiduciati. Anch’io vorrei essere indipendente, ma sento di aver bisogno della totalità; di libertà quanto di catene.

Pietro Redondi, Galileo eretico (1983): “Redondi è uno storico molto documentato ma che ama raccontare: e tanto la narrazione dei fatti storici quanto quella delle proprie ricerche acquistano il suspense d’un romanzo giallo…” – un saggio che m’intriga molto, grazie dell’assist.

Fato antico e fato moderno di Giorgio de Santillana (10 luglio 1985 è la data della pubblicazione del tuo articolo su la Repubblica). Opera scritta “una ventina d’anni fa: prima, cioè, della nuova ventata d’euforia che – se ben intendo – è tornata a gratificare la fisica subatomica.” – non so a che alludi, magari me lo dirai a suo tempo. Penrose, uno degli studiosi più seri dell’argomento, parla delle questioni insolubili di quel mondo magico, dove pare non abbia il permesso di soggiorno il nostro meccanismo logico: al di sotto dello spazio di Planck forse solo Lui può dire la Sua.

Un’opera di Santillana, Il mulino d’Amleto, non è stato commentato sulle colonne in cui appare questo articolo, forse proprio a causa del “troppo entusiasmo di noialtri recensori, che ci ha fatto prima disputare il libro tra noi, per divorare le cinquecento pagine troppo in fretta, per poi lasciarci bloccati di fronte al compito di riassumerlo.” – cose che non capitano a chi non appartiene a un noialtri, ma che è (relativamente) libero del suo tempo e delle sue scelte.

“Il Fato che sovrasta tutti, uomini e dèi” ma vi è anche “la libertà che può essere raggiunto solo da chi comprenda e rispetti le leggi e le misure del Grande Orologio.”il destino che coinvolge tutti insieme al Tutto. Questo è il mistero dei misteri. Ami questo autore, perché “il suo è il movimento stesso dell’intelligenza, che comprende più ancora che non giudichi, e talora giudica per comprendere, pronto a giudicare diversamente quando si tratta di comprendere una cosa diversa.” – bravissimi, preziosissimi entrambi!

Ogni tua riga è notevole, ma non tutto in egual modo, come capita ai migliori scrittori, ai migliori umani. Eppure avrei dovuto commentarla, anche quella riga che mi parve meno cogente: “non dimenticare mai di situare l’uomo tra le specie viventi ed affermare i diritti dell’ambiente sull’uomo più che i diritti dell’uomo sull’ambiente.” (articolo di L.-St).

Di questo ne ciarleremo a voce, sorseggiando, se te la senti, un caffè valdostano. A Cogne ne assaggiai uno buono e non vedo l’ora di fare il bis.

Italo Calvino
Italo Calvino

Leggo la troppo illuminante Postfazione La forma dei desideri – L’idea di letteratura di Calvino di Mario Barenghi, che mi rende parzialmente conscio di quanto ignorante io sia di quest’autore, per cui non posso che ringraziare quel critico profetico.

La letteratura, per te, Italo, “non coinvolge la totalità della realtà e dell’esperienza.” – e come potrebbe? Essa “acquista senso solo in quanto consapevole della propria parzialità…” – il gioco della ricerca della consapevolezza è sempre il più necessario; “l’accento batte, sia in negativo sia in positivo, sulla frontiera tra i due mondi.” Mi fa piacere che almeno una cosa la possa condividere con Mario: siamo due “baby-boomers”, teenager degli anni settanta. Mario, mi hai fatto un regalo, di quelli così ovvi che non si pensa mai ad acquisirli: “tutti i personaggi di Calvino, non solo gli eroi della trilogia cavalleresca, sono il risultato di una mutazione strategica” – anche Palomar, che è “una figura umana ridotta agli organi della vista e del pensiero.”

Sostieni che Berardinelli a sua volta sostiene che Italo “pecca per eccesso di prudenza e di calcolo”, come chi attraversa una rotonda a Nocera e, nel bel mezzo della stessa, deve bloccare l’auto perché si sta infilando nu fetuso che tene a cazzimma, per cui rischi di essere tamponato dal malcapitato che ti sta attaccato al culo. Secondo te, secondo Berardinelli, Italo distingue letteratura e realtà, “per difendersi dalla realtà stessa.” – la quale sarebbe una prudenza da raccomandare a chiunque. Sono d’accordo con te, quando affermi che “il lettore a cui Calvino pensa è un lettore attivo, responsabile, e idealmente superiore allo scrittore stesso.” – idealmente, non praticamente. Per questo e per altro, gliene sono grato. Anch’io, come te, gli dirò, quando potrò, grazie, amico mio!, per avermi fatto sentire “un po’ meno inerme”!

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Italo Calvino, Mondo scritto e mondo non scritto, Mondadori, 2019

 

2 pensieri su ““Mondo scritto e mondo non scritto” di Italo Calvino: quando le righe ti saltano addosso

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