“Siamo di nuovo amici” di John O’Hara: voices, only voices

Inizio la reazione alla novella “Siamo di nuovo amici”, tratta dalla trilogia Prediche e acqua minerale, in maniera che potrebbe sembrare assurda e illegittima, dal saggio finale di Maurizio Bartocci, che mi dà molto da pensare: “John O’Hara non costruiva mondi, non inventava situazioni, riproduce con maniacale fedeltà persone e situazioni, che conosceva e che aveva conosciuto, o che arrivava a conoscere attraverso le proiezioni dell’intelletto”, aprendo “squarci” nella “vita delle persone”, da cui, e questa è una mia allegoria, suggeva il suo nettare narrativo.

Siamo di nuovo amici di John O’Hara
Siamo di nuovo amici di John O’Hara

Quest’idea m’appassiona.

Ogni scrittore deve vivere per raccontarla, per citare il libro di memorie di Márquez. Vivere può significare, per lui, anche restare in casa ad ascoltare le voci che sono sia dentro che fuori la sua anima. Qualcuno, uscendo nel mondo, può tornare nel domicilio dello scrittore e infettarlo di voci esterne, che lui poi riuscirà talvolta a metabolizzare nel proprio organismo narrativo, rielaborandole e rigettandole nella scrittura.

Può anche ricavare il materiale dalla lettura di altre opere, giungendo a scrivere di una mitica isola malese, senz’essere mai essere uscito dai confini nazionali. Similmente, qualcun altro, infarcito di alcune nozioni scientifiche, si recò sulla luna, al centro della terra e viaggiò sul Nautilus.

L’importante è che, ogni volta, un autore, dopo aver raccolto la voce di chi ha vissuto in un qualche luogo, riesca a riprodurla, un po’ falsificandola, come si fa con un dato scientifico che, trasformato in teoria, muta, a volte solo impercettibilmente, il significato originario. La conoscenza non è mai certa ma, come insegnano i fisici quantistici, ogni osservazione altera il dato osservato. Bohr giungeva a dire che la particella esiste solo quando la si attesta. Cosa rimarrebbe delle chiacchiere che vengono dette, se non ci fosse qualcuno in grado di registrarle? Onde… evanescenti onde che si disperdono nell’ambiente e… soltanto energia, forse.

“Ma ancor più che ad ascoltare, O’Hara è bravissimo a origliare, a cogliere, a intercettare, una dote che gli permetterà di progettare e ordire quei dialoghi divenuti poi innegabilmente il marchio distintivo, la pietra angolare, della sua opera.”similmente si comporta un antropologo che osserva il comportamento di una tribù di selvaggi, augurandosi che non siano cannibali.

La voce umana, fa giustamente notare Bartocci, è composta da vari elementi (“il timbro, il volume, l’intonazione e persino la prossemica”, la distanza che varia continuamente fra i vari attori di una conversazione) che ogni lettore si crea durante quell’esperienza magica, e assolutamente individuale, che è la lettura. Un dialogo che ascolto io mi parrà diverso da quello che ascolterà qualcun altro, perché io mi differenzio da chiunque altro, e chiunque altro da me.

Il saggio di Andreina Lombardi Bom è meno profetico, ma non meno interessante, poiché descrive in modo sintetico ed efficace la cronologia della vita dell’autore, terminando con un’interessante affermazione: “Per quanto il personaggio O’Hara possa sembrare poco simpatico, lo scrittore O’Hara è altra cosa” – poiché egli è “un grande scrittore”, capace di creare “personaggi che rimangono impressi” nella mente del lettore come se li incontrasse di persona, com’è capitato al sottoscritto.

Fin qui non posso negare che ho attinto in modo spregiudicato dai due saggi, essendo entrambi estremamente illuminanti.

Se John O’Hara origliava gli altri, ora mi permetto di fare lo stesso coi suoi personaggi.

“… Sono la trentenne ingénue più promettente che ci sia, ma non posso fingere che tu non sia un verme. Perché è questo che tu sei…” – ecco un aspetto della scrittura che non si riesce, con tutta la buona volontà di questo, nonché di quel, mondo, a evitare di notare e di sottolineare: la micidiale ironia con cui le cose sono dette; l’eirôneia che consiste nel dire una cosa per intendere un’altra. Anche in questo caso? Julie è attratta da Jim, l’io narrante. Di solito i vermi si schifano e si evitano. Poco dopo gli scrive una lettera che sprizza simpatia ma anche un certo numero di antifrasi, come per esempio: “Mi sono proprio divertita e lo dimostra il mal di testa che ho…”.

Un derivato dell’ironia è però la canzonatura, il prendere in giro ammiccando, il dire negando, ma anche il negare affermando, in un gioco che non è mai per nulla chiaro. Poco prima lei aveva detto, dopo che Jim le aveva fatto un complimento: “Sei un verme, Jim, ma sei un vecchio verme simpatico.”

Quel che colpisce l’occhio ma soprattutto l’orecchio del lettore è che ogni tanto non vi è un dialogo e allora ci si chiede perché, cosa può essere successo? Per fortuna, però, si tratta di casi isolati, non troppo significativi. In genere la fiumana delle parole comprende soltanto dialoghi.

Chi parla e chi ascolta è sempre questo io narrante, Jim Malloy, di cui non so quanto valga la pena di descrivere la storia, che è importante, senza dubbio, ma che è giusto dedurla unicamente dalla lettura della novella e dal frenetico zigzagare delle voci, che si avvicinano, s’intersecano, s’allontanano, per poi approcciarsi nuovamente, staccandosi, cercandosi, perdendosi: la prossemica di cui si diceva.

La moglie di Charley Ellis, un amico di Jim, la povera Nancy, è spirata da poco: “ha avuto un colpo dopo pranzo”. I due amici decidono d’incontrarsi in un club, dove possono chiacchierare amabilmente e indisturbati.

Prezioso è l’avvertimento che Jim dà al fresco vedovo: i vari “dettagli” collegati al tragico momento lo distrarranno al punto che poco penserà al decesso della consorte, cioè non quanto ci si aspetterebbe. Poi, all’improvviso, sentirà “la botta”: “Non so quando ma so come. All’improvviso, e senza motivo apparente…” – e questo indica un altro aspetto della narrazione di O’Hara: è saggia, per quanto, come s’è detto, spesso antifrastica. Occorre saperla leggere e questo è un esperimento davvero difficile.

La novella è lunga appena un’ottantina di pagine, ma è decisamente complessa e richiede un’attenzione continua. Consiglio di leggerla in un’unica soluzione, se ci si vuol capire non solo qualcosa, la superficie, ma parte l’essenziale, che è sommerso. Una roba da Capitano Nemo, per intendersi.

Io ancora ignoro di cosa io (e lui) si stia cianciando. Vedremo. Ora che ho concluso la lettura, sto ancora rimuginando e ripassando mentalmente alcune delle frasi udite (si fa per dire, essendo scritte), che ho strategicamente sottolineate, fissandole per l’eternità.

Dopo che i due amici si sono salutati, si piomba indietro nel tempo, in “un pomeriggio del 1937”.

A causa di un certo Franklin Delano Roosevelt (antifrasi), Chrley Ellis, che sta dialogando con Jim, confessa di aver soffiato la moglie a “Jack Preswell”: si tratta di una certa Nancy; e questo nonostante una passione che egli sta provando da anni per una sua cugina, non si sa quanto felicemente sposata con un riccastro.

Questa Nancy vorrebbe conoscere di persona l’io narrante, che è un noto scrittore. Gli dice Charley: “Mi piacerebbe far vedere a Nancy in quale squallore vivi.”

Dopo cinque scambi di battute, ci sono altrettante righe di discorso indiretto, che termina così: “Ma la prima osservazione di Charley Ellis, quando arrivò con Nancy Preswell, fu: ‘Guarda un po’, ha fatto mettere in ordine. È tutta roba nuova?” – che è un’astuta manovra per spiattellare all’amica: costui è un geniale, nonché immenso confusionario.

Dopo un bel po’ di dialoghi, intervallati da un paio di brevi inserti descrittivi, “alle undici prendemmo un taxi per un teatro dove avevo appuntamento con Julianna Moore, il cattivo in gonnella d’un giallo inglese”, detta Julie, dove vengono pronunciate, fra infinite altre, quei discorsi a proposito di quel gran verme che è Jim.

Quel miriapode si dilunga (si fa per dire) sul suo rapporto con Julie, dicendo: “Ci servimmo l’uno dell’altra per un paio di settimane in un surrogato di idillio che funzionò egregiamente al posto di quello vero…” – che sfocia in una vera promessa d’amore eterno, per cui lei gli dice: “Sarò una Malloista finché non ci sposeremo.”la cosa che più m’intriga di questa frase è quella M maiuscola, tenendo presente che, come si scoprirà vivendo, ma soprattutto leggendo, non si tratta di un amore destinato a durare.

“Ventitré anni dopo, zeppi d’avvenimenti, ricordo ancora la posizione di quella chiave immobile sul tappeto verde scuro.” – da cui si deduce che l’anno in cui l’autore sta scrivendo è il 1960.

“Il modo in cui le cose sono collegate l’una all’altra può benissimo passare inosservato se un avvocato o uno scrittore non vi richiamano la nostra attenzione.” Confermo il fatto, avendo appena letto Una tragedia americana di Dreiser. E a volte sia lo scrittore sia l’avvocato hanno qualche difficoltà a tenere unite le cose” – trattandosi di due creatori abbastanza lontani dall’onnipotenza, perennemente acerbi e difettosi. “… ed è una fortuna che gli scrittori non siano vincolati alla regola delle testimonianze o ai capricci della Corte” – come, pur ambiguamente, ci insegnò Borges, ogni scrittura è una finzione, più o meno colpevole. “Il capriccio del lettore è l’unica cosa che deve preoccupare lo scrittore.”e questa è una fandonia in cui è fantastico credere. È lo scrittore che crea il capriccio del lettore.

Ora Jim-John sta dichiarando di appartenere “all’era del telefono al tavolo del locale notturno”, e si domanda che futuro arriderà le nuove leve di letterati. Se soltanto sapesse…

John O'Hara
John O’Hara

Con quella Julie, poi, è proprio finita? Sì, senza alcun dubbio, anche se… “immagino che se fosse venuta in camera mia nel cuor della notte le mie buone intenzioni sarebbero svanite.” – questa non mi pare un’antifrasi, ma la confessione erotica di un’anima. Quel che contraddistingue il vero mentitore è la capacità di dire saltuariamente la verità. Anche nel deserto ogni tanto pioviggina.

Vorrei segnalare il penoso caso di un certo Hackley, aspirante spia, che non si rifà i denti perché, quando torna “laggiù”, “la Gestapo potrebbe darmi un’occhiata in bocca e domandarmi dove ho avuto la fortuna d’incontrare un dentista americano.”

Nancy ha entusiasmi facili che hanno il vizio di non durare granché. Bella e schietta, confessa a Jim che lui non è più uno dei suoi scrittori preferiti: “… il mio posto era stato preso da Kafka, Kierkegaard, Rilke e Camus. Le mandai una copia di Kilmer per completare la sua collezione di nomi gutturali…” – io le avrei suggerito Knut Hamsun.

La considerazione finale, che forse mi permetterà di comprendere qualcosa di questo ameno scrittore, me la suggerisce lui stesso, parlando del suo amico Charley, con cui divide soprattutto la sua passione per Franklin Delano Roosevelt, che per Jim è fatta di stima e per Charley è qualcosa di simile all’obbrobrio, ma questo non può che amplificare la loro ambigua amicizia: “Che ne sapeva lui di me? Che cosa possiamo veramente sapere l’uno dell’altro, e perché dobbiamo fare una simile tragedia della solitudine, quando è la condizione finale di tutti noi? E dove sarebbe l’amore senza di essa?”

Che diavolo intendeva dire? Forse che non serve porgere l’orecchio per spiare le reazioni umane del prossimo, se già lo conosci nei suoi più intimi particolari? E che questo tuo tendere verso di lui, soprattutto verso le minuzie che fuoriescono, un po’ spaesate, dalla sua anima, manifestandosi al mondo, non avrebbe senso se tu non provi per quella persona quella magica attrazione che ha quel nome assurdo che fa rima con cuore?

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

John O’Hara, Siamo di nuovo amici, Racconti edizioni, 2022

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: