La casa dei Tarocchi #22: ricominciare da zero con il Matto

Scrive Giordano Berti nella prefazione a “Vit(amor)te” che senza dubbio “nelle arti tutto si rinnova sistematicamente a partire da ciò che preesiste: nella musica, nella danza, nelle arti visive, nella letteratura. Tra gli esempi più mirabili di questo continuo rinnovarsi, il Gioco dei Tarocchi è assolutamente emblematico”, e rimescolando le carte comprendiamo il Gioco della Vita.

La casa dei tarocchi 22 - Il Matto
La casa dei tarocchi 22 – Il Matto

Da dove arrivano i 22 passaggi di questa danza immaginale?

Volendo datare un oggetto in una forma ben definita” scrive ancora Berti “si può dire con assoluta certezza che i Tarocchi nacquero nell’Italia del Nord nei primi decenni del Quattrocento. Erano un raffinato gioco di Corte, perché quelle immagini evocavano pensieri lontani dalla gente del popolo. Ben presto divennero un gioco d’azzardo e tuttavia i giuristi lo definivano in modo ambiguo dato che nel gioco dei Tarocchi si può vincere anche con pessime carte… come in guerra”.

A guardarlo con attenzione, il ventiduesimo arcano mi fa venire voglia di prendere lo zaino per riempirlo con quelli che, se tutto va bene, diventeranno i quattro elementi del Mago.

Mi fa venire voglia di organizzare la giornata facendo affidamento sulle minime risorse indispensabili. Aprire la porta e via! Partire all’avventura per andare incontro al Mondo (XXI), gironzolando fino a sera, e chi se ne importa se si smarrisce la via.

Il Folle cammina senza pensieri e mi regala leggerezza, aiuta il mio essere ben disposta. Chi invece abitasse il proprio spazio-tempo solamente nel bagaglio di possibilità che offre questa icona, avrebbe molto da perdere.

Il Matto chiude un cerchio ma è importante che sappia anche aprire il nuovo viaggio – che sia dell’eroe, per tappe archetipiche, o anche, semplicemente, dell’esploratore, del turista tra le carte, del vivente in attesa della schiusa di un uovo magico, quello posizionato sotto il sedere della Papessa (II).

Il nostro giovanotto è un tipo vagabondo, leggermente flâneur, diciamo; è giocoliere quanto basta e musicante errante. Forse sogna il giro del Mondo in Zero giorni, ed è uno Zero che segna la fine, il suo, se lo vediamo come ventiduesima carta, o che spalanca un altro inizio. Lo Zero mi ricorda il globo terrestre schiacciato ai lati, un palloncino mandorlato che è davvero il nonnulla e al contempo è il tutto.

“Storie che curano” la follia

Ha a che fare con la psichiatria, il Matto? È “lo scemo del villaggio”? È forse un mozzo sulla “nave dei folli” di Hieronymus Bosch?

Se guardo il leggiadro fanciullo del mazzo Rider-Waite Smith, io dico che no, lui non ha l’aria di essere un indicatore di psicopatologia. Non ha del tutto, come si suol dire, i piedi per terra, ma l’adolescenza è la condizione perfetta per sognare alla grande.

Il Matto - Tarocchi Rider-Waite Smith e (a destra) Tarocchi di Marsiglia
Il Matto – Tarocchi Rider-Waite Smith e (a destra) Tarocchi di Marsiglia

Nemmeno il buffone dei Tarocchi di Marsiglia ci rimanda necessariamente a problemi mentali, eppure ha l’aria di uno che potrebbe stupirci con effetti speciali e rimescolare gli eventi come il Jolly. Estraendo la carta dai cosiddetti Tarocchi del Mantegna, ecco, forse nel soggetto del Misero troviamo spunti per una triste fiaba di sofferenza mentale. Se penso all’immaginario legato alla storia della follia, mi vengono in mente tante, tantissime storie, alcune tragiche e altre decisamente evolutive. In ogni caso, narrare autobiografie e raccontare il buio è terapeutico, è trovare le parole per dire l’anima, è la cura.

La guarigione, se arriva, è prima di tutto guarigione del nostro senso narrativo, che dona un senso narrativo anche ai nostri disturbi. Dobbiamo prenderci cura dell’immaginazione, dal momento che può essere anche fonte del nostro disturbo.” – James Hillman, “Le storie che curano, pag. 94

Racconti ascoltati in comunità psichiatriche durante il tirocinio tornano a galla; tra le pagine degli incontri con uomini e donne che potrebbero indossare il cappello del giullare e percorrere il sentiero del numero Zero, leggo il Matto. Li ho ascoltati, i malati mentali, nei servizi con i quali ho collaborato. Penso anche alle memorie della mia famiglia, alla vita disperata di Adele Bianchi, che fu prima moglie del mio bisnonno Emanuele Napoleone, dimenticata in un manicomio dopo la morte della loro prima figlia. Probabilmente la depressione, il troppo dolore. Chi lo sa. Non è possibile recuperare notizie di una paziente del 1898. Non sarei qui oggi, se Adele non avesse lasciato libero lo spazio nel quale Zelmira, la mia bisnonna, ha poi creato la propria casa. Ho voluto ringraziarla dedicandole una filastrocca in “Favolesvelte” (Golem Edizioni).

C’è l’esperienza di vita di Giovanni, un paziente con demenza che ho incontrato anni fa in una struttura per anziani. Poco importa se il tempo mi confonde le idee e non ricordo il nome del manicomio nel quale Giovanni aveva prestato servizio come infermiere. Non occorre essere precisi. Poteva essere Quarto – edificio abbandonato alle erbacce e riscoperto dai festival di musica e poesia – oppure no. Ovviamente Giovanni non si chiama Giovanni, ma forse Giorgio o Gilberto o…

Il fatto è che adesso Giovanni ha dimenticato ogni cosa a causa dell’Alzheimer, e allora questa storia la racconto io dal blog Favolesvelte, storytelling portato sul palco durante una serata a Torino.

Giovanni il Matto

Che fretta c’era lungo i corridoi; la gente affacciata alle porte che non sapeva se uscire o rimanere chiusa dentro. Come era sempre stato prima, quando tutto era sotto controllo, quanto tutto aveva un ritmo cadenzato scalpiccio e ogni minima uscita dalle righe veniva riportata all’ordine. Che fretta c’era nel cortile. Le divise smesse, i ruoli alla rinfusa, i vestiti a colori, le voci, le grida che non capivi più chi era chi, e il visitatore non era in grado di distinguere il medico dall’ammalato, il savio dal folle. Ma che fretta c’era?
Perplesso, il dottor Zeta osserva il suo ospedale dalla finestra al primo piano, mentre Giovanni non ha risposte. Piuttosto, per Giovanni è impellente capire cosa fare con Anna, che è tornata ubriaca fradicia dalla campagna, il corpo pieno di lividi. La si può far controllare se è stata stuprata? Giovanni vuole anche sapere come gestire Gualtiero, che non potendo più stare cucito nel letto – zitto e mosca – la coperta con le cinghie, si dedica alla pittura dei muri delle case limitrofe in gradazioni di escrementi. A Gualtiero, artista mancato, o artista a suo modo, gli piace colorare il mondo con la cacca. È per questo che lo hanno rinchiuso in manicomio da bambino.
Giovanni è contento di questo cambiamento, ché la 180 è una conquista e adesso anche lui, infermiere grande e grosso, può cominciare a comunicare. A dire la sua. Non è più solo un ubbidire agli ordini. I medici chiedono la sua opinione nelle riunioni. Abituato alle maniere forti ma anche dolci, non così convinto che le centinaia di docce gelate che ha somministrato negli anni siano davvero servite a far smettere Pino, a non fargli più sbattere la testa contro il muro, Giovanni è felice di poter parlare. A sedare Giorgio che con la bava alla bocca picchia ancora duro, picchia sempre a tradimento, si sentiva a disagio.

Mi racconta le storie del passato, la sua memoria a lungo termine non è del tutto compromessa. Lui narra e io ascolto. Gli faccio domande, cosa è accaduto poi a Gualtiero? Il poliziotto lo ha riportato a casa – la sua casa è stata sempre e solo il manicomio, perché lui una casa non ce l’aveva più – tenendolo a debita distanza perché puzzava.
Giovanni racconta e passano gli anni,
lo accompagno in giardino lo faccio parlare. Primavera estate autunno inverno, Giovanni scappa se gli lasci il cancello aperto. Si fa incontinente Giovanni. Dottoressa, mi dice, che fretta c’era quella volta che è cambiato tutto, quella volta che dovevamo aprire la porta al futuro e chiudere con il passato. I ricordi di Giovanni si cancellano velocemente, si cancellano giorno dopo giorno, viene portato su alla lungodegenza. Alla mensa c’è odore di urina e di minestrina, lo stesso odore che c’era là e allora quando Giovanni faceva l’infermiere a Genova, all’ospedale psichiatrico. Giovanni non vuole mangiare, gli operatori lo imboccano con scarsa pazienza. Giovanni è angosciato, Giovanni si aggira la notte, lo legano al letto e di giorno resta per ore bloccato sulla carrozzina se il personale è impegnato altrove. Giovanni non riconosce i suoi familiari ma Giovanni ricorda ancora com’era il manicomio. Mi dice dottoressa, noi li andavamo a prendere ubriachi, c’era Gualtiero che dipingeva con la cacca e Giovanni se la fa nel pannolone. Giovanni non ha più memoria non ha più storie e oggi Giovanni lo racconto io. Che non si cancelli, Giovanni, nel tempo che fugge, nel tempo bianconiglio che corre – ho fretta ho fretta – e si porta via le parole attraverso lo specchio dei giorni. Giovanni, Alice è l’anima che ti aspetta.

Un altro tipo di follia

Carl Gustav Jung
Carl Gustav Jung

Carl Gustav Jung ha sempre privilegiato la riflessione esistenziale sulla sofferenza psicologica rispetto alla sistematizzazione nosografica della psicopatologia, scrive Claudio Widmann. Agli occhi del padre della psicologia analitica, la malattia mentale acquista interesse come storia di contrasto tra opposti: conscio e inconscio, esterno e interno, nella frammentazione dell’Io senza barlumi di coscienza. 

La follia fatica a raccontare una storia ma è connessa alle storie, e sono tutte narrazioni in contrasto tra loro. Non è però il conflitto a essere causa di psicopatologia. L’eccesso di unilateralità, piuttosto, può generare squilibrio e lo squilibrio spacca l’anima, portandola alla rottura. Dipende dal modo in cui lo affrontiamo – ricordiamoci della Ruota (X), ad esempio, e della Torre (XVI).

Come fa il nostro arcano Zero ad approcciare il Mondo senza cadere nel baratro?

L’aspetto regressivo del viandante

Quanti fanciulli a rischio di scivoloni ho incontrato al numero Zero? Penso al sempliciotto Parsifal, anti-eroe wagneriano citato anche da Widmann, tenuto lontano dal senso della cavalleria, allevato nel regno chiuso, soffocante, delle Grandi Madri, educato all’assenza di coscienza. Parsifal non ha nemmeno l’idea della consapevolezza, e dovrà soffrire molto prima di raggiungere la luce, la potenza del Graal.

Penso alla follia di Dioniso. Errante istinto compagno delle Menadi, il dio greco ebbro gira a vuoto per anni, prima di approdare a una qualche centratura. Sperimenta la pazzia come condizione esistenziale totalizzante, fino alla redenzione e all’incontro con Arianna. Il dio che suscita la follia e scatena il conflitto psichico l’ha provata su se stesso quella stessa pazzia. Non a caso, a Dioniso vengono dedicati rituali forti, laceranti, capaci di contenere in uno spazio e tempo definiti – forse proprio il perimetro dello Zero – gli impulsi irrazionali, i frammenti della personalità.

Non ti scombina per cattiveria, il dio: agisce perché è la sua natura. Se l’innocenza inconscia del Matto appartiene al nostro Io, diventa chiaro che le parti adulte vengono seppellite, cancellate, evitate come funzioni inferiori… e chi si è visto si è visto. Ma cosa succede allora? A livello conscio non si sa dove andare a parare. Si vaga erranti. Se per un po’ di tempo va bene perdere la testa, basta che non si esageri. Manca la compensazione, altrimenti; la coscienza si abbassa ed emergono solo i complessi inconsci.

Possessione e invasione sono fenomeni che guidano il Matto dentro il burrone.

Il Matto deve partire…

L’ultima puntata de La Casa dei Tarocchi è adesso, ed è ogni volta che si ricomincia il viaggio. Potrai rileggere questo articolo a ogni giro di carte, per ripartire, considerando il Mandala dei Tarocchi non un cerchio chiuso, bensì una spirale che si rigenera ogni volta, approfondendosi e amplificandosi.

Sto gustando, apprezzando in modo particolare, il lavoro creativo di Alessandra Spagnoli. Il suo nome d’arte è @alextarox; si tratta di una insegnante di Yoga che da anni si dedica al lavoro psicocorporeo legato al trauma, ed è attualmente in formazione come facilitatrice di respirazione olotropica e terapeuta somatica secondo il metodo Somatic Experiencing di P. Levine. In ogni caso, per conoscere il suo percorso basta seguirla direttamente su Instagram o curiosare sul suo sito, anche per dare un’occhiata al mazzo particolare, ironico e profondo, che ha ideato grazie al proprio processo creativo, nell’approccio meditativo al Tarot. “La grafica ideata per ogni singola carta è stata poi riprodotta digitalmente con minuzia tramite Illustrator e adattata ai canoni di stampa”.

Il Matto - Tarocchi di Valeria Bianchi Mian e (a destra) Tarocchi di Alessandra Spagnoli
Il Matto – Tarocchi di Valeria Bianchi Mian e (a destra) Tarocchi di Alessandra Spagnoli

Le ho chiesto di raccontarmi la sua visione del Matto, relativamente all’immagine da lei tracciata, un’icona che parte dai Tarocchi di Marsiglia rivisitandoli: “Il Matto si ritrova schiavo della propria idea di libertà” scrive Alessandra “Ad un occhio attento difatti, il modo in cui la corda della tavola da surf avvolge la caviglia della figura, svela l’impossibilià di procedere ad un passo normale. Se il matto cammina, inciampa! Dunque il viaggio inizia o finisce con questo arcano?” 

Un design che ricorda nelle forme e nei colori il tarocco marsigliese tradizionale ispirato al mazzo Jodorowsky – Camoin ma che attraverso un differente concetto grafico completamente innovativo, offre agli appassionati dei tarocchi un’ulteriore chiave di lettura densa di simbologia.

Il Matto di @aletarox mi richiama alla mente il fanciullo nostalgico descritto da James Hillman nel mio pluricitato amatissimo “Saggi sul Puer”, un errante giovane spirito che cammina con la nostalgia nel cuore.

Quando conduco gruppi con i Tarocchi, è mia cura chiedere che cosa c’è dentro il sacco del Matto, quali ingredienti arrivino dal passato e cosa ancora resti ignoto. C’è forse del cibo stantìo? C’è un libro, c’è una chiave? Ci sono oggetti ai quali non sappiamo rinunciare, preziosità che ci aiutano o ingombri che ci fanno inciampare? Per cavalcare le onde, di fatto, in surf bisogna già saperci andare (almeno un minimo).

Il mio Matto è un ragazzo verdeggiante, quasi Innamorato (VI) della vita ma non ancora pronto. Sta annaspando, cerca di cogliere un fiore ma rischia di non portare l’impresa a compimento. Nella silloge Vit(amor)te l’ho inserito due volte: avvia il processo come elemento distopico, creatura che si perde nella modernità, e poi lo cesella di fino in chiusura, recuperando il senso della terra, la viriditas, la bozza di verde.

Buffone relativo, giovane cortese, il Matto dunque procede verso il futuro. Per fortuna c’è il suo cane ad aiutarlo. Alle calcagna, l’istinto ci guida e ci protegge. Sugli animali nei Tarocchi in autunno scriverò un articolo qui, nella rubrica che da ventidue mesi accoglie i Trionfi, a partire dalla trasmissione che ho condotto nel 2021 su Radio Morpeus. Ecco, in podcast, la puntata dedicata proprio agli animali arcani.

 

Written by Valeria Bianchi Mian

 

Bibliografia

Carl Gustav Jung, Mysterium Coniunctionis
Alejandro Jodorowsky, La via dei Tarocchi
Claudio Widmann, Gli arcani della vita

 

Info

Sito Alessandra Spagnoli

Rubrica La casa dei Tarocchi

 

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