“Leggere possedere vendere bruciare” di Antonio Franchini: un libro è la buccia di un’anima

Leggere possedere vendere bruciare, titolo della silloge, tratta, evidentemente, non di un enten/eller, bensì di un insieme di azioni che possono essere, ma non necessariamente sono, simultanei, come per esempio in chi emette un peto rovinoso a seguito di un colpo di tosse, tanto che c’è l’adagio, che tanto adagio non va: Tòsà e caghet an vân mia d acôrdi: tosse e diarrea non vanno mica d’accordo. In realtà, panta rei, poiché tutto invariabilmente scorre in direzione del proprio destino.

Leggere possedere vendere bruciare di Antonio Franchini
Leggere possedere vendere bruciare di Antonio Franchini

In genere una mia reazione a una lettura, che non è mai una critica, né un esame finalizzato a qualcosa che non sia in primo luogo personale, cioè legato alla mia espressività, e che solo in seguito diventa alla comunicazione, avviene in itinere, mentre sto sorbendo l’opera, come se fosse un caffè o un bargnolino. In questo caso essa è breve, poco più di cento pagine, e per questo, assimilandola in due mezze giornate, ho preferito giungere alla fine della lettura prima di iniziare a scriverne.

Nel primo capitolo l’autore parla de I libri di mio padre. È in seconda persona: Antonio si rivolge al padre che non c’è più. L’inizio è: “C’è chi si libera degli oggetti che gli ricordano le fasi della sua vita e chi se li trascina dietro. C’è chi se ne libera subito, chi per buttarli aspetta…” – sono gli effetti dell’entropia cosmica, e, infine, “c’è chi se li porta appresso per sempre.” A quale categoria appartengo io? La domanda è così retorica che offende le mie stesse orecchie. Per me vale la terza, ovviamente. Alla base di questa mia, no, non è una scelta, è una mia necessità, è il credere che in essi permanga l’horcrux di chi li ha posseduti, o soltanto sfiorati, anche se non necessariamente prodotti. Non riuscirei mai a gettare una pagina autografa di mio padre, preferendo rinunciare a un foglio vergato da Leonardo, oppure da Gramsci (ovviamente sto esagerando, ma non so fino a quanto); anche perché non potrebbe accadere che sia messo in condizioni di dover scegliere.

Io tendo a disfarmene” – dice Antonio, specificando il motivo: “i ricordi già pesano e temo d’aggravarmi anche di oggetti– saggio pensiero, che reputo corretto (per gli altri).

Ci sono due eccezioni, “due bigliettini, e non li butterò mai via di mia volontà, se non interviene a liberarmene una distrazione o il caso.” – questa frase, una delle più importanti del libro, mi ha spinto a prendere in mano un saggio che da anni tenevo sotto mira, anche se a debita distanza: Il caso e la necessità di Jacques Monod, che mi papperò in parte oggi, e soprattutto domani ‘ncoppa a ‘o treno diretto a Salerno. L’autore farcisce talvolta (spesso) la sua scrittura con espressioni napoletana. Dal ‘91 io sono parte-nopeo (in realtà sono un crogiuolo di pixuntiano e di amalfitano) e parte-arşân tèsta quêdra, dalla nascita. Per cui mi considero un multi-vernacolare.

Sorvolo sui due motivi perché basta leggerli, ma vorrei commentarli di striscio. La domanda, esistenzialmente motivata, che Antonio fa al padre è: “Mangi troppo, che vuoi fare, morire?”; la risposta del genitore è perfetta, anche se folle: “Perché no?”.

Ti do del tu, Antonio, per far prima. Per fortuna i Nobel della Utet che tu hai letto da ragazzino, li ho acquistati (tutti o quasi), quando non ero più vergine da decenni, presso la libreria dell’usato Inchiostro e Nuvole, bel titolo, vero, anche se forse più magnifico era quello della vecchia gestione: L’Orlando curioso. Quando tu li leggevi, io giocavo a pallone e avevo appena smesso di leggere il glorioso infante Capitan Miki per darmi al più adulto e ineffabile Tex.

Rammenti a tuo padre: “tra parentesi segnavi se la copia stava nella casa di città, al mare o in campagna” – io faccio di peggio: segno la nazionalità dell’autore, il suo nominativo (il cognome virgola il nome), l’eventuale traduttore, le note ipotetiche, solo se ne cogenti, la data dell’acquisto, la casa editrice, l’anno di edizione, da chi l’ho acquistato, quando, ma non perché. Indico infine la data della lettura, dal… al…; e ora ti pongo una questione: faccio lo stesso per i fumetti, che a Reggio si chiamano giurnalèin, ma non ho inserito il campo delle note, né dei traduttori, però ho sentito la necessità (e siamo di nuovo nell’ambito monodiano) di inserire quello dello stato di conservazione. Perché? Sono pazzo?

Specifico che non ho mai gettato nel riciclo della carta un fumetto ridotto male, ma per due generi di essi lo stato diventa essenziale: ho la raccolta completa (purtroppo in molti casi non ho gli albi originali, bensì i tre stelle) di Tex, e tutti i Dylan Dog originali (per entrambi ho pure tutti gli Speciali, i Maxi, gli Almanacchi, etc). Purtroppo il mio peccato, appunto, originale che attende sempre un Redentore, è che, del numero 1 dei Dylan, ho soltanto una ristampa. Nei vari mercatini ne trovo sempre qualcuno, ma accuratamente li ignoro (costano centinaia di euro e il battesimo purificatore dev’essere quasi gratis, diversamente diventa demoniaco).

Ricordi a tuo padre quando “ti presentasti con quel libro schifoso” e che la tua mamma, da quanto arguisco, alluccò nu poco, al che lui rispose: “Era un povero libro, mi faceva pena”.

Un giorno ero al Mercato coperto, dove vendeva libri la madre dell’attuale venditrice che, come sai, (antifrasi) ora ha il negozio in via Gabbi. Notai un libro che m’interessava. Sfogliandolo, m’accorsi che mancavano le quattro pagine centrali, per cui domandai alla signora se ne avesse uno intero. No, mi disse, e mi chiese di allungargli quel povero invalido, ché l’avrebbe gettato. Decisi d’acquistarlo.

Come succede talvolta quando si parla del proprio padre, questo primo racconto è ricco di una malinconia colpevole, zeppa di sensi di colpa. Anch’io ne ho tanti, per il mio Rolando, che iniziò a lavorare a tempo pieno a quattordici anni (prima era occasionale), alle mitiche OMI Reggiane, studiando la sera, a lume di candela, e quasi diplomandosi (non mi pare che sia giunto al termine di quegli studi, ma non ne sono sicuro). Leggeva molto, soprattutto tre autori: Hugo, London e Dostoevskij.

Mia sorella era una lettrice accanita. Per lei aveva comprato tutti i romanzi di Salgari. Un giorno mi promise una bici nuova se leggevo almeno i trenta volumi di Edizioni Il Gabbiano. Al quindicesimo m’arresi, per cui dissi a mio padre che sarei andato a piedi tutta la vita, piuttosto che continuare in quella folle impresa. Quel sant’uomo mi donò ugualmente la bici.

Fëdor Dostoevskij
Fëdor Dostoevskij

Quando passai a leggere sempre più libri, evitai con cura tutte le finzioni, preferendo i saggi, gli scritti autobiografici, i diari etc. Mio padre insisté tanto che leggessi L’idiota di Fëdor, che un giorno decisi di accontentarlo. Quel libro cambiò la mia vita. Lessi poi anche gli altri suoi due libri cult: L’uomo che ride e Martin Eden. Ti dico l’ultima cosa che pare non c’entri nulla, ma c’entra eccome. Mio padre desiderava che io entrassi in quell’industria di cui dissi, dove lui aveva fatto una certa carriera (si occupava allora di preventivi), per cui m’invitò a iscrivermi a Economia e Commercio. Io no, tetragono, scelsi Filosofia. Per una serata intera lui cercò di convincermi a cambiare facoltà. L’unico effetto fu che, dopo qualche mese, gli confessai che, ormai, sapevo già tutto quello che mi serviva per farmi una cultura, perciò cessai di andare a Bologna (dove avevo frequentato sei volte, e dati zero esami), che sarei andato a militare e poi a lavorare. Quando tornai dalla naja, mentre mi stava abbracciando, mi disse, commosso, che m’aveva trovato un lavoretto. Non mi aveva manco fatto mangiare, pazienza. Ma lui era fatto così: un uomo onesto, come mai io sarò.

Lettore di manoscritti, del 1998, è il secondo racconto, che non mi piace, non per come sia scritto, ma perché l’argomento mi stomaca.

“Come un figlio o un parente assai prossimo dello scrittore, anche il lettore editoriale finisce con l’essere indifferente al fascino emanato dall’autore. L’eccessiva vicinanza alla fonte la dissecca alle due labbra” – comprendo cosa intendi e la cosa non mi rallegra. L’unico parente (in realtà un affine) che legge (o che dice di leggere) sempre i miei articoli, condividendoli ogni volta su Facebook, è mio cognato Andrea, che è ospite di una Casa Famiglia e che forse vedrò domani a Salerno. Gli altri in genere non lo fanno. Andrea frequentava la scuola professionale per elettricisti nel capoluogo, dove giungeva stanco per il viaggio (un’ora e più di autobus da Amalfi), per cui, spesso, per rasserenarsi, montava ‘n coppa a ‘o treno, dirigendosi in una frazione di Capaccio, dove pure Rita, la sua ragazza, faceva u filoni, filone a Salerno, focaccia a Reggio (sempre pane è, e sempre collegata a un filar via, a una fuga). Un giorno Andrea mi esibì con orgoglio la sua ultima pagella (si fermò in terza), la media era sotto il 5. La sua materia preferita riportava un magnifico quattro.

Divago? No. Forse occorre un minimo di bipolarità per apprezzare la mia scrittura.

“La storia della letteratura si fa dopo l’intervento di noi editoriali; assai di rado viene fatta con la nostra totale, ragionata consapevolezza, ma quasi sempre la si fa a partire dalle scelte che facciamo – o filtriamo – noi.” – la quale teoria è religiosamente non falsificabile, ma contiene sicuramente qualcosa che se non è vero, un po’ gli assomiglia.

Per me la storia della letteratura è una biblica narrazione intorno all’anima unica che è composta, borgesianamente, da quelle di tutti gli autori, nell’alveo del medesimo racconto. Finché esiste un suo lettore, un libro non cessa mai di evolvere.

Ieri sera, prima di addormentarmi, pensai a questo: leggere è cercare un proprio simile che è immerso in una folla di gente con cui non si condivide, e non è poco, null’altro che la condizione umana. È la ricerca del Doppio di cui sei fatalmente innamorato, e dentro di te desidereresti quasi che tutta quella gente svanisse, in modo da permetterti di individuare la tua aristofanesca metà.

Se ti capitasse di andare al moderno Centro Commerciale di Castrofilippo, a una decina di chilometri da Racalmuto, troveresti un parcheggio quasi sempre deserto e pochissimi (4 o 5?) negozi aperti, In compenso vi sono numerosi cessi per lo più liberi. Se fosse vivo Sciascia e se fosse un frequentatore di quelle scarne botteghe, io mi ci recherei tutti i giorni, al fine unico di incontrarlo. Do l’idea? Perché l’abbiano costruito se pochi ci vanno, non è un mistero. Come non lo è il fatto che nella limitrofa Canicattì ve ne sia un altro più recente ancora, che ancora non ho visitato. Divago? Sì.

“La nostra responsabilità sarebbe spaventosa, ma noi non la sentiamo.” – e tu fornisci una pretesa umiltà come spiegazione. Non riesco a capire quanta ironia ci sia in queste tue parole.

Poi un po’ ti spieghi: “Noi siamo funzionari”, per cui “le nostre decisioni, vede, sono strettamente editoriali.” – dammi pure del tu, siamo coetanei.

“La storia dell’editoria italiana del dopoguerra di rifiuti clamorosi ne registra solo due: al Gattopardo e all’opera di Morselli, entrambi poi pubblicati. Per non essere un ridicolo terzo fra cotanto senno, avanzo di presentarmi alla cerca, puntando a una meno dolorosa fama postuma.”

“Leggere per la prima volta la scrittura di un autore ignoto e non pubblicato è come dover spartire la stanza da letto con uno sconosciuto” – lo si può fare come una donna priva di inibizioni oppure come una prostituta, ‘na baldrâca a Reş, ‘na paccia a Pixuntum, ‘na fémmena ‘e Pontone dicono, chissà perché, ad Amalfi (Pontone è una frazione di Scala, appresso a Ravello).

Ti occupi o ti occupavi di corsi di scrittura. Il mio amico Silverio ha cercato invano di coinvolgermi. Non ho aderito non per il costo, elevato ma non troppo, ma perché fin dall’asilo ho sempre cercato di evitare la scuola (uno dei motivi per cui non mi sono laureato), simulando spesso e volentieri un mal di milza che quando occorreva era reale, ma per lo più era fortemente voluto dal sottoscritto. Ero d’accordo coi miei globuli rossi che alluccavano come pesciaioli: Non voglio morire! Non voglio morire! E quel mattino me ne restavo al calduccio, sotto le coperte, fino dopo le nove.

Ero a disagio”, dici, perché avevi scoperto che la scrittura era “non necessariamente un turpe mercato, ma un onesto, decoroso, sofferto mercato.” Senti di aver dimenticato (ma fingi, sennò taceresti il fatto) “che la scrittura sia invece soprattutto un chiuso bisogno, una necessità istintiva dolorosa, irriflessa”, insomma: “un atto necessario che non porta a niente se non sciogliere un’oppressione, a sfibrare una pena” – è un’impellenza anale o vaginale, che reca un corpo nuovo che si affaccerà chiagnendo: da nu poco ‘e schifezza nasce a criatura. Oppure: nu strunzo.

Il terzo è un prequel (o forse un sequel: gli studiosi ancora non hanno deciso) del secondo. Scritto quattro anni dopo: Le età dell’oro dell’editoria italiana (2022), gustosissimo, ma sono contento di averlo già letto, e una volta mi è bastato (per ragioni analoghe a quelle che mi hanno disturbato nello scritto precedente).

“Che la letteratura ormai sia per me non più un dono elargito, ma solo qualcosa da fare, mentre la si fa” – che fluisca facile o faticosamente, che esca dalle prime stesure perfetta e armata come Minerva dalla testa di Giove o che assuma il suo aspetto definitivo dopo una vita di ripensamenti –, “è una prospettiva alla quale sono affezionato, anche se ha come conseguenza la considerazione dell’arte nei suoi aspetti più pragmatici e meno idealizzabili.” – e qui io penso a Piovene, che ho visto recentemente in un vecchio filmato, per cui ho fatto mia l’ennesima verità religiosa: quell’uomo non ha mai detto né scritto una parola banale.

L’ho ignorato fino a due settimane fa e ora credo che andrò a scovare la sua intera produzione (ne ho già quattro, in garage). Lettere di una novizia mi ha fatto fremere come una zecca e reagire come un enzima. La sua è una scrittura perfetta, eppure io credo che nulla sia tale in assoluto, anche perché imperfetto sono io, il suo lettore. Una scrittura deve mantenere un margine di errore che fa errare, nonché di sbaglio che non cessi di abbagliarti, come capitò a quel tipo sulla via di Damasco.

Scrivo di getto le mie reazioni e non prima del giorno dopo le rileggo e correggo i refusi, cambiando o aggiungendo quelle che in arşân si definiscono da’l pipêdi, letteralmente delle pipate, delle prese di tabacco, col significato di sciocchezze. Dopo un paio di riletture, il pezzo è pronto e intoccabile. Lo rileggo ancora per scrupolo e qualche pipêda la trovo sempre, per cui mi dico: o mail o morte! E il pezzo sarà così pubblicato. La direttrice della rivista a sua volta lo rilegge e in genere non chiede spiegazioni, né mi indica refusi. Ma capita, a volte. Una scrittura è un fluido che non esaurisce mai il suo moto, dai monti al mare, all’aria, alle nubi, ancora ai monti e ai colli, nonché alle pianure. Di rado anche nel deserto.

“Non c’era, allora, l’elemento terzo costituito nella comunità che si esprime a volte con un senso e profondità maggiori della critica ufficiale, a volte senza alcun senso che non sia l’amplificazione di una claque, di una cassa di risonanza euforica e insulsa, ma che comunque, oltre a fomentare narcisismi ulteriori e a chiamare a raccolta i peggiori istinti settari, costituisce una sorta di un nuovo tribunale d’appello, una chiassosa ecclesia della quale è diventato difficile non tenere conto.” la quale assomiglia a quella che a Rèş è detta radio bugadêra, che era l’interrato condominiale dove le donne sciacquavano i panni prima dell’arrivo delle macchine lavatrici: un luogo d’incontro e di passaparola; che io apprezzo, amando la comunicazione, ma che rifuggo quando è eccessiva.

L’editoria è un Centro Commerciale e ha coinvolto quelle che ancora definisco le anime scriventi, poi corrette, mutate geneticamente, stravolte: per cui oggi “una parte della critica letteraria si è quasi specializzata nella direzione di una critica dell’editoria e dei suoi processi” – economici, in primis, marxianamente, e solo sovrastrutturalmente, a latere, inevitabilmente, culturali. Troppi avverbi modi, ugualmente essenziali per definire il mio disgusto. Sic transit gloria libri.

 “… un bon libre non vuol dire niente, ma proprio perché non vuol dire niente, chi lo dice sapendo di non dire niente (o forse sapendolo chissà) fa in qualche modo un’affermazione zen, e lo zen…” – eccetera: non so chi dei due, fra te e me, è più confuso dell’altro. Un libro non è buono o cattivo, mentre lo è lo scrittore. Un libro o ti penetra o no. È un arnese che entra di te, oppure si limita a pettinarti la frangina o altro crine tuo, magari anale.

Antonio Franchini
Antonio Franchini

In Francia, dici, si legge di più. In Italia, al confronto, molto poco e da qui sorge la necessità darwiniana di puntare alla sopravvivenza di chi è biologicamente più forte degli altri.

“Per chi non legge leggere resta una delle attività umane più incomprensibili, e quindi chi lo fa dev’essere per forza immune da stanchezza” – stato psicofisico che io inseguo giornalmente. Quando, alla sera, sento che non riesco più a connettere, vado a letto. Specifico che ho anche una seconda, terza, quarta vita, e che tengo famiglia, amici, e non sono affatto un eremita. Ma di certo leggo troppo. Perché? Perché mi accanisco a respirare 24 ore al giorno?

“È anche difficile trovare un momento di debolezza in cui abbiamo dimostrato sfiducia verso le proprie capacità ermeneutiche” – che io non posseggo, non tanto la sfiducia, ma la capacità ermeneutica che, poco più giù tu definisci come “esercitare il giudizio”. Cosa che aborro!, come direbbe Mughini. I voti vanno dati solo se diventi monaco/a. Questa è la mia filosofia. Dedichi te stesso a un fine, ma non valuti i meriti altrui. Sento però che è economico che ci siano dei bravi (nel senso manzoniano) critici. Io non ne sarei capace. Porto con me, con una certa fierezza, un lieve handicap che mi impedisce d’esserlo.

“Appare singolare come, scrivendo Lettore di dattiloscritti, avessi potuto totalmente ignorare tutto quel furore che mi aveva abitato. Non era incomprensibile, però: mi trovavo semplicemente ancora troppo vicino alla persona che ero stato.” – eri troppo vicino alla particella che stavi esaminando e tra voi l’entanglement quantistico era troppo forte per essere avvertito. Ti muovevi insieme a essa, in modo speculare, e perciò ti pareva d’essere immobile.

Pedrazzoli “era curioso del nuovo e capace di andarselo a cercare nelle direzioni meno scontate” – era più consapevole di te del valore che gli era esterno, riuscendo a collegarlo col proprio.   

Parli di Chelone (“Pietro Chieli”) che era un tipo brót ma s-cètt, brutto ma schietto, in realtà darebbe più l’idea chiattò ma verace. È la parte del tuo racconto che più ho amato e il personaggio che più avrei voluto conoscere. Non ne parlo più per rispetto, ma anch’io mi chiedo come fai tu: “Chelone, dove sei?”.

Dici che “i successi di oggi sono tempeste tropicali che allagano il terreno, lo sbancano e non lo fertilizzano. Sono incendi allargati dal vento.” – anche le lavatrici di oggi durano le space du matin.

“Adesso che il vecchio sono io…” – ehi, guaglio’, come t’azzardi? In pixuntiano, si dice , forse dal greco zôon. In italiano, si dice putîn se piccolo come un putto, oppure şuvnôt, se è un giovanotto, e già conosce ‘e fémmene­, o almeno le cugine che, per tradizione, sono ‘e prime.

Il rinvenire un autore da salvare al Caronte che c’è in te “dà l’ebbrezza e l’assuefazione necessarie per volerci provare ancora e ancora…” – al che ti auguro il più sincero in bocca a chi preferisci e in culo a chi ti pare.   

Il prossimo racconto è Memorie di un venditore di libri. Che dire di quel Procolo Falanga. Mi è insopportabile, non perché la sua indole è “più negativa del pensiero di Hobbes, Schopenhauer e Cioran”, ma perché troppe volte chiede a un poeta perché si accanisce a scrivere. Il racconto che ne ricavi è sfizioso, ma non riesco proprio ad ammettere questa sua richiesta. Il suo ragionamento si basa sul fatto che pochi leggono la poesia e ancora meno la capiscono. Purtroppo è così. Chi rice a verità vol esse accisu, dicono a Pixuntum: ed è il motivo per cui, simbolicamente, compio tale penosa esecuzione. Che poi il tipo non merita, lo so, perché, nel racconto successivo, La gloriosa Medusa, esce che quel Ferdinando (suo vero nome) “era un uomo colto che sapeva parlare agli incolti. Una dote rara, arcaica, probabilmente anche reazionaria, in un certo senso, ma sono sicuro che la sacralità e in qualche modo a subirla.”

La frase successiva la riporto senza capirla troppo: “La sacralità interpretata in maniera sacrale è insopportabile, la nobiltà del libro, se esiste, non può essere celebrata attraverso l’encomio del sapere.” – se capiti ad Amalfi (martedì scendo, rimanendovi fino al 14), poi mi spieghi.

Ultimo racconto, ma a dire la verità sono le 12,15 e ora devo uscire per disnêr, desinare. Secondo l’autore di Lazarillo de Tormes, che cita a sua volta Plinio il Vecchio, “non v’è libro, per cattivo che sia, che non contenga in sé qualche cosa di buono, tanto più che i gusti non son tutti uguali, ma di quel che uno non mangia, l’altro va matto” – e qui mia mamma si leverebbe dalla tomba e applaudirebbe. Lei diceva sempre che i góst în sèint óndês (111). Ma non è soltanto questo, anzi, la radice di questo è in quell’entanglement a cui accennai: una particella sola non è sociale, due sono correlate. Una volta tali, lo saranno per sempre. Non cesseranno mai d’essere influenti e influenzate, in azione reciproca. Questo è il principio della fisica che tanto fece litigare (dialetticamente) Albert (Einstein) e Niels (Bohr). Leggi di tale diatriba, se ti va, in Quantum di Manjit (Kumar).

“Opere senza nessun pregio particolare mi hanno formato tanto quanto i capolavori.” – capita anche con le persone, ciò non toglie che è meglio frequentare quelle buone.

Ezra Pound parla dell’“aridità umana” di Henry James, autore di cui ho letto, mannaggia!, solo Roderick Hudson, e ora mi vien voglia di leggere i sei o sette tomi che ho pure loro stipati nel garage! Come disse una volta una certa Alessia a un certo Riccardo, una stroncatura può favorire la pubblicità di un autore.

Tu scrivi una frase senza senso alcuno che non sia il tuo, e non la capisco per nulla. Ti pare di avere oggi “non una conoscenza, ma una confidenza, la quale implica anche una parte di conoscenza, ma solo una parte.” – della letteratura.

Ti do una bella notizia: la letteratura non esiste, oppure è un fantasma. La letteratura è un sogno spirituale, una sacra menzogna. Una religione come tante, e non la più fetente.

Esistono i libri fisici, ognuno dei quali va per conto suo: il tuo per conto tuo, questo articolo per conto suo. Ognuno a rincorrere i suoi guai, come dice il Sommo. È, secondo te, “la parte oscura della conoscenza, un’intuizione incondivisibile, profonda, che dà più amarezza che soddisfazione.” – siamo ottimisti e individuiamo le responsabilità: sono le parole fallaci, in quanto ambigue come poche altre invenzioni umane, a creare il dissesto ideologico. Ma quelle abbiamo e non altre.

Prima di lasciarti, ti racconto una freddura (siamo in altissima montagna) che in fondo te la meriti. Su un cocuzzolo dell’Himalaya, due santoni stanno per anni immobili e taciturni. Cielo terso per diciott’anni di fila. Finché, timida, s’affaccia all’orizzonte una nuvola. A uno dei due atarassici scappa detto: Potrebbe piovere!, il che dopo un’ora accade puntualmente. Passano altri dodici anni. E l’altro, inacidito dall’età, risponde: Vabbè, c’hai preso! Ma se sei venuto qui per rompere le p…, puoi anche filartene a casa tua!

Le parole: queste infinite miserie teniamo. Amen.

Dimenticavo. Sei affascinato da quegli scrittori, per fortuna inascoltati, che chiesero a un amico di distruggere le loro opere, magari bruciandole. Ero ragazzino e avevo scritto un’opera immortale, che poi morì perché la condannai al rogo: con una certa superbia accesi il papiello con uno svedese, inteso come fiammifero. E me la godevo a vederlo ardere, vanaglorioso come non mai. La faccenda è così ardente che faccio fatica a maneggiarla. Ti consiglio di (ri)leggere il finale di Auto da fé di Elias Canetti, e così ti convincerai che non c’è alcun modo di cogliere l’essenza della questione.

Talvolta hai abbandonato un libro come si fa con un cane sull’autostrada. Ti perdono. Lui ha perso te, tu hai perso lui. Tutti i libri finisce che ti perdono, se continui a comportarti così.

Con mia figlia vidi anni fa la puntata di Ai confini della realtà che citi, e ti ringrazio per avermi informato che “uno degli sceneggiatori era proprio Ray Bradbury”.

Un tipo che leggeva anche nelle pause del lavoro, di nascosto, che viveva e respirava di nascosto, tanto era, come dici tu, “misantropo”, all’indomani di “una catastrofe nucleare”, fa quasi salti di gioia “quando s’imbatte nelle rovine di una biblioteca”.

Poi però gli occhiali “gli cadono a terra, infrangendosi”. E ora è solo e disperato, insieme a quell’ormai inerte mucchio di libri, vivendo l’incubo che opprimeva il protagonista del romanzo di Canetti: la scarsa vista ora gli impedisce di leggere, né alcuno lo può aiutare.

A prescindere dal fatto che io non sono un misantropo e che in quella situazione penserei di più alla tragedia degli umani più amati, e poi di tutti gli altri, sai cosa farei? Andrei alla ricerca delle rovine di un negozio di occhiali. Questa è il fatalismo che ho acquisito nella tua, nella nostra Campania, ma anche nella mia, e quando vuoi, tua Reggio. Cogli la saggezza del detto: piotôst che gnînt l ē mej piotôst! Piuttosto che niente, è meglio piuttosto.

La parola libro deriva dalla radice indoeuropea lap-, che significa sbucciare; dall’interno dei tre strati, nei quali si divide la corteccia degli alberi, si traeva il materiale con cui i libri erano costruiti.

Punto. E a capo.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Antonio Franchini, Leggere possedere vendere bruciare, Marsilio Editori, 2022

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: