“Celeste” di Martina Nicelli: un’assenza meravigliosa

Esordio letterario della giovanissima Martina Nicelli, che più originale non potrebbe essere. Si tratta di un romanzo epistolare a quattro voci, appartenenti a quattro compagni di studio della protagonista, una ragazza di nome Celeste, anzi, Maria Celeste, a cui si può anche attribuire un cognome, Ferrante.

Celeste di Martina Nicelli
Celeste di Martina Nicelli

Celeste è scomparsa improvvisamente dalla quotidianità dei suoi amici ma appare in tutte le pagine del libro, in un certo senso in ogni capoverso, sotto forma di figura invocata a cui in quattro giovani si rivolgono continuamente come si fa con una figura che è contemporaneamente, al di là della realtà e sempre, e quasi ossessivamente, presente nella mente di chi le sta parlando, pur senza vederla.

La cosa assume un aspetto quasi religioso, talvolta farcito da imprecazioni e da disappunto: religioso al cento per cento.

Il motivo della sua assenza è semplice. Grazie ai suoi ottimi voti ha guadagnato la possibilità di svolgere altrove un anno di studi, in un paese così remoto che pare quasi irraggiungibile.

I quattro amici affezionati. che si sentono un po’ traditi, sono N., C., F. e G. Di alcuni di loro (Cesare e Giacomo), nel corso della lettura, emergono, quasi se si trattasse di un caso, i nomi completi. Gli altri due negletti e abbandonati saranno sempre identificabili solo con l’iniziale dei loro nomi di battesimo.

N. è colui che risulta più simpatico, perché più umano e indifeso, assai scarso nelle materie universitarie, sempre pronto a farsi bocciare e a tornare a casa con le pive nel sacco, rassegnato a interpretare per l’ennesima volta il ruolo dell’ultimo della compagnia. È però il più schietto e sincero.

C. è il saputello che tratta la ragazza da pari a pari, anzi da un gradino leggermente al di sopra, ed è l’amico che tutti vorrebbe avere, per frequentarlo quando serve.

F. è il più innamorato della sua piccola e ormai dispersa Dea, quello che fa più tenerezza, anche perché è il più castigato dalla sorte, avendo perso da poco un padre e con una madre molto depressa.

Rimane infine G., il più collerico e bizzarro, nonché il più slegato dal gruppo di devoti. Per continuare la metafora religiosa, egli è colui che si stacca dal gruppo per cercare la (sua) verità in perfetta solitudine, come uno scalatore scorbutico e interessato solo alla vetta da raggiungere.

Qualcuno si chiederà probabilmente il perché questi giovani tecnologici spediscano lettere cartacee (che dovranno attraversare alcuni oceani per arrivare) e non messaggi col cellulare. La risposta è semplice. La scaltra Celeste non ha fornito a nessuno, nemmeno a N., il suo nuovo numero di cellulare.

La prima lettera è stata scritta da N. il primo settembre. E arriverà quando arriverà. In essa, dopo alcuni commoventi piagnistei e aspre recriminazioni, confessa alla sua lontanissima amica: “… inorridisci pure: a tutti quelli che me l’hanno domandato, ho consegnato la tua nuova via e il tuo nuovo civico. Non mi smentisco mai, che dici?” – la sensazione è che la callida Celeste avesse contato proprio su questo. La mia sensazione è che se avesse reso noto il suo indirizzo a qualcuno degli altri tre, questi non si sarebbero di certo sognato di trasmetterlo agli amici.

Il sempre sicuro di sé (almeno così si atteggia C.), il quale aveva visto N. piangente (“un ragazzone di due metri che si torce le labbra come un poppante per nascondere i suoi sentimenti...”), dieci giorni dopo inizia a scrivere a Celeste, riuscendo a nascondere bene il suo rammarico di non averla più come compagna di studio.

Un particolare di nessun conto. Però, se l’autrice l’ha riportato a qualcosa deve pur servire: gli occhi di N. sono neri, e sono inoltre “spenti e colmi di lacrime rabbiose”. C. dice di sé di non essere “arrabbiato, a ben vedere non provo proprio nulla, se non tanta confusione.” – che, tradotto, significa: sono assolutamente disperato, maledetta!

Lo stesso giorno tocca a F a scrivere la sua più che mesta lettera. È senz’altro il più tenero della compagnia e, insieme a N., il più sincero, un cuore candido direi.

Lo rivela dicendo che dopo una strana telefonata di N., in cui gli chiedeva se sapeva qualcosa della scomparsa di Celeste, “la mattina seguente a quella telefonata ci siamo trovati tutti e quattro alla solita fila – la quinta sulla sinistra – con le facce sconvolte di chi è stato appena sorpreso da un acquazzone mentre passeggiava per strada, mentre fuori il sole non risparmiava nessuno.” – la classica nuvola dispettosa ma in fondo catartica di Fantozzi.

Conclude la lettera con una speranza un po’ avvelenata: “Spero solo che questa tua partenza ti faccia passare la voglia di giocare con me.”

Infine tocca all’esimio G. (l’aggettivo è sorto spontaneo dalla tastiera). La prima cosa che le scrive (il giorno dopo, perché forse ci ha voluto dormire su) è di dirle: “Finiamola con questa pagliacciata Cel, finiamola Davvero.

La seconda è:Hai ancora i miei schemi di economia che rivorrei al più presto.”

La terza èSe ciò non avverrà sporgerò denuncia per detenzione illegale di cosa altrui…

La quarta è quasi un anelito, come quando si chiede una grazia alla Madonna: “In ogni caso, il numero di cellulare potresti anche lasciarlo operativo.”

Cara Cel, permettimi di svolgere la funzione simmetrica che scoprii quando ti trovi a Palermo, presso il quinto canto di Piazza dei quattro canti. D’ora in poi ti darò del tu. Quando vuoi, anche tu puoi scrivermi: in calce all’articolo troverai la mia mail.

Scopro nelle lettere due particolari fuggevoli ma non per questo privi di significato: hai gli occhi grigi e apparentemente assenti, come se tu fossi altrove dalla nascita.

In una lettera di ottobre, l’ineffabile C. si ricorda di una vostra conversazione in cui tu, tra le altre cose, le dicevi: Siamo simili, io e te.

E C. sente quei pensieripungere come un ago sotto la pelle non appena la tua voce roca e tagliente mi si è scatenata nella mente.”

Peggio sta accadendo a F. che, nel bel mezzo di una lettera, ti dice: “La mia vita è una pozzanghera, e tu eri le mie scarpe che all’improvviso affondavano nel mio cuore e schizzavano acqua ovunque…”.

G., che ti ammira tanto ma non te lo confesserebbe mai, ti parla dei tuoi occhi grigi: “così distratti dal mondo eppure così incredibilmente concentrati e fissi su un punto dell’orizzonte…”

Avrebbe così tanta voglia discappare da quella ragazza dagli occhi grigi che ricordava ancora tutti i miei volti passati che negli anni avevo cercato di deformare e che credevo di aver reso, oramai, irriconoscibili, e invece lei mi aveva riconosciuto e, cosa ancora peggiore, non avevo rispettato le sue aspettative.”

G. a me pare ora il più infelice della compagnia, ma questa sensazione la provo quasi a ogni lettera scritta da uno dei tuoi quattro aspiranti alfieri. A proposito, tu ci credi a quel che scrive C. il 9 ottobre?

La verità è che io non piango praticamente mai”. E dopo poco aggiunge: “Non piango, non so piangere, è un bel problema.”

Poi giunge ad ammettere di avere visioni di te, anche se non lo dice esplicitamente: “Sì, credo nei fantasmi, e tu sei un fantasma? Non lo so, so solo che oggi ti ho sentito e mi sono spaventato.”

Ma ogni visione può creare il proprio disincanto: “… ma tu non c’eri. Questa era la terribile verità, tu non eri lì, e mai come oggi mi è parso talmente definitivo e talmente grave da sfiorare quasi il pianto.” – beh, finalmente!

N. è in crisi, del resto si può dire che in una crisi ci sia nato: “… forse non ti vuoi ricordare di me, forse ricordare ti fa un po’ paura. Non fingere Cel, con me non c’è bisogno perché io so che hai paura, so quanta ne hai.” Non so se N. dica la sua verità o se abbia capito la tua. Ma chi non ha paura getti il suo primo ghigno!

C. ti ammira ma non sempre lo vuole ammettere, oppure gira intorno alle parabole che fa di te: “Ogni volta che aprivi bocca pensavo alla sicurezza con cui un schermitore impugna la spada e poi la punta contro il petto dell’avversario senza nemmeno guardarla, come se non sentisse il bisogno di controllare i suoi movimenti, come se già sapesse a memoria la traiettoria che il suo braccio avrebbe percorso.”

Una specie di macchina da guerra psicologica, ti giudica. E ti dice che tu hai la testa da un’altra parte “e chi se ne importa se intorno a te c’è chi si dispera, chi salta dalla gioia, chi si mangia le mani e chi si abbraccia.”

Sei una specie di quarta Parca (io sono invece il quinto canto, ricordi): quella che mira il destino altrui senza esserne eccessivamente interessata.

G. si ricorda ancora la prima volta che ti vide. Oppure no. Chissà. “… forse era solo una delle tante volte nelle quali ti ho vista, ma che a me fanno sempre lo stesso effetto, come se ti vedessi sempre per la prima volta.” E poi, come se non bastasse, aggiunge: “Sempre, sempre, sempre sei sempre il mio eterno dejà vu”. Nella stessa lettera G. ti scrive che, fin da quella che considero come la probabile prima volta che l’ha incontrata, aveva capito che “nessuno al mondo sarebbe mai stato in grado di capirti appieno. Nemmeno io, l’onnipotente bambino biondo dagli occhi azzurri.”

Poi definisce “vecchi” i tuoi occhi, nel senso di distanti e imperscrutabili, come se avessero bisogno di un traduttore che però non è stato ancora inventato. Sei come la scrittura etrusca che si può leggere, ma il cui senso ancora stenta a rendersi palese. G. ribadisce il suo estremo e fino a quel momento inconfessabile bisogno di te: “Mi importava di te, e dei tuoi occhi tristi, e grigi, e vecchi.”

Momo di Michael Ende
Momo di Michael Ende

Ho compreso, leggendo queste lettere amorose che tu svolgi anche un’azione da psicoanalista, dove psico è sinonimo di anima, facendo emergere in questi quattro giovani nuove consapevolezze, semplicemente ascoltando. Se ti capita, leggi Momo, di Ende e forse te ne fai un’idea.

Dice C.:Sul silenzio ho imparato una cosa: è sempre meglio ascoltarlo”.

Tu una volta parlavi; “le parole sono la più grande arma e la tua più grande difesa”, anche se sei come “la poesia ermetica di un trovatore solitario, poco incline alla corte e ai suoi svaghi”.

Intanto, però: “Tu sei lontana e il silenzio mi uccide.”

G. ricorda un vostro momento: “Mi voltai. Il tuo sorriso era tutto, e non era niente.” Una semplice illusione?

Qualche giorno dopo non riesce a non attaccarti: “Stasera è una di quelle sere in cui penarti mi fa male. Cazzo, niente può farmi del male. Chi sei tu? Chi sei? Non lo so nemmeno io, come credi ossa spiegarlo agli altri? Agli altri chi, poi?

Hai lasciato questi quattro infanti soli, ma il più abbandonato di tutti è e rimarrà fino alla fine il solitario e solipsistico G.

C. ammette di essere: “geloso, geloso del tuo passato e del tuo futuro.” e vorrebbe averla lì, a disposizione come credeva che fosse un tempo.

Sai scatenare nei tuoi compagni di esistenza il mondo mirabile che è in ciascuno di noi (anche in te e in me, che credi?): “… nel pensiero ti raggiungo come la prua della nave quando si lascia afferrare dalle mani esperte ed abbronzate dei marinai. Mi piace pensare che i nostri pensieri si mescolino come le acque torbide dello Ionio con quelle più calme dell’Adriatico e che forse, un giorno o l’altro, riusciremo anche noi a nuotare nel nostro Mediterraneo, indisturbati e riuniti.”

Posso donarti una malvagità? Il dono più bello che hai fatto a questi quattro disgraziati è la tua assenza, con tutto il carico di sofferenza che essa comporta. Come diceva un mio nerboruto maestro di vita (che seguii in alcune cose e non in altre), Schwarzenegger: “No pain, no gain”.

Il tuo egoismo, scusa se mi permetto di chiamarlo così, ha consentito a loro di partorire la loro propria verità, in una specie di socratica maieutica.

Dice il sempre più affranto F.:Io non lo so chi sono, e mi spaventa scoprirlo.Anche G fa outing:Pensare, pensare, pensare. Tutti credono di me qualcosa che non sono: mi punisco ogni giorno per la mia distrazione, mentre agli altri sembro una persona particolarmente scorbutica.”

N., forse il più derelitto, e uno dei più schietti, ti attacca: “F. si stava lentamente trasformando nell’amico maschio che non avevo mai avuto, e nel frattempo tu mi rubavi l’anima a morsi, nascondendola dietro ai tuoi occhi grigi.” E poi ti dice che “… ci penserà C. a ricordarmi che sono solo un povero fallito che ama procrastinare tutto il procrastinabile.”

In effetti egli sarà sempre un fedele del motto (adattato alle sue bisogna): non fare oggi quel che ti parrà tedioso domani.

C. ammette di patire troppo la tua assenza: “anche se eri quasi sempre scomoda, tu mi manchi.”

Inoltre, “ho passato un Natale da schifo e tutto perché sono dell’idea che se c’è qualcuno di cui non t’importa nulla, beh, quel qualcuno sono io.”

Alla fine N. sa anche esser lucido, forse più degli altri: “Penso che ognuno di noi sia convinto di provare qualcosa di esclusivo nei tuoi confronti, qualcosa che noi stessi possiamo sentire e che gli altri non capiranno mai, e l’abbiamo usato come scusa per allontanarci tra di noi.”

C. è un tipo losco, che mente soprattutto a se stesso: “… credo proprio che qui ci siano due di noi che ti desiderano immensamente e no, uno dei due non sono io.”

Peccato che poi si attardi per quindici pagine serrate per dimostrarti la sua atarassica indifferenza al tuo infame destino. Ricordando un vostro antico momento, ammette: “Anche i tuoi occhi hanno sorriso, ed io ho pensato di non aver mai visto nulla di più incantevole (ma questo mi permetto di tenerlo per me).”

Intanto gli è arrivata una tua missiva da Osaka, con “due fogli completamente scritti”, che “sono la prova che “Cel sta scrivendo un libro” e che “è per questo che è partita”, così C. spiega agli amici (e questo ti riporta).

Poi, C. finisce la missiva con una minaccia violenta che pare una preghiera accorata: “Dio Cel, vorrei farti del male. Prenderti a pugni fino a riempirti la pelle di lividi.”

F., da parte sua, così affranto per la tua partenza, rimane sconvolto per le lacrime di N., che “aveva gli occhi scurissimi come una pozzanghera e la faccia di uno che è stato appena schiaffeggiato.”

G. ha intanto rotto per sempre (avverbio assai adolescenziale) con gli amici: i suoi occhi “guizzano da me a F. per un paio di volte come se non sapesse chi guardare tra i due, e quando alla fine si sposano sul sottoscritto sento una goccia di sudore freddo scendermi lungo la schiena.”

A scrivere è N., che dice che non sa farlo, ma questa lettera del 29 dicembre va avanti per oltre dieci pagine.

Quel mezzo fighetto così colmo di sé colpisce con un pugno di C., dicendogli: “Questo è quello che succede a quelli che toccano qualcosa di mio” – tipo quegli schemi di economia che gli hai carpito.

Qualche giorno dopo, l’8 gennaio scrive: “L’amicizia non è eterna.”

È vero, ma dura quanto il resto del cosmo, fino a quando servirà. Diciamo che è eterna a tempo determinato: A volte non dura nemmeno un giorno, a volte dura il tempo di una birra e a volte non ti accorgi nemmeno della sua presenza. L’amicizia non è uno status, o almeno credo.”

È ora F. a definirti:Forse non sarai mai in grado di capire ciò che provo. Tu scavi nei sentimenti, ma non riesci ad accettarli. Non riesci ad accettare che tu mi possa piacere, e sei scappata. Tu non puoi piacere a nessuno. Ci vuole coraggio.”

N. ti confessa:Non so se ti amo, a sono sicuro che ti cerco, ti fiuto, ti annaspo, ti grido, e se ho ti ho amato io non me ne sono reso conto. Vivo solo per le mie passioni, travolgenti, e non per i sentimenti meritevoli d’essere raccontati. E tu non puoi essere amata, se non in un libro.”

È in perenne lotta coi suoi complessi. Ti scrive ancora: “Io brina, tu tempesta.” – come per dire che ha bisogno della tua energia per uscire dal suo limbo fatto di attese inconcludenti.

F. ormai è al limite (ma dovrà resistere altri sette mesi!):non c’è molto che desidero ardentemente fare prima di morire, non ho una lista di cento cose da fare prima di esalare l’ultimo respiro, ma solo una certezza. Io voglio rivederti, un’ultima volta, e sono sicuro che tornerai.”

Non vuole mica la luna, che però, per lui e per tutti gli altri, non brillerà se non prima dell’inizio di settembre, quanto tua madre ha promesso a N. che tornerai.

G. intanto gongola (o forse finge di farlo):ora ho la media più alta della classe, ed è tutto merito della tua partenza. Finalmente non sono più l’eterno secondo”, come il ciclista Belloni, sempre dietro l’inacciuffabile Girardengo. Ora è lui il primo. E, non solo per questo, continua “a mettere le distanze” tra sé e i suoi ex amici.

C. sta sempre di più abbassando le ginocchia nei tuoi confronti e ti scrive: “Quando tornerai. Stai con me. Stai con me, sei la mia casa. Ho bisogno anche di te. È una preghiera.” – da capire quell’ anche, che la dice lunga sul dissidio che si consuma nell’intimo di quel sotuttoio.

A G. arriva il tuo libro, dentro un pacco consegnatigli dal postino, “un minuscolo libriccino dalla copertura color cobalto che profumava di nuovo e di appena stampato.” –  come quello che sto leggendo ora io, con la differenza è che il mio consta di quasi 400 pagine.

La sorpresa è stata fatta a tutti e quattro i valorosi studenti. Il più sorpreso è F., a cui è stato fatta l’unica dedica: “F., che forse un giorno mi perdonerà.”

F. scrive che nulla ha da perdonarti, e intanto ti elargisce una mazzata: “Perché tu sei totalizzante, sei concentrata, sei seria, sei incredibilmente sensibile, sei fredda.” Poi si riprende, per smarrirsi per sempre:Ma io ti amo Cel, e ti ringrazio.”

G. ti scrive un’assurdità:Sei la preghiera più rassicurante che Dio mi abbia mai insegnato.” – più efficace del Padre Nostro e soprattutto dell’Ave Maria! Ave Maria Celeste!

A dodici anni, lui e te avevate fatto un gioco assurdo, un patto sanguinoso, simile a quello degli antichi pellerossa, mischiando “sangue con sangue” dalle vostre due ferite, che hanno lasciato la traccia indelebile di due cicatrici. E scrive: “Non amerò nessun altro, te lo giuro.” Ancora: “Ora il tuo sangue fa parte di me. Danzano insieme Cel.”

N. è sempre più psicologicamente invalido:La verità, cara Cel, è che senza di te non so più camminare. Sento i miei passi incespicare uno dietro l’altro, la vista mi si annebbia e le ferite si riaprono una ad una, ed i marciapiedi si colorano di sangue e terra sporca e sudore.” Quantomeno i tuoi quattro spasimanti stanno imparando a scrivere!

Martina Nicelli
Martina Nicelli

Ti definisce, come già altre volte, come priva di pietà, empia: “… tu non muoveresti un dito per salvarmi…”, anzi, “Probabilmente ti arrabbieresti, perché a te piace essere desiderata. A te piace che ti si pensi.”

G. è sempre più autoreferenziale, pur dichiarando la sua attrazione fatale verso di te: “Spesso mi sono chiesto se il mio modo di agire sia stato l’unico possibile o se mi sarei potuto comportare in altro modo, se solo ci avrei riflettuto maggiormente, e mi rispondo che sì, il mio è stato l’unico modo di agire possibile.”

In questo mondo, caro, mi verrebbe da dirgli, non nei multiversi di cui parla un certo Hugh Everett III (e anche un tale di nome Giordano Bruno)! A me N. fa morire e gli dedicherei il monumento per il miglior accidioso non protagonista, quando scrive: “… mi piacciono le conclusioni, perché almeno la posso finire di sentirmi in colpa per qualcosa che dovrei fare e che invece non sto facendo.”

In una lettera successiva scriverà: “Vorrei che un giorno mi portassi con te, ecco.”, aggiungendo poco dopo: “… portami dove vuoi tu, basta che mi porti.”

G. cerca, come anche C., di individuare sempre nuove somiglianze con te, per esempio “di gioire di piccolezze, gioiamo dei problemi altrui come un bambino si rallegra nel vedere uno scarafaggio che disteso sul dorso muove le gambette all’aria all’impazzata perché non riesce a sollevarsi.”

Cara, se tu sei così, non mi piaci affatto, così come non provo simpatia, ma un po’ di pena, per il biondo e ceruleo G.

La storia di Celeste finisce bene, con l’atterraggio dell’aereo proveniente dagli antipodi.

Santa Maria Celeste Ferrante, inafferrabile come l’omonima scrittrice, appare a tutti e quattro i suoi pastorelli, a tutti fa una grazia, a ognuno quella che si merita. Per ultimo, almeno nella narrazione, tocca proprio a G.

A quello che prova per lui non saprebbe dare un nome, se non anima.” La quale è una frase micidiale, ma incomprensibile, se non le si conferisce un senso.

Sì, lei lo anima. Non è amore, non è passione, non è affinità, non è amicizia. Lei lo anima così come le stesse animano il cielo e così come i pagliacci animano un circo per i bambini.” Cel “sa che tutto in G. è suo, persino le belle dita lunghe e curate.”

Quello che questi ragazzi credono, compresa te, e forse me, che ho tanti dubbi a riguardo, è che l’amore è un fenomeno simile a un miracolo, che sprigiona un’enorme energia. E che poi infine si quieta, a volte dissolvendosi nel Nulla, a volte trasformandosi in qualcos’altro.

Lo dice l’Ecclesiaste: tutto è vanità, e non v’è nulla di nuovo sotto il sole, nemmeno il sole, nemmeno la stella più luminosa. L’amore prima o poi finirà il suo carburante e diventerà una nana, bianca o rossa che sia, oppure, peggio, un disastroso buco nero.

Nel frattempo però non deve mai cessare quella che in sanscrito di chiama kam’a, la passione che ci costringe a scrivere, Martina, quella che tu possiedi in abbondanza, lo posso garantire a chiunque.

Non solo la tua scrittura mi ha talvolta emozionato, facendomi ricordare antichi amori ormai passati in giudicato o, peggio, caduti in prescrizione. Mi ha rinforzato la speranza, che non è mai cessata in me. E se pure è certo quello che decreta l’antico libro sacro, nulla ci vieta di sperarci almeno un po’.

Scrivere (ma anche leggere) è un negarsi al mondo, almeno per un po’. Per poi riaffacciarsi, mutati nel tempo e nello spazio, un ritornare sulla Terra, per riabbracciare chi si ama e che per un indefinibile attimo erano stati abbandonati al loro destino.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Martina Nicelli, Celeste, Monetti editore, 2021

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