“Daesh” di Vito Briamonte: non sarò la vergine per il tuo paradiso

“Da Kobane, novembre 2014, zona di guerra”:

(estrapolo alcune frasi significative)

Daesh di Vito Briamonte
Daesh di Vito Briamonte

“… Noi siamo solo in sei, ciò che rimane della nostra squadra…”

“… ne uccidiamo a decine, ma quei barbari dalle lunghe barbe escono fuori a centinaia ogni giorno…”

“… bisogna colpire per primi, se non li uccido potrebbe toccare a me!…”

“… Spareremo per uccidere, non ci sono alternative. Questa è la guerra che si combatte a Kobane, e non l’abbiamo dichiarata noi.”

“… i barbari che antepongono la religione al buon senso, alla vita umana, all’ordinato trascorrere del tempo tra gli uomini, al diritto di vivere e progredire in pace, non possono vincere e non vinceranno…”

Il romanzo di Vito Briamonte è tratto dal diariodi Maddalena, nome di battaglia Torre Galano” e “s’ispira a fatti realmente accaduti in Siria, nella regione del Kurdistan, teatro della guerra tra l’ISIS e i curdi dell’YPG e dell’YPJ.”

Non è dato di capire quanto la fantasia si sia innestata in quel doloroso mondo. Ma la questione non è importante. Se la realtà è fatta di fantasie, il ragionamento vale anche al contrario. Similmente la filosofia vive di impeti poetici e non esiste carme che non contenga un’idea razionale.

L’io narrante è Maddalena, detta Lena, il cui stile è forte, preciso e talora insolente. Non è una che te la manda a dire, e con lo stesso spirito con cui prende a pesci in faccia il figlio del ras di Pallonetto, il quartiere di Napoli dove lei vive, invaghito senza speranza, e che nun tene scuornu di molestarla ripetutamente, così lei si comporta nella vita eroica che si è scelta.

Anche la Storia deve stare attenta davanti a un tipo così schietto:

“… i turchi, gli ultimi ad arrivare da una zona sperduta dell’Asia, spaccarono il culo a tutti e fondarono l’Impero ottomano…”.

La Francia e l’Inghilterra illusero gli arabifacendogli credere la puttanata che avrebbero fondato la grande Arabia.” La conseguenza “fu la grande trepada, il grande casino.”

La “zezzenella durò fino alla fine della seconda guerra mondiale, quando noi europei uscimmo fuori dai coglioni e, in special modo i siriani, ci buttarono fuori a pedate, non prima che l’Inghilterra combinasse un altro casino: la creazione di un altro Stato, Israele.”

In quel che rimane di quel bordello a cui tutti potevano attingere tranquillamente come a una zizza gigantesca, la sopravvivenza fisica che morale dell’uomo è oggi una questione altamente drammatica.

La scrittura di Vito Briamonte, ancora di più che nelle altre opere, è di tipo bukowskiano: fra un termine che dà un po’ l’idea e uno che la dà assolutamente, la sua scelta è orientata verso quest’ultimo senso, a prescindere dall’eventuale volgarità dell’espressione.

Esempio: Lena ama i cocomeri, la cui traduzione in campano dà assai l’idea: meloni d’acqua. “ne mangiavo in quantità industriali e, naturalmente, le mie pipì diventavano fiumi navigabili.”: allegoria molta espressiva e ardita, che dà esattamente l’idea; dopo aver esagerato con quel frutto, di notte ci si alza per orinare almeno sette volte. Anzi, non per quello, né per mingere, ma proprio per pisciare.

Lena, nel rivolgersi a un anziano di Aleppo, dice: “Siano lodati i Dio, Baasim, il mio e il tuo!”

Dio è sempre singularia tantum. Se avesse risposto Siano lodati gli Dei, il senso della frase sarebbe stato diverso. Un conto è far accedere, magari a testa china, il Dio altrui nel proprio Pantheon, un altro è ammettere che il Dio altrui, dovunque egli sia, debba essere ugualmente lodato, in quanto dona a te quel che il mio Dio elargisce a me.

Rimane la separazione, ma essa non produce né attriti né discordie, in quanto sia tu che io siamo sulla stessa lunghezza d’onda dal punto di vista morale.

Un po’ quello che il teologo Padre Aldo Bergamaschi, che tanto patì dalle autorità religiose, in quanto non allineato ad alcun tipo di conformismo, intendeva per divisione delle etiche: non importa se tu mangi la carne di venerdì, o se tu reciti in latino o in vernacolo le tue preghiere, l’importante è che tu rispetti il tuo prossimo, come individuo, come cittadino e come consorte.

“Agnese era madre superiore ed era originaria delle mie parti”, per cui le due conterranee spesso dialogano fra loro in napoletano, sollevando l’ilarità di chi è presente e intuisce il senso delle parole, anche se non il significato letterario.

In un punto successivo del romanzo, Lena e una sua compagna d’armi discorrono tantissimo l’una con l’altra, pur non possedendo una lingua comune, “ma parlavamo e ci capivamo lo stesso”, tramite l’umana sensibilità e intelligenza. Miracoli della comunicazione umana, che tradotto significa che se ci si vuol intendere ci si riesce.

“C’era poco da fare, sono i luoghi che fanno le persone.” – che è una questione che mi vede abbastanza d’accordo. È nel proprio campo elettro-magnetico e gravitazionale che le interazioni mutano le caratteristiche di ognuno, facendole reagire con       quelle altrui. Sta a te e a tutto quanto ti circonda a informare la tua azione. Senza reazione non c’è azione, come senza relazioni non ci sono individui.

Ma è un finto problema, in quanto non è possibile non reagire e non avere relazioni con l’Altro, anche se lontano. Resta ovvio che la vicinanza svolga un ruolo assai importante per la continua evoluzione esistenziale di ogni essere.

Suor Agnese è convinta cheGesù proteggerà il convento e chi c’è dentro. Lui non ci abbandonerà.” Lena è più realistica (come chiunque ha bazzicato come lei i vasci ‘e Napule, e il suo mai dimenticato quartiere dove nacque: “‘O Pallunetto m’ha fatto rimané viva’”, dirà un giorno) e le suggerisce di scappare al più presto: “Non è che lui vi abbandonerà, è che adesso tène tanti ccose ‘a fa’ e magari nun po’ sta’ sempe appriesso a nnuje! Credimi, lui vi vorrebbe sani e salvi in Libano, e di ritorno, quando sarà tutto finito.”

Qui sorge il dubbio se quel lui minuscolo sia un lapsus freudiano. La mia idea è che Cristo, in simili anfratti dolorosi, ri-diventi un civile come tutti gli altri, in cerca di salvezza.

“… la testa ancora grondante sangue mostrata a quegli altri assassini che gridavano come ossessi il nome di Allah…” – il problema non è il Dio (tuo, mio, suo) ma l’essere vittime di un’ossessione che senza farti perdere il contatto con la realtà, ne muta la natura.

Vito Briamonte
Vito Briamonte

L’Altro è colui che dev’essere eliminato, possibilmente con un rito orgiastico che legittimi la tua azione inumana, che diviene, in tale contorta mentalità, come divina.

Ormai la situazione è così grave che molti sognano di tornare in Europa, e Lena è fra quelli. Chissà!

“Io non avevo un buon rapporto coi preti, per cui era tra me il mio dio che dialogavo, pregandolo e invocandolo, mai bestemmiandolo o invocandolo invano.” – altra questione interessante.

Qual è la funzione del prete? Fornirti i mezzi per vivere con saggezza la tua religiosità, oppure importela come l’unico modo corretto di agire secondo il Suo (di Dio) volere?

Ulteriore aspetto da esaminare: il volontario dell’Isis ha fede che, qualora morisse in battaglia, avrebbe una vita eterna di delizie e 72 concubine a disposizione. Se a ucciderlo è una donna, non avrà nulla di tutto questo. Ecco perché lo YPJ, l’accademia di guerra femminile, è temutissima da quella tipologia di islamici.

Noi non saremo mai le vergini per il loro paradiso! I fanatici ‘barbuti’ di Daesh sono avvertiti!

Daesh è la sigla di Al dawla al islamiya fi al Iraq wal Sham (Stato islamico dell’Iraq e del Levante), in altre parole: l’ISIS.

Nel libro sono descritte tante e tali barbarie che verrebbe voglia di dargli fuoco, ma è solo un attimo. La barbarie va combattuta osservandola e descrivendola.

Un accenno soltanto per dare un’idea: un bimbo piange, perché ha fame. Un “barbuto” (così di sovente Lena chiama quelli dell’ISIS) s’infastidisce e sequestra l’infante. Poco dopo lo riporta alla mamma, cucinato a dovere. La mamma, annichilita, si lascia morire piuttosto che sopravvivere in questo atroce pianeta.

Lena, per difendere se stessa e i suoi amici da una coppia di poliziotti deviati che li vogliono sopprimere, ne ammazza una con una pistola che, contro a ogni regola, si era messa “tra la pancia e la cinghia dei miei jeans”.

Dopo quest’avventura, Lena si sente male, vomita gran parte dell’anima e infine decide di rimanere in Siria e diventare una combattente dello YPJ.

Ormai il dado è tratto, e non si sa se Lena potrà mai riattraversare in senso contrario il Rubicone.

Adri, ho paura di morire come qualsiasi essere umano, ma sono cittadina di questo pianeta e tutta la Terra è il mio mondo.” – frase esemplare, molto difficile da condividere, quando a Salerno ci si sente diversi da quelli che vengono chiamati Cavaioli; dove tra Carpi e Correggio non scorre buon sangue; figuriamoci fra Gavassesi e Massenzatichesi (e molti italioti si chiederanno E chi sono questi?).

Alcune donne yazida sono prigioniere.Tra esse, a terra, è orribile, ce ne sono alcune decapitate…” Altre tre sono inginocchiate…

Uno del Daesh ha appena compiuto l’ennesima atrocità, dopo di cui “recita il solito sermone, con il solito, stupido, indice alzato. Cita versi del Corano incitanti l’odio.

Io non ne ho colti, leggendone la traduzione integrale in italiano. Ve ne sono alcuni che pongono su due piani diversi il credente e il non credente. Ne cito uno a caso: O voi che credete, non sceglietevi per alleati i Giudei e i Nazareni, sono alleati gli uni degli altri. E chi li sceglie come alleati è uno di loro. In verità Allah non guida un popolo di ingiusti. (V, 51).

Leggendo il Vecchio Testamento si può fare un’ampia collezione di tali nazionalismi. Il giudaico era il Popolo Eletto per eccellenza. L’Isis è un neonato che singhiozza al confronto.

Qui sorge la questione politica. Il nazismo nacque come partito nazional-socialista. Poi successe quello che successe.

L’ISIS ha avuto un’origine disperata in una terra dove non esisteva più alcuna legittimità, preda di ogni sorta d’imperialismo locale e straniero. Poi successe quello che successe.

Lascio agli storici una completa disamina dell’argomento, e torno al racconto.

I suoi occhi sono neri, lucidi come quelli di uno che ha appena finito di piangere; ma non ha pianto, è solo l’espressione dei suoi occhi malvagi, come quelli del diavolo.”

Dopo il primo casuale omicidio, Lena habisogno di passare il fosso, capire se posso uccidere ancora, uccidere un nemico intendo. In guerra non ci sono avversarsi, non è una partita di calcio. In guerra ci sono solo nemici e, se non vuoi che uccidano te, devi farlo tu per primo.

Kurdistan - Photo by e-Turchia
Kurdistan – Photo by e-Turchia

Ennesima faccenda da esaminare: esistono delle regole e sono quelle sancite dalla Convenzione di Ginevra e, soprattutto, dall’etica umana. Di frequente è successo che, in situazioni belliche disperate, due nemici s’incontrino, utilizzino come fratelli le poche risorse che rinvengono, si salutino, escano e, solo una volta fuori da quel ricettacolo, cerchino di eliminarsi vicendevolmente.

Lo dico io che non ho particolarmente apprezzato il periodo di naja, svolto alcuni decenni fa.

Non avrei di certo compiuto, mi viene da dire, così, su due piedi il gesto di Lena: “Prima di lasciare il villaggio, afferro il dito indice del mio uomo che aveva recitato il sermone e lo taglio. Mai più indici alzati, mai più ringraziare Allah per delle vite stroncate dal fanatismo!Occhio per occhio…

Non posso che esprimere un semplice parere, dal comodo del mio divano.

Lo squadrone di Lena cattura un miliziano, uno dei quali è di Camogli, per cui la chiamano perché lo interroghi in italiano. Da evidenziare (andando decisamente fuori tema) che Camogli è la città delle mogli che attendono a casa i maritini che si sono recati, anche per lunghi periodi, altrove, a combattere sulle navi da pesca.

Lena minaccia di ucciderlo se non parla. Il cuor suo però le dice diverso: “Pregai Dio che facesse ragionare la sua testa di minchia e che si mettesse a rispondere alle domande che intendevo fargli, altrimenti quelli lo avrebbero veramente appeso per le palle”. Vale sempre il detto: occhio per occhio…

Lena è ormai conosciuta in tutto il Kurdistan come l’Italiana, una pasionaria alla Dolores Ibàrruri, una che si dice abbia ucciso una novantina di nemici.

Tutto ha fine, prima o poi, e Lena decide di tornare in Italia. Saluta Aryana che, nonostante il suo nome, è islamica (antifrasi subluminale): “Che il tuo Dio ti benedica” – ho notato che Dio, in fase benedicente, è sempre con l’iniziale maiuscola.

La parabola umana di questa donna avventurosa volge al termine. In patria ritroverà la famiglia, un uomo adorabile e qualcos’altro che non mi va di anticipare, per cui vale la pena leggere questo romanzo fino in fondo.

Lena giunge al punto di non ritorno: e saprà finalmente la verità sul Giudizio Altrui.

Lei che si credeva italiana, cristiana, e anche un po’ curda, ora è un’anima nuda e in trepida attesa.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Vito Briamonte, Daesh, GM press, 2020

 

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