“Come spicchio di melagrana” di Normanna Albertini: Matilde di Canossa, la prima donna autogestita della storia

Normanna Albertini descrive minuziosamente la fitta rete degli intrighi politici che caratterizzarono l’età di Matilde di Canossa, tutti mirati al raggiungimento e al mantenimento del Potere, questo fin troppo conosciuto ma al contempo arcano demone, che cattura gli uomini singoli, devastando le nazioni, a cui non si sa mai come rapportarsi per sentirsi ancora individui e non cellule di un organismo più grande e misterioso.

Come spicchio di melagrana di Normanna Albertini - Photo by Gazzetta di Reggio
Come spicchio di melagrana di Normanna Albertini – Photo by Gazzetta di Reggio

Le alternative a questa logica così umanamente perversa sono quelle di chi si oppone, di chi si adegua e di chi si rifugia in un Altrove, all’unico scopo di non essere infettato. Ma è sempre e solo questione di tempo. Prima o poi chiunque avrà a che fare col Diavolo che è, al contempo, dentro e fuori del proprio corpo.

Il lupocome un dio antico, stava lì, illogicamente – lui, belva – a proteggere un cinghiale ingannato dalla tagliola. Tutt’intorno si levava un puzzo di fango, di foglie di castagno e il felpato profumo della guazza.”

Il cinghiale era la preda di un eremita che si era allontanato dalla vita civile perché odiava la violenza e per sopravvivere non poteva che uccidere chi con la sua prepotenza minava alle sue risorse e con la sua floridezza gli avrebbe permesso di nutrirsi convenientemente.

“Ti ho preso. Lo sapevo che la siepe non ti avrebbe fermato. Dopo il tasso, ora è toccato a te. E la tua carne mi basterà per un po’. E i miei cavoli, fino al prossimo ladro, saranno salvi.”

Giovanni è un uomo giusto e un illuminato, che si mette “a dialogare con i cigni attraverso la musica…” E che, riprendendo a suonare dopo aver quasi invidiato il loro volo, dice loro: “Che stupidità costruire trappole per catturarvi. Bastano i cinghiali per il cibo, no? E le lepri, e i caprioli. Sempre meglio salvarla, la bellezza.”

Il savio si distingue dallo stolto perché sa chi uccidere e chi no, riconosce la bellezza e ha sempre pietà di tutti, anche delle proprie vittime.

Matilde, la sua amica fin dall’infanzia,non gli aveva permesso di essere integralmente eremita; lei non lo aveva abbandonato. Gli era rimasta discretamente accanto, partecipando alle sue scelte, con la stessa amicizia con cui, da bambina, l’aveva condotto dai canonici ad imparare la musica e in biblioteca a studiare il latino.

Gli era stata accanto per tutta la vita, di volta in volta modificando la sua ascesi.

Chissà: forse il vento è profeta e sa in anticipo quale sarà il traguardo, quale la fine del cammino.”

Il romanzo di Normanna è diacronico ad accesso rapido e apparentemente casuale, come lo è la memoria. È una scelta rispettabile ma arbitraria quella di descrivere un evento, una vita intera, dall’inizio alla fine, seguendo le scansioni cronologiche della storia di un essere e di una comunità. Ma la nostra mente è ballerina, si sa, e passa di palo in frasca: non ho ancora capito quale sia il modo giusto di narrare una storia, forse non c’è.

“… sono le donne ad avere in mano la vita degli uomini…”, che purtroppo sono sempre emozionate, sudate per il lavoro e perciò scivolose.

“E allora, Matilde, per quale motivo gli uomini sono tanto violenti?”

Matilde è incinta. Suo marito, Goffredo il Gobbo, è il suo spietato padrone.

“Ti prego, ora che sono gravida, aveva supplicato al marito, lasciami sola nel letto…”

La sua pur blanda richiesta ledeva la maestà di lui, ben più onnivoro e aggressivo del cinghiale di cui si diceva, per cui “l’aveva torturata, come sempre, con le sue pretese perverse.”

La bimba nasce.La madre immensa, rotonda e molle, la madre, unico universo, è Dio per un neonato; la madre cibo, calore, sonno.”

I rapporti umani nascono già con queste assolutizzazioni che non conducono da nessuna parte. Anche io sono una divinità per Phoebe, la mia piccola quadrupede, ma non vorrò ogni volta oppormi al suo destino. La preferisco sapere abbastanza libera piuttosto che alle mie totali dipendenze.

Poi i bimbi maschi crescono e diventano uomini. E ci si chiede: “Dov’era l’amore dei figli delle donne per le altre donne?

Risposta non c’è, disse qualcuno, oppure sta soffiando nel vento.

“Maltrattare la moglie sembrava cosa di tutti, da quel che aveva capito, persino consigliabile. Soprattutto in caso di disobbedienza. E lei tendeva a ribellarsi, a disobbedire.”

Che, per una donna di quel tempo, non era una bella nominata.

I Normanni sono i protagonisti del romanzo, più devastanti di chiunque li avesse preceduti, anche dei Longobardi. E osano dire: “Siamo Normanni, guerrieri, e quel che vogliamo ci prendiamo. Oggi abbiamo voluto le vostre ancelle vergini.

Matilde di Canossa
Matilde di Canossa

Anche lo stupro diventa un diritto in questi casi, un appropriarsi di quel che passa il convento, come lo fu quel cinghiale di cui si disse poc’anzi. Diversi concetti sulla giustizia.

“… ci sono due giustizie: quella basata sulla legge, mispat, e quella fondata sulla bontà, sedaqa. Quest’ultima è la giustizia di Dio.”

A me ha sempre fatto sorridere quest’omuncolo che poco o nulla sa di sé e che crede di interpretare il volere di Dio.

Il diritto è l’arte del buono e dell’equo, non è forse vero? E la giustizia è la volontà costante e perpetua di dare a ciascuno il suo; non sono io a dirlo.”

Ulteriore questione: “… per un salico, un franco, un longobardo, il diritto nasce da ciò che il gruppo, la stirpe ritiene giusto; qualcosa che proviene dal basso, dal pensiero del popolo.” – una giustizia permanentemente in evoluzione.

“… per noi ogni diritto viene dalla tradizione irrigidita. Il giudice può solo applicare ciò che è già stato trovato e poi scritto.” – qualcosa di simile a una Scrittura Sacra, concetto molto pericoloso per tutti, specialmente per le donne. A scrivere, nel passato, furono sempre degli uomini.

“Perché gli dèi sono tanto gelosi dell’indipendenza delle donne?” – forse perché i primi a ritenersi tali erano maschi?

“Io sono una bambina, Bertrada, sono una femmina. Io e mia madre siamo femmine; io e mia madre non siamo niente. E Dio è un maschio, ed è cattivo.” – Bertrada è quella che oggi si chiamerebbe una baby sitter. A suo tempo tolse la sua mammella dalla bocca del figlio che “aveva messo i suoi primi dentini”, per darlo a Matilde. Quando penserò a lei, anche fra qualche tempo, avrò in mente soprattutto il suo fatalismo, la sua gentilezza ma soprattutto il “suo seno grasso e caldo.”

Ti voglio bene, Bertrada, ma Dio e il diavolo sono maschi.” – e amano unire e dividere a piacer loro.

Tempi duri precedettero questi, quando i due suddetti sono riusciti a partorire (uscendo proprio da quel loro orifizio, immagino), tre papi, l’uno contro l’altro armati. E anche ora le cose non vanno secondo alcuna logica (umana?, divina?).

Un vecchio sbraita che toccherà a lei, che è ancora bambina, “riportare ordine nelle cose di Dio, nelle cose del mondo.

Matilde è curiosa e vuol sapere “cos’è quel pomo attaccato alla stadera”.

Bertrada le spiega che è “il contrappeso.” – che stabilisce la giustezza della misura del peso. A questo serve il contrappeso.

“I saraceni chiamano rhouman questa bilancia, dice un uomo lì a fianco, forse un cavaliere, e rhouman vuol dire granata, melagrana.”

Leggendo il romanzo si ha una chiara idea dello sviluppo dei fatti storici. Io cerco di carpire dalla scrittura di Normanna (chissà perché ti chiami così, cara?) qualcosa che è sotteso a ogni pagina. Non so se ci riuscirò.

“Bambina, l’imperatore, ora che siamo sole, si getterà su di noi come un avvoltoio su una carogna. Prepariamoci.”

È il suo mestiere, che ci vuoi fare…

A Matilde viene destinato il futuro marito. “Madre! Ho solo otto anni!”

La successiva domanda non contempla alcuna risposta razionale: “Dio, dov’è Dio?”

Un Dio curioso,che scruta la mia anima”; un Dio opprimente, “che stende le sue mani e mi copre di sofferenza.”; un Dio insensibile “sordo ad ogni supplica, sordo al mio pianto: che vuoi, Dio, da me? Che vuoi ancora rubarmi? Tieni aperte le mie ferite, fai scorrere il mio sangue. Non sei mai pago…”, un Dio gobbo e voglioso, come lo sarà il suo futuro marito.

“Non è giusto, ma è Dio che ha fatto il mondo così, bambina; ha fatto i ricchi e i poveri. I poveri lavorano per tutti, ma non hanno mai a sufficienza di che vivere, perciò piangono in silenzio.”

Una spiegazione così logica a cui non si arriva facilmente: i poveri “a volte diventano pericolosi”, invece i ricchi “non lavorano, così occupano il tempo a pensare e a progettare le guerre; sono pericolosi sempre; fanno soffrire il mondo e poi piangono forte, gridando al cielo, perché hanno tanta paura.” – non di Dio, non del diavolo, ma di disperdere lo sterco che accumulano dentro di sé. Scusa Normanna, se mi sono permesso di tradurre in villico, quello che tu dici con più delicatezza. Io rispetto, condivido, ma non riesco a digerire questo tuo mettere in corsivo quei due termini opposti e complementari, com’è giusto e umano in questi casi, come si fa anche con Śiva e Visnù.

La vita è composta di un alternarsi di presenza e di assenza e “con l’assenza bisogna imparare a convivere. Il mondo è così, la vita è così.” – il mondo è la più assurda delle virtualità, l’unica che è emersa hic et nunc.

“Berta imparerà, come ha fatto lei, a stringere i denti e i pugni, a ricacciare le lacrime.”consolati, Matilde, capita a tutti, anche a me, molto frequentemente.

Le donne hanno vari compiti, fra cui “spargere il letame. Seminare no, ch’era roba da maschi.”

Non mi sembra una cosa giusta, ma l’unica saggezza è adeguarsi al volere del Potere, piccolo o grande che sia. Ribellarsi è illogico, però qualcuno non ci sta e intende cambiare le regole, imponendo la propria.

Compiere una rivoluzione, una delle tante che hanno finito per spillare infinite dosi di sangue umano, fertilizzerà il terreno e poco più.

Normanna Albertini
Normanna Albertini

Tre eventualità per le donne: matrimonio, convento e prostituzione. “Però le prostitute non erano nemmeno donne, aveva sentito. Animali. Schiave. Quindi, per le donne non c’era libertà.”

A Firenze Matilde aveva incontrato Ildebrando per la prima volta. “A lei quell’uomo era sembrato un gigante, eppure, era poco più alto del figlio di Bertrada, poco più alto di lei bambina.”

Confermo: l’ho incontrato qualche mese fa all’interno del Duomo di Salerno: è davvero piccirillo, al pêr un surghȋn. “Ma c’era vento intorno a lui.” Questo non posso confermarlo: quel valoroso sorcino era racchiuso in una teca d’argento.

Ho capito finalmente perché alle bimbe piace cavalcare (anche a noi bimbi, però): “Guarda qua, io sono a cavallo, sono più alta, più fiera, col mio bel destriero. Sono la bambina più felice della terra.” Hai realizzato un tuo sogno. Altri, ben più onerosi, ti attendono.

Gesù che tocca “lei, donna e malata di emorragia”, va contro la legge. Contro il Levitico, legge scritta poco dopo il tempo di Matusalemme.

E Gesù chiama fede l’andare contro la legge…”

Hai scelto l’esempio più rischioso, sta’ accorta, guaglioncella.

Ildebrando sentì diffondersi dentro una colata di amarezza.” Quello era un dialogo in cui era facile rimanere intricati come in un groviglio di spine; anche se Matilde avesse avuto ragione, a che servirà parlarne?

Egli era il solo provvisto di quel dono prodigioso che lei tanto ammirava: il carisma capace di dar fuoco alle idee, muovendo sconvolgimenti impensabili senza di lui.” Oh Dio! Anzi: oh Dio!

Giovanni, l’eremita onnivoroParlò a lungo e incitò Matilde a continuare la guerra, esortando i suoi vassalli a seguirla, perché non si poteva lasciare a metà un’opera tanto importante.”

A questo servono i saggi, a giustificare le tue nefandezze, qualora siano l’unica cosa che ti rimane da fare.

“Pietre d’inciampo, le disse Giovanni inchinandosi davanti a lei, pietre d’inciampo contro ogni potere che getti l’uomo nella polvere; questo dobbiamo continuare ad essere, amica mia.”

Ottima spiegazione (e giustificazione), davvero.

“Città ingrata. La spada: Matilde l’afferrò forte. Voi non sapete chi sono io, io sono la figlia del Tiranno. Voi non sapete di cosa è capace una Winnili. Il popolo dei combattenti detti cani vittoriosi. Il popolo degli uomini dalle lunghe barbe.” – come adoro questi corsivi!

Non so a chi possa interessare, ma i Pioli vengono dalla Garfagnana. La città con più Pioli è Reggio Emilia, la nazione con più Pioli è l’Argentina, ma ce ne sono anche in America del Nord, in Australia, forse anche nel Botswana. Pioli ovunque migranti, dunque. La montagna è spesso così sacra che alla sua sommità c’è poco da fare, se non decidere di andarsene in cerca di fortuna.

“… lassù, sui monti, da Canossa fino al crinale e poi giù, nella selvaggia Garfagnana, gli uomini passavano i loro primi giorni, dopo la nascita, in una culla di castagno. Tutti, dal più povero al più ricco.”

Il castagno, questo conosciuto, offre innanzi tutto cibo gratis a suini e a umani.

E la sua scura legna scalda, serve a costruire travi, pali, assi e assicelle, mobili, porte e imposte. Il suo “era un legno che non subiva putrefazione; era un legno solido e puro, incorruttibile.” Il “succo ricavato dal legno, quel succo disinfettante, serviva poi per conciare le pelli degli animali cacciati”.

La bara, ovviamente,era una bara di castagno ad accogliere uomini e donne e a ospitarli nell’ultimo viaggio.” Ovvio che anche i Pioli sono rigorosamente fatti di legno di castagno.

Quando l’età di Matilde sta volgendo al termine, per consolarla le dicono: “Lasciate perdere questi pensieri di morte. Questione di ore, duchessa, e mangerete le castagne.” – ogni tanto ti cambiano il vocativo, duchessa o contessa, tanto sei entrambe…

Quando muori, forse rivedi Bertrada che, più vecchia, ti ha preceduto, e le chiedi di Dio, non più in corsivo, che strano! E le domandi se è cattivo. Lei ti chiede di abbracciarla e poi ti porta in volo.

Questo era Dio.”

Leggo ora l’Appendice poetica.

Nel vento:Inermità, l’innocenza bambina/ nel passo del lupo vagabondo/ nel vento di foglie a mascherare,/ pigre, le tracce sul cammino”. –  È l’eroismo che si richiede ai santi, ai protagonisti dell’anima umana, non necessariamente a quelli della Storia.

Di donne e intrecci: “È il moto del fuso circolare/ stregante e lesto, speranzoso/ di mani di donne a disegnare/ arco di luna burroso/ di grembi e seni e vita/nuova.” – il filo la cui trama è la Storia, e le infinite storie più piccole, senza di cui la più grande sarebbe soltanto un pallone che a ogni pedata si sgonfia.

Acqua e donne:Sono donna e sono acqua/ fluida scorro, sono acqua e sono/ vita, fluida stendo/le mie braccia come in croce/ ed accolgo/ vita,/ nell’acqua che è il mio/ grembo.” – il problema è quando anche tu solidifichi e devi risolvere il tuo problema esistenziale.

Padre: “… io posso e cammino/per l’abbraccio tuo. Io sono./ Io, donna/ per quel tuo abbraccio, sono.” – il rapporto con l’altro sesso nasce nell’infanzia, padre e figlia, madre e figlio ed è foriero di tutto, del bello e del brutto.

Respiro di giustizia: “l’anima è donna/ è uomo./ È pensiero, desiderio, cura/ giustizia.” – è la nostra esistenza, e quella degli altri, della madre e del padre, l’intricato groviglio dei conflitti che si creano continuamente fra i vivi.

Terra: “Caldo grembo di madre: terra nera,/ fertile terra paterna/ materna, terra dorata, arata…” – che ci accoglie dopo che abbiamo seguito la Luce che ci conduce Altrove, e che ci dirà, alla fine di ogni meta, sei già di ritorno?

Dio: “Mio timore non è/ riguardo dovuto a te, deferenza remissiva, genuflessione./ È reale sgomento. Paura del tuo stracciarmi/ in bruma cambiare a me/l’amore attorno.” –  Questo “Abbà” vuole tutta la passione per sé, è iracondo, geloso, come quel folle che l’ha creato.

Avanzi d’umanità: “Rabbia covata, rabbia nutrita/ concimata di fame,/ di stratificata ingiustizia ribellione/ sempre freddata, sedata, svilita/ umiliata; rabbia del povero.” – l’unico povero che acquista la giusta livella, come la chiamava Totò, è quello morto.

L’adorazione di Santa Giovanna D’Arco - J. William Fosdick - 1896
L’adorazione di Santa Giovanna D’Arco – J. William Fosdick – 1896

Amici: “… le ciliegie più mature, gli uccellini/ ancora implumi/ e le nocciole,/ le amicizie dei bambini/ Sono sguardi che…” – così termina l’infanzia, all’improvviso, senza ragioni e preavvisi, la prima e la più dolorosa delle ingiustizie umane.

Come spicchio di melagrana: “Dorato spicchio di melagrana/ dietro al velo./ Fanciulla e donna, figlia,/ madre.” – che le tue terre ti debbano amore è cosa giusta, ma che le tue figlie ti debbano studiare è un obbligo morale.

Tu sei stata la prima donna autogestita della storia. O quasi del tutto autogestita? Chi lo fu mai completamente?

Oltre che alla puntuale analisi storica, a Normanna interessa porre la sua attenzione alla tua novità esistenziale.

Colei che poi chiamarono la Pulzella d’Orleans fu manovrata dagli uomini, tradita e condannata a una fine ignominiosa. E poi proclamata santa, per la soddisfazione delle genti. Più che a lei, così bellicosa e disgraziata, a te le donne (e gli uomini) devono rivolgere la loro laica attenzione.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Normanna Albertini, Come spicchio di melagrana, Consulta libri e progetti, 2015

 

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