Intervista di Emma Fenu a Maria Lidia Petrulli, autrice de “Il volo della libellula”, fra libertà e scelta consapevole

“L’uomo crede di volere la libertà. In realtà ne ha una grande paura. Perché? Perché la libertà lo obbliga a prendere delle decisioni, e le decisioni comportano rischi.” – Erich Fromm

Maria Lidia Petrulli - Emma Fenu
Maria Lidia Petrulli – Emma Fenu

Maria Lidia Petrulli, medico psichiatra e psicoterapeuta, è appassionata di storia e mitologia celtica e medievale e inizia la sua carriera di scrittrice nel 2002.

Nei suoi numerosi romanzi il tema della libertà è affrontato attraverso vari generi, per giungere a un quadro con più punti di vista e di fuga.

Ne dissertiamo insieme, soffermandoci sulle scelte subite e compiute dalle donne e lasciando spunti di riflessione e indagine al lettore che vorrà approfondire.

 

E.F.: La libertà di una donna ha molte accezioni e sfumature che vanno, dalla scelta della professione, all’indipendenza da ruoli stereotipati fino a rivendicare il rispetto fra le mura domestiche. Quali sono i primi passi da compiere se non si è libere?

Maria Lidia Petrulli: La libertà è un argomento che mi “ossessiona” da sempre, tant’è, se vado indietro nel tempo, mi rendo conto di averne sempre parlato nei miei romanzi, sin dai periodi in cui scrivevo fantascienza. È quindi qualcosa che mi è a cuore e sono contenta di avere questa possibilità di parlarne. La libertà di una donna, così come quella di qualsiasi individuo, è un concetto con una miriade di sfaccettature, estremamente complesso, spesso legato alla cultura di appartenenza, sarà quindi molto difficile essere esaustivi. Prendiamo di conseguenza questa chiacchierata come una semina di spunti su cui riflettere e aprire ulteriori dibattiti, un modo per esprimere un punto di vista che sia di ispirazione per nuove elaborazioni.

Partirei con la definizione del concetto di libertà: Stato di autonomia essenzialmente sentito come diritto, e come tale garantito da una precisa volontà e coscienza di ordine morale, sociale, politico. Una frase che riassume abbastanza bene il significato di libertà.

La libertà non è la scelta che abbiamo fatto o che ci accingiamo a fare, ma la consapevolezza con cui l’abbiamo fatta o con cui la faremo. Una scelta consapevole, e quindi libera, è un abito di alta sartoria che ci sta alla perfezione, che percepiamo come unicamente nostro, in cui ci sentiamo a nostro agio. In altre parole, una scelta libera ci identifica, ci fa sentire noi stessi, non è accompagnata da sentimenti di incertezza, di rimpianto o di insoddisfazione.

Una scelta consapevole, esattamente come un abito, non è necessariamente per la vita ma può essere cambiata. Mi spiego meglio. Col tempo le persone cambiano. Il vivere porta un accumulo di esperienza che porta a sua volta a bisogni diversi, che si potranno tradurre in scelte differenti da quelle concepite in precedenza. Si cambia psicologicamente così come fisicamente, per cui quel vestito ci potrà andare ancora bene, oppure dovremo modificarlo, in ogni caso l conserveremo fra le cose più care che ci sono appartenute. Quando una scelta è fatta con consapevolezza e libertà, i vestiti che sceglieremo in seguito avranno sempre qualcosa in comune con quelli scelti precedentemente, cioè nell’individuo non si verificheranno fratture, sarà piuttosto un divenire in armonia col passato.

Da qui mi riallaccio alla tua domanda “Quali sono i primi passi da compiere se non si è libere?”. Premetto che le mie considerazioni sono relative alla cultura cui apparteniamo, che non sono applicabili a culture in cui la libertà della donna è impedita da fattori politici, sociali o religiosi e quindi esterni alla donna stessa. In questo caso il discorso è diverso e dovremmo parlare piuttosto di “donne consapevoli, in uno stato di sofferenza, e combattenti”. Le mie riflessioni si limitano alla nostra cultura di occidentali in cui, almeno in teoria, la libertà della donna è riconosciuta, anche se esistono ancora diseguaglianze da combattere e pregiudizi da sfatare.

Tornando alla tua domanda, occorre innanzitutto chiedersi “perché non siamo libere”, “perché la scelta fatta ci mette in uno stato di sofferenza”, “se questa scelta non va più bene ora o se non andava bene sin dall’inizio”. Porsi anche una sola qualsiasi di queste domande vuol dire che si comincia ad avere una certa consapevolezza di sé e che siamo disposte ad aprirci a una maggiore onestà con noi stesse. Perché parlo di onestà. Perché in questo particolare momento storico, in cui moltissime conquiste sono state fatte ma il tutto va perfezionato e spinto a superare i limiti esistenti, ci troviamo a barcamenarci fra sacche di passato ancora presenti nella mentalità della donna quanto dell’uomo, e prospettive future spesso molto sfumate. In questa situazione è come se fossimo sottoposte a mareggiate provocate da venti diversi e spesso contrari. Abbiamo gli strumenti per oltrepassare questa situazione di stallo, ma occorre combattere contro i venti avversi che ancora spirano forti, avere il coraggio di darsi definizioni diverse da quelle cui ci hanno abituate, avere un’idea di cosa vogliamo essere, di dove vogliamo arrivare, il desiderio di uscire dagli schemi per sperimentare e cucirci degli abiti che non necessariamente devono essere “alla moda”. Perché il problema è che quelle sacche di passato ci hanno portato magari a fare scelte che non ci rappresentano, tanto per adeguarci alle convenzioni.

La donna che si accorge di trovarsi in un momento in cui non si riconosce più, in cui si sente insoddisfatta, o che si trova in una situazione che avverte come dannosa per la propria salute fisica e psichica, deve farsi aiutare, si deve confrontare con aspetti che forse ancora non conosce, che non ha mai sperimentato, ed evolvere.

 

E.F.: Quanto l’aiuto, l’ascolto, l’attenzione, possono salvare le donne in difficoltà?

Maria Lidia Petrulli: Credo che questo sia un passaggio indispensabile. La sofferenza ci porta a porci domande, ai perché cui dobbiamo dare una risposta. Confrontiamoci allora con specialisti del settore che possano darci una mano, che ci facciano da specchio e ci aiutino a sbrogliare la matassa e a renderci conto di quanto ci abbiano influenzato concetti che avevamo dato per assodati. È un percorso a volte doloroso, ma capire e cambiare è l’unico modo per riavvolgere il film delle nostre scelte e trovare il motivo per cui siamo andate in quella direzione e non in un’altra. Esistono centri di ascolto, psicologi, psicoterapeuti, assistenti sociali. Ammettere di avere un problema è un atto di coraggio e non di debolezza. Ma soprattutto, quando cominciamo ad assaporare cos’è la vera libertà, dopo un iniziale smarrimento, ce la godiamo come una brezza estiva.

 

E.F.: Come educare alla libertà intellettuale e alla concezione di sé come soggetto libero?

Il volo della libellula
Il volo della libellula

Maria Lidia Petrulli: Dovendo combattere le sacche rimaste di una cultura passata, credo che il lavoro di educazione alla libertà e al rispetto debba iniziare quando siamo ancora molto piccoli, a partire dalla scuola materna, e proseguire per tutto il periodo della scolarizzazione, poiché i messaggi verranno fatti passare con un linguaggio diverso a seconda dell’età. Dovrebbe esistere un programma scolastico che lo comprenda e insegnanti adeguati, perché qui non si tratta di fare la lezioncina, ma di ripercorrere la storia. Far capire ai più giovani come possono essere influenzati da luoghi comuni, da valori vetusti, senza che neanche se ne rendano conto. Sarebbe questa la sede per parlare di una educazione sentimentale, è un vecchio termine ma rende l’idea. L’educazione ai sentimenti, alla diversità, ai ruoli e alla mancanza di ruoli, al fatto che non si hanno diritti su un’altra persona, che nessuna persona ci appartiene, tanto meno una donna. Penso a una formazione contro le paure che ci vengono inculcate sin da giovanissime. Non che i maschi ne siano esenti, ma sul sesso femminile sono molto più pesanti, tanto da portare la donna a convincersi che di aver bisogno di qualcuno accanto che la sostenga, poiché da sola non potrà mai farcela. Il che mina alla base la su autostima, il suo prospettarsi nel futuro, le sue potenzialità. Che verranno messe da parte in nome di una presunta sicurezza.

Rendiamoci conto che viviamo tempi in cui l’apporto del modo femminile di guardare e vivere la realtà è l’unico che potrà salvare questo mondo alle soglie di un disastro ecologico. Per questo motivo auspico che sempre più donne ambiscano a posti di responsabilità, dovremmo dire di potere ma non mi piace, e che lottino per arrivarci. Senza farne una regola generale, in linea di massima una donna è più attenta alla vita, è più pragmatica e meno legata al profitto.

 

E.F.: Quali sono le gabbie in cui ancora oggi le donne possono trovarsi prigioniere?

Maria Lidia Petrulli: Distinguerei due blocchi. Le gabbie esterne e quelle interiori. Per gabbie esterne intendo soprattutto la mancanza di un’autonomia economica. Non c’è libertà senza indipendenza economica. Quante donne non si separano perché non avrebbero di che sostentarsi? Soprattutto in uno stato che in questo frangente non c’è. Educare la donna a non farsi mantenere, al fatto che non è destinata solo a sposarsi e a fare figli, che queste sono scelte che potrà fare o non fare in base a quel che è, a lottare per avere uno sviluppo professionale adeguato ai propri desideri e alle proprie capacità, rendere ovvii tutti quei supporti di cui una donna che abbia deciso di essere professionista e madre ha bisogno. In una società moderna e ugualitaria, l’accudimento della prole e il ménage familiare dovrebbero essere a carico della coppia, non della donna.

Per gabbie interiori intendo dei concetti di cui noi donne siamo spesso schiave consenzienti. Dall’educazione ai mass media, ci abituano a considerare indispensabile la bellezza esteriore, dovremmo essere sempre dolci e mediatrici, e poiché siamo deboli e fragili come ninnoli di porcellana, abbiamo bisogno di un uomo a fianco con cui fare quel che altrimenti non ci permettiamo neppure di desiderare. La solitudine ci fa paura, ci facciamo sottomettere da paure inculcate e inesistenti, non siamo abituate a guardarci intorno, a valutare obiettivamente e a riconoscere il possibile pericolo, ci facciamo guidare da una visione romantica dell’uomo, dei sentimenti, dell’amore. Siamo spesso convinte di non poter ambire a qualcosa di più perché non ci spetta, perché è convenzione sociale che non ci spetti.

Questi concetti possono diventare talmente parte di noi stesse da non metterli mai in discussione, divenendo così senza saperlo, vittime e carnefici di noi stesse, non solo dell’esterno. Assumersi delle responsabilità, non concepirle come un peso ma come parte del proprio valore personale, non è sminuirsi, è essere consapevoli e agire di conseguenza.

 

E.F.: Quanto la rivendicazione della libertà è connessa all’autostima?

Maria Lidia Petrulli: Una persona che rivendica il diritto alla propria autodeterminazione è una persona con una profonda autostima, senza questa autodeterminazione non ci può essere autostima. Tante volte, nel corso della mia carriera di psichiatra e psicoterapeuta ho visto donne di tutte le età dirsi finalmente: ho il diritto di star bene con me stessa anche se questo mi farà perdere quest’altro aspetto che ritenevo importante ma che mi fa soffrire. Vorrei sottolineare una cosa, non c’è libertà senza rinuncia. Sembra un paradosso ma non lo è, perché quando decidiamo di vivere da donne libere, rinunciamo alle soluzioni più facili che ci hanno ingabbiato e che ci hanno fatto sentire protette. Quante volte avete sentito dire questa frase: con questo o quest’altro, in questa situazione… “mi sento protetta!” Indubbiamente in gabbia si è protetti. A che prezzo, però.

 

E.F.: Quanto le parole possono rendere schiavi?

Maria Lidia Petrulli
Maria Lidia Petrulli

Maria Lidia Petrulli: Schiavi delle parole… se intendi che, per esempio, la nostra lingua non permette di dire al femminile la parola che indica una certa professione, e che quindi è una lingua maschilista, non lo considero un problema, potrebbe essere fuorviante. Se mi chiamano dottore o dottoressa non mi cambia nulla, sono parole indicative di una professione, non di un genere e non contengono un concetto di valore. Vogliamo coniare nuove parole? Benissimo, ma non cambieranno una mentalità.

Più parole però formano definizioni. Danno loro corpo. Se una donna si sente dire da ragazzina che è bella, brutta, poco di buono, che non è all’altezza, che non sarà questo o quello, è ovvio che ne sarà influenzata. Ma queste parole sono espressione di un concetto più profondo di diversità e di non accettazione, di svilimento. Vogliono dire: stai al tuo posto, non allargarti, non ne sei capace, non è il tuo ambito, non è un tuo diritto…

Quindi torniamo alla mentalità da combattere di cui parlavo prima. Se le mettiamo insieme, le parole formano concetti che definiscono chi siamo. E sono questi concetti, i luoghi comuni, le definizioni che influiscono creando la differenza. Nel momento stesso in cui decidiamo di non essere schiavi, non lo siamo più. È il momento in cui inizia la lotta, con sé stessi, gli altri e il mondo.

Mi piace concludere questa intervista con un piccolo brano tratto da un mio romanzo, “Il Volo Della Libellula” (Edizioni Ensemble). Ma l’ha fatto notare una lettrice proprio oggi, e credo che racchiuda il significato di libertà, almeno per me, naturalmente.

“Il volo della libellula si arresta quando muore, ma al suo posto ne nascerà un’altra e il ciclo continuerà.

La libertà è un occhio che segue trame imprecise.

La libertà è una vita senza rimpianti, trascorsa cercando la luce e camminando su un sentiero dove sarà impossibile non incontrare difficoltà e sconfitte, ma non ha importanza. Ciò che conta è la coerenza con sé stessi e sentire di possedere la leggerezza della libellula”.

 

Written by Emma Fenu

 

Info

Sito Edizioni Ensemble

 

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