Giuseppe Arcimboldo: l’immaginario del meraviglioso nell’Unus Mundus degli alchimisti

Se le inquietanti visioni di Bosch e Bruegel il Vecchio si inscrivono profondamente nella tradizione gotica europea, l’immaginario di Arcimboldo si rifà invece ai “capricci”, nati a margine dell’arte cinquecentesca e giunti, con non poche trasformazioni, fino alle soglie dell’Ottocento, come mostrano le incisioni di Goya che recupera e modifica questo genere.

Vertumno - Painting by Giuseppe Arcimboldo
Vertumno – Painting by Giuseppe Arcimboldo

Al centro del “capriccio” sta l’illimitato arbitrio della fantasia: in opposizione all’arte classica, il “capriccio” si pone come anti-regola che ha alla base l’allegorismo, il grottesco, l’imitazione di motivi stravaganti, l’incontro con l’arte fiamminga e lo studio di ogni aspetto della natura.

Le inquietanti metamorfosi che abbiamo visto nell’opera di Bosch e Bruegel il Vecchio perdono, con Arcimboldo, il loro carattere orrorifico per assumere quello del meraviglioso, del fantastico.

Come quelle di Bosch e Bruegel il Vecchio, anche le invenzioni di Arcimboldo hanno radici antiche e tengono salda la contaminazione tra mondo animale, vegetale, minerale.

Nelle opere del pittore italiano, l’umano prende forma grazie ad un costrutto immaginifico, basato sugli elementi di quei regni della natura.

Vertumno, il dio romano della vegetazione che presiedeva al cambiamento, soggetto di uno dei più famosi dipinti di Arcimboldo, sintetizza al meglio il senso della sua pittura.

Composto da frutti, fiori e verdure, che rappresentano le quattro stagioni, il Vertumno di Arcimboldo, che ritrae le fattezze dell’imperatore d’Austria Rodolfo II, racchiude nella sua armonia il perpetuo e ordinato mutare del cosmo, per cui la deformazione, in questo caso, non conduce ad un angosciante caos, ma fa capo ad un ordine cosmico.

Infatti, a differenza di altri artisti che lo hanno preceduto e che lo seguiranno, Arcimboldo usa l’effetto straniante delle contaminazioni non per spaventare chi guarda le sue opere, ma per stupire e meravigliare.

Dietro il carattere giocoso dei suoi dipinti si cela una grande erudizione e un raffinato studio psicologico, anzi la penetrazione psicologica è il tratto determinante dei suoi ritratti.

Ad esempio L’Inverno, nelle sue diverse versioni, rivela non soltanto un acuto accostamento di forme vegetali tipiche della stagione, bensì esprime anche una legnosità dell’anima e un invecchiamento dello spirito. L’Inverno, immagine di una natura che si chiude in se stessa, sembra richiamare l’introversione degli esseri umani e dell’intero universo.

L'Ortolano o Ortaggi in una ciotola (Natura morta reversibile) - Medesimo dipinto ruotato di 180°
L’Ortolano o Ortaggi in una ciotola (Natura morta reversibile) – Medesimo dipinto ruotato di 180°

L’arte di Arcimboldo si radica nelle “grottesche” rinascimentali che depotenziano il mostruoso facendolo diventare un motivo piacevole; la pittura di Bosch, come abbiamo visto, era invece dominata da un mostruoso che rivelava chiaramente la sua origine infernale.

Con la Controriforma, la Chiesa sconsiglia le rappresentazioni demoniache e raccomanda di raffigurare il demonio senza tutti quegli effetti terrifici che nascono da un eccesso di immaginazione: il diavolo viene descritto con tratti antropomorfi che nulla hanno a che vedere con le spaventose contaminazioni di forme tipiche della cultura medievale.

Non più inverosimile e innaturale come nel Medioevo, il mostruoso barocco è un fenomeno pur sempre naturale, che va studiato e documentato: a questo spirito appartengono anche le teste dipinte da Arcimboldo, le quali sono allegorie basate sull’analogia e sul dominio tra uomo e natura.

Inserita in un diffuso gusto artistico, l’opera di Arcimboldo ha alla base una concezione del mondo unitaria: la non separazione delle forme e dei regni naturali non evidenzia, come in Bosch e Bruegel il Vecchio, un disordine morale, bensì rivela la presenza di un ordine che è manifestazione dell’essenza unitaria di tutto.

Arcimboldo non fa che rappresentare quell’Unus Mundus degli alchimisti, considerato come terzo e ultimo stadio del processo di congiunzione, ossia il momento in cui il processo di integrazione psichica, proiettato sulla materia, viene inserito in una più vasta integrazione tra microcosmo e macrocosmo.

Diamo uno sguardo alla biografia di questo pittore italiano per capire il contesto in cui la sua arte si sviluppa.

Giuseppe Arcimboldo - Autoritratto
Giuseppe Arcimboldo – Autoritratto

Giuseppe Arcimboldo (o Arcimboldi) nasce a Milano nel 1527, da famiglia forse di origine alemanna, giunta in Italia al tempo di Carlo Magno.

Il giovane Giuseppe viene presto a contatto con il vivo ambiente artistico, letterario e umanistico della casa del suo prozio, arcivescovo di Milano. Questo contatto influirà inevitabilmente sulla sua formazione.

Gli Atti del Duomo di Milano attestano la prima apparizione ufficiale di Arcimboldo come pittore: viene infatti registrato il compenso datogli per alcuni disegni realizzati per le vetrate del Duomo, come aiutante di suo padre.

Fino al 1558 Arcimboldo riceve regolarmente degli incarichi per il Duomo, dimostrando la sua abilità e plasmando il suo stile.

Nel 1562 il pittore si trasferisce a Praga, chiamato dall’imperatore Ferdinando I, che lo nomina ritrattista di corte. Inizia così un lungo rapporto tra Arcimboldo e gli Asburgo, che lo vede al seguito di Ferdinando I, poi di Massimiliano II e di Rodolfo II. Oltre alla ritrattistica, il pittore italiano ivi si dedica anche a ideare feste e svaghi, inventando una serie di costumi e maschere grottesche per i suoi stravaganti personaggi e mettendo a punto una serie di invenzioni destinate ai tornei, alle giostre e alle varie celebrazioni del casato degli Asburgo.

Nel 1587, ottenuto il permesso dell’imperatore Rodolfo II, Arcimboldo torna a Milano e, per ricompensarlo dei servizi prestati alla casa d’Austria, nel 1592 l’imperatore lo nomina conte palatino.

L’anno seguente, Arcimboldo morirà a Milano.

Se nell’Acqua, nella Terra, e nell’Aria ogni sorta di animali acquatici, terrestri e aerei compongono il ritratto dei tre elementi, nella serie delle stagioni (l’Inverno, l’Autunno, la Primavera, l’Estate) sono fiori e frutti a costituire i tratti dei volti.

Affiancato allo sguardo del naturalista vi è, nel pittore italiano, quello dell’erudito che delinea simmetrie e complessi richiami allegorici: alla curiosità scientifica si accompagna una cultura umanistica su cui non mancano richiami all’alchimia e alla magia.

L’intento allegorico di Arcimboldo sembra privo del carattere morale presente invece nelle opere di Bosch e Bruegel il Vecchio. Le opere del pittore italiano non mostrano più un potere perverso e malefico, da cui ognuno è posseduto e trasformato. I suoi ritratti hanno una ottimistica concezione di fondo, poggiata sulla cultura rinascimentale: l’essere umano, misura di tutte le cose, domina una natura benigna che lo alimenta con i suoi doni.

Inverno - Il fuoco - Painting by Giuseppe Arcimboldo
Inverno – Il fuoco – Painting by Giuseppe Arcimboldo

Tuttavia, come vedremo nella storia dell’arte, il fantastico riprenderà i suoi tratti angoscianti e terrifici.

Bosch e Bruegel il Vecchio stanno, dunque, da una parte e Arcimboldo dall’altra, in una completa e insanabile dialettica?

Non credo: la realtà ha diverse sfaccettature, diversi aspetti che la compongono pur restando una unità. Aspetti oscuri e aspetti luminosi che, ambedue, attendono di esser parte del processo conoscitivo: questo, forse, attuerebbe una (catartica) riconciliazione e ricomposizione.

E anche gli eccessi dell’immaginazione avrebbero il loro perché: conoscendo anch’essi nelle loro più recondite dinamiche, si eviterebbe in maniera determinante di venir catturati nel loro buco nero.

Sempre che la volontà desideri evitarlo.

 

Written by Alberto Rossignoli

 

Bibliografia

Aldo Carotenuto, “Il fascino discreto dell’orrore. Psicologia dell’arte e della letteratura fantastica”, Tascabili Bompiani, Milano 2002

 

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