“Europa 33” di Georges Simenon: un reportage che mette a fuoco la fame dei popoli

“«Dirà tutto?»

«E lei?»

«Ci proverò. Se non lo facessi, me lo rimprovererei per tutta la vita…»”

Europa 33 di Georges Simenon
Europa 33 di Georges Simenon

Siamo in Crimea, Georges Simenon sta prendendo il tè in un “giardino profumatissimo in compagnia della giornalista americana che, dalla nave tra Napoli ed il Pireo, ha incontrato in quasi ogni tappa del suo viaggio. Nell’Europa del 1933 i giornalisti si muovevano di continuo per informare di fresco il proprio Stato, per indagare sul benessere e malessere che si viveva nelle città, per documentare la crescita economica seguente alla Prima guerra mondiale o le possibili insurrezioni popolari successive alla Rivoluzione d’ottobre.

George Simenon è uno scrittore belga di lingua francese nato a Liegi il 13 febbraio del 1903 (Losanna, 4 settembre 1989), è stato uno dei più prolifici scrittori del Novecento, ha scritto centinaia di romanzi e racconti, articoli. È noto al mondo come l’ideatore del commissario Maigret e meno per i suoi reportage di viaggi. Fortunatamente la casa editrice Adelphi ha iniziato nel 2019 la pubblicazione di queste vere e proprie inchieste apparse nei giornali del tempo; il primo libro pubblicato è stato “Il Mediterraneo in barca” a cui è seguito, nel 2020, “Europa 33”.

“Quest’aria di mistero mi irrita. È la vicinanza della Russia a rendere le persone sospettose?”

Siamo nella nave italiana metà mercantile metà piroscafo che porterà Simenon dalla Turchia alla Russia. Il giornalista ed il comandante parlano dell’americana che, in realtà, è nata in Russia e che forse non è casualmente salita nella stessa nave di Simenon. Il comandante italiano è prudente, pesa ogni parola. L’Europa del ’33 è un groviglio di paure e di menzogne alternato da masse affamate e alcol e stupefacenti dei migliori alberghi di lusso.

“Si balla all’ora del tè, si bevono intrugli bizzarri, si mangiano piatti l’uno più esotico dell’altro e si fanno telefonate in tutte le lingue. E sono esattamente le stesse persone in tutte le capitali.”

Ma Simenon preferiscepuntare lo sguardo sulle campagne e ascoltare le storie dei contadini” perché coloro che incontra la notte nei locali, coloro che possono permettersi di ballare sino alla mattina sono “poche dozzine, mentre i contadini sono milioni”.

“Avete mai sofferto la fame? La fame vera, non quella che attanaglia chi resta due giorni senza mangiare, ma quella che si insedia in chi per settimane, per mesi mangia troppo poco e che gli rimane dentro, appiccicata al ventre come un cataplasma, incrostata nelle pareti dello stomaco e alla base del cranio. Quella fame io l’ho patita durante la guerra, quando, da bambino, vivevo nelle regioni occupate.”

“Quella fame” Simenon l’ha vissuta dall’agosto 1914 quando, ancora bambino, ha visto l’arrivo di battaglioni e di reggimenti tedeschi, con i successivi crolli dei campanili, fuochi che divampavano per le strade e da passanti che cadevano a terra perché raggiunti dal colpo di un fucile.

“C’è la fame dei bambini che, a tavola, guardano la porzione del padre e della madre. C’è la fame del padre, che è più robusto e lavora e ha lo stomaco più grande ma ha fatto comunque parti uguali. C’è la fame della madre, che prova comunque a barare per dargli quello che gli spetta.”

“Quella fame”, che Simenon conosce, è oggetto di indagine del suo viaggio, punta lo sguardo nelle campagne, in quelle masse affamate che non hanno nulla di individuo.

“«Vanno e vengono. Gli dicono che a Batum c’è pane e loro vanno a Batum. Là qualcuno gli parlerà dell’Armenia e allora aspetteranno il treno per l’Armenia, a meno che non ci vadano a piedi… E probabilmente da là andranno nel Turkestan, o in Siberia… Lungo la strada rubano o chiedono l’elemosina…»” gli riferisce l’uomo con il pigiama di seta.

Simenon, dopo aver visitato seppur con una ‘guida’ Odessa e Batum, città portuali del Mar Nero, si è accorto che la fame della Russia era diversa da quella incontrata negli altri Stati, la fame della Russia è il “vuoto che si scava tra le costole”.

“La fame di Istanbul, la fame della Polonia, della Romania, della Bulgaria era una fame quasi allegra. Chiedo scusa per il termine. Chiedo scusa per quello che segue: era una fame nutrita. Non si mangiava carne, né pane bianco, né pesce. Ma almeno ci si riempiva lo stomaco di una qualche brodaglia.”

Di grande importanza il dialogo tra Simenon ed il politico e rivoluzionario Lev Trockij (Janovka 1879 – Delegazione Coyoacán 1940) incontrato in Turchia perché espulso dal Partito Comunista Sovietico dopo la morte di Lenin ed esiliato a causa del duro contrasto con Iosif Stalin. Trockij riceve il giornalista nell’isola Prinkipo (oggi chiamata Büyükada) situata nel mezzo del mar di Marmara, nella quale fu ‘ospite’ nella dimora Yanaros dal 1929 sino al luglio del 1933.

“Il fascismo non è frutto di una psicosi o di una sorta di isteria collettiva (ipotesi consolatoria di tanti teorici da salotto sul tipo del conte Sforza), ma di una profonda crisi economica e sociale che sta consumando senza pietà il corpo dell’Europa. […] Nel porre le basi di un sistema statale adatto alla pura razza germanico-nordica, Hitler non ha trovato niente di meglio che plagiare la razza latino-mediterranea. Mussolini, a suo tempo, quando lottava per raggiungere il potere, ha usato, sia pure stravolgendola, la dottrina sociale di un tedesco, o meglio di un ebreo tedesco, Marx, che uno o due anni prima aveva definito ‘maestro immortale di tutti noi’. […] In una prospettiva non di mesi ma di anni – non certo però di decenni –, ritengo assolutamente inevitabile lo scoppio di una guerra scatenata dalla Germania.”

Georges Simenon
Georges Simenon

Nell’Europa del 1933 in Italia c’era il fascismo e Benito Mussolini; in Germania Adolf Hitler era diventato cancelliere del Reich dopo aver cavalcato l’orgoglio ferito del popolo tedesco con temi di nazionalismo, anticomunismo ed antisemitismo; in Russia si lasciavano morire di fame milioni di persone perché una sola macchina riusciva a sostituire dieci uomini, dunque uno – lo specialista – era necessario, gli altri nove – i kulaki – dovevano per l’appunto morire.

Nell’Europa del 1933 ogni Stato ripeteva:quando fabbricheremo tutto da soli… quando potremo fare a meno dei paesi stranieri…”. Nell’Europa del 1933 ogni Stato ambiva all’autosufficienza per vendere i propri prodotti, senza aver la necessità di comprarne.

“«Ho sempre sognato Parigi e tante altre cose… Ma per noi è finita… Ci hanno chiesto un sacrificio e ci hanno detto che era per due anni… Poi per quattro… Ne sono passati dieci, dodici… Ditemi, la vita a Parigi è ancora come nei romanzi?…»” gli riferisce la donna cheprima di calarsi nei panni di una regina all’Opera di Odessa, va a fare la file alla cooperativa”.

Nell’Europa del 1933 il giornalista ha la possibilità di vedere un pianeta che si sta man mano rimpicciolendo; ci racconta di Odessa che è simile alla Pyongyang di oggi, ci racconta della Ghepeù, la polizia segreta del regime sovietico sino al 1934; ci racconta di Trockij che sostiene di aver creato un mondo migliore nel suo paese ma che per vivere poi ha scelto Barbizon, nella regione Île-de-France; ci racconta della conferenza di Léon Blum; delle Gilde; di Vilnius occupata dai Polacchi.

Ci racconta dei contadini che diventano coloni e che perdono la proprietà; delle serrande abbassate da tempo in favore del Torgsin (negozi gestiti dallo Stato dal 1931 al 1936); delle “trovate di Freud” che “per un po’ sono sembrate divertenti”; di figuranti con le guance finte perché in Russia non ci sono persone in sovrappeso…

Le istituzioni democratiche si dimostrano incapaci di tollerare la pressione delle contraddizioni, ora internazionali ora interne – e il più delle volte sia internazionali che interne –, dell’epoca contemporanea. È un bene? È un male? In ogni caso è un dato di fatto.– Trockij in un’intervista di Simenon

 

Written by Alessia Mocci

 

 

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