“La promessa del legionario” di Pino Privitera e Diego Celi: la Sicilia degli anni ’30

Carl Gustav Jung ha definito ‘sincronistici’ quegli accadimenti che sono in grado di cambiare l’immagine che abbiamo di noi stessi e l’idea di ciò che ci circonda. Certe storie non sono soltanto fiabe o racconti per bambini, a volte possono diventare motivo di profonda riflessione. Questo racconto origina da una fortuita casualità: una passeggiata durante la quale vengono riesumati ricordi”.

La promessa del legionario
La promessa del legionario

È con un’introduzione, già di per sé esplicativa, che ha inizio La promessa del legionario, realizzato da Diego Celi e Pino Privitera e pubblicato nel 2020 dal gruppo Albatros.

Testo recentissimo quindi La promessa del legionario, il quale apre uno scenario ignorato da molti, se non proprio inedito, quale la scrivente per esempio, non informata in maniera approfondita su alcuni fatti che hanno attraversato l’Italia durante il fascismo.

A dimostrazione di ciò è il passo, di cui si riferisce nel libro, che descrive la ricerca di volontari italiani i quali, in modo ingannevole, vengono inviati in soccorso della Spagna franchista a combattere una guerra che non era la loro.

Storia vera, documentata attraverso materiali d’archivio e da testimonianze dei diretti discendenti di Salvatore Alibrando, protagonista del testo, La promessa del legionario è racconto ambientato nella Sicilia degli anni ’30, quinta scenografica significativa delle condizioni dell’Italia dell’epoca.

E, il pregio del testo sta anche in quest’aspetto, in quanto offre uno spaccato, peraltro drammatico, di un’Italia povera e in grave disagio sociale. Nello specifico, Santa Lucia di Mela, in provincia di Messina, è il luogo su cui si sofferma la narrazione.

Luogo d’origine di Salvatore Alibrando, personaggio su cui si concentra la genesi narrativa, il piccolo centro viene raccontato dagli autori come un paese vittima di miseria, e la cui popolazione vive in condizioni precarie a causa di enormi difficoltà economiche.

È grama la vita nella Sicilia di quegli anni e Salvatore Alibrando, uomo abile e zelante, non si lascia intimidire dalla fatica e si adopera in molte delle attività manuali che le circostanze gli offrono. Tuttavia, il poco denaro che riesce a raggranellare non è sufficiente per le necessità primarie della sua famiglia, ed è con grande fatica che porta a casa un misero salario. Non certo quello che gli permette di sollevare le condizioni economiche in cui giacciono moglie e figli.

Quando Alibrando viene a conoscenza dell’’opportunità di migliorare la sua situazione fa una scelta, alquanto coraggiosa, nonostante lo scopo per cui si presta di nobile non abbia nulla. Ma, spinto da impellenti necessità l’uomo decide di andare volontario in Africa.

La richiesta viene dal governo fascista, il quale necessita di braccia energiche disposte ad adoperarsi per costruire qualcosa di tangibile ad eterna memoria dell’impero. Quale sogno di un paese impreparato ad affrontare una realtà coloniale imprevedibile, e di un dittatore militarmente incapace e di un’ambizione del regime, ahimè deleteria, di conquistare terre nuove al fine di fondare un ‘impero’…

E la scrivente si ferma qui, senza aggiungere ulteriormente giudizi negativi non opportuni in questa sede.

“Il contesto storico nel quale Salvatore Alibrando è catapultato come legionario è oggi difficile da immaginare. Gli ideali condivisi che agitavano eserciti, movimenti politici e sindacali sono praticamente scomparsi…”

Ma Salvatore sapeva che delle tanto agognate terre d’Africa non avrebbe visto neppure un lembo? No, non lo sapeva, e come lui molti altri, compaesani e non, che scelgono di partire in cambio, per l’epoca, di una cifra ragguardevole.

Perché la loro destinazione non sarà l’Africa ma la Spagna, nel momento in cui la guerra civile   combattuta dal generalissimo Franco, per rovesciare il governo in carica con un colpo di stato, imperversa rovinosamente mietendo vittime in scontri fratricidi, i quali si concluderanno con la vittoria del regime franchista.

Ma, prima di partire volontario, Salvatore vive un’esperienza che oggi si potrebbe definire extrasensoriale. Viene quasi ‘traslato’ a Montalbano, piccolo centro non troppo distante da Santa Lucia; accade che una forza, quasi misteriosa, lo spingesse ad intraprendere un percorso che lo conduce a un luogo di culto dove si raccoglie in preghiera. E lì, in quel luogo mistico avverte una presenza ultraterrena. Episodio questo, emblematico, che lo tiene lontano da casa per due giorni, e dà la misura della devozione e della religiosità di un uomo che vive quell’episodio come un segno premonitore.

È dunque il 1937 quando Salvatore lascia il suo paese per raggiungere la Spagna, senza avere consapevolezza del luogo dove si sarebbe recato. Soltanto più tardi avrà modo di rendersi conto di trovarsi in un inferno sulla terra. Così, come per ‘ogni guerra che si rispetti’ anche qui volano bombe, colpi di cannone, di mitraglia e bombe a mano a non finire; ed è per un vero e proprio miracolo se Salvatore esce indenne da uno scontro con i suoi antagonisti, in quel di Puerto del Escudo, salvandosi da un colpo che, sfiorandogli la testa gli perfora l’elmetto, senza fare danni gravi alla sua persona.

Da uomo osservante e devoto, Salvatore attribuisce a un miracolo essere scampato alla morte. È quindi in nome di tale avvenimento che fa una promessa, quella appunto del legionario. Perché Salvatore, nonostante sia andato in guerra senza sapere cosa lo stava aspettando, legionario lo è stato davvero.

Diego Celi - Pino Privitera
Diego Celi – Pino Privitera

Terminata la sua missione, al suo ritorno Salvatore sente di dover dare concretezza a quella promessa fatta in un momento di grande pericolo, e non può fare altro che rispondere all’impulso di operare, quale sintomo di ringraziamento, per edificare quella chiesetta che per lui rappresenta un simbolo. Un ex-voto per ringraziare la Vergine di avergli salvato la vita.

Per realizzarla in completezza e poterne usufruire come luogo di culto, i tempi saranno lunghissimi e saranno necessarie le braccia di parenti e amici, e anche di ospiti occasionali.

“Salvatore Alibrando fu uno dei simpatizzanti della fazione dei cosiddetti nasetari, quella che il podestà Sindona utilizzò come base per il proprio consenso, cercando di perorarne le aspettative di riscatto dei fondi condotti in affitto all’interno del feudo Giumentaro…”

Con un registro di scrittura lieve e scorrevole, seppur incisivo, La promessa del legionario si presenta come una lettura assai gradevole che intriga il lettore fin dal suo incipit.

Apre orizzonti non conosciuti da tutti, a proposito della difficile realtà in cui vivevano gli abitanti dell’entroterra della Sicilia degli anni ’30, anche se eventi per forza di cose compresi nel grave momento storico di quegli anni.

Dove, alle promesse fatte da Mussolini non sono mai seguiti fatti concreti per sollevare le sorti di gente vittima di ristrettezze economiche inenarrabili. Di un territorio dove l’unico sostentamento era rappresentato da un pezzo di terra, a volte pietroso e difficoltoso da lavorare, che dava poco, o quasi nulla, in cambio di una fatica indicibile; una scarsità di prodotti della terra insufficienti per la sopravvivenza degli abitanti di Santa Lucia.

Ricco di dettagli, il libro si svela come un piccolo scrigno colmo di informazioni, tutte importanti affinché il lettore conosca una realtà di cui trascurava l’ampiezza, oltre che la gravità.

È inoltre testo arricchente per coloro che si approcciano a questa lettura; non solo per i fatti storici qui riferiti, ma anche per l’argomentazione trattata. Che può apparire poco accattivante a causa anche del suo carattere mistico, ma che invece è motivo di accrescimento personale. Nonché per la testimonianza della devozione di un umile contadino, il cui scopo era mantenere fede a una promessa fatta nel momento del bisogno.

“Per San Tommaso, la libertà è sintesi di autodeterminazione ed esenzione di necessità; la promessa votiva esprime in pieno il concetto di libertà in quanto conseguenza di una scelta cosciente e volontaria…”

 

 Written by Carolina Colombi

 

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