“L’ultimo inverno di Rasputin” di Dmitrij Miropol’skij: il magnetismo che ipnotizza

Pietroburgo, 1916. L’anziano ufficiale della gendarmeria Perebejnos ha prestato servizio nella notte del 17 dicembre. Intirizzito dal crudele inverno, spossato e assonnato, egli non vede l’ora di tornare a casa quando arriva una notizia clamorosa e a lungo attesa: le acque ghiacciate della Neva hanno restituito il cadavere orrendamente martoriato di un uomo.

L'ultimo inverno di Rasputin
L’ultimo inverno di Rasputin – Photo by Tiziana Topa

Un uomo di cui tutti, nel bene e nel male, hanno parlato negli ultimi quattro anni: è il “diavolo santo” Grigorij Efimovič Rasputin.

È macabro l’incipit di L’ultimo inverno di Rasputin (Fazi Editore, 2019, pp. 784, trad. di Carmelo Cascone), monumentale opera di Dmitrij Miropol’skij, un romanzo storico che ammicca al noir e alla spy story; esso è stato finalista al premio Nacional’nyi Bestseller ed è la prima fatica letteraria dell’autore a essere tradotta in italiano.

Rasputin viene introdotto a corte dalle sorelle Milica e Anastasia, principesse montenegrine; appassionate di pratiche esoteriche e mistiche, esse amano circondarsi di santoni, profeti e sedicenti maghi.

Fin dalla giovinezza Griška ha il dono della preveggenza e sente con il cuore gli eventi futuri. Oltre a questa dote egli possiede anche quella di guaritore. Nella capitale si fa conoscere quando restituisce la salute all’adorato cane del granduca Nicolaij Nicolaevič; poco dopo si scopre che è in grado di guarire anche le persone.

Rasputin incontra per la prima volta lo zar il 1° novembre 1905; sempre più spesso l’uomo di Dio viene invitato nel palazzo di Carscoe Selo. La consacrazione di Rasputin quale favorito della coppia imperiale avviene quando egli guarisce lo zarevic Aleksej, malato di emofilia.

Nell’estate 1914 il muzik si reca nella natia Pokrovskoe dove subisce un attentato al quale scampa felicemente. Una volta ristabilitosi, Rasputin si trasferisce con la famiglia a Pietroburgo dove incorre in un nuovo agguato. Anche la Duma di Stato discute sul ruolo di Rasputin a corte e sulla sua preoccupante influenza sui sovrani.

Arriviamo al fatidico 1916; Rasputin è sorvegliato da agenti pedinatori che hanno il compito di riferirne le mosse alla polizia. È in corso la Prima guerra mondiale e, davanti alla prospettiva di una pace separata tra la Russia e la Germania che si sospetta caldeggiata da Rasputin, la necessità di estromettere il santone dalla vita di corte è sempre più pressante.

L’Austria si affretta a intraprendere un dialogo con la Russia e il capitano Maximilian Ronge, agente dell’intelligence austriaca, medita di colpire lo zar attraverso Rasputin., il quale viene convocato per discutere su come convincere il sovrano ad accettare la pace. Questa prospettiva è osteggiata dagli inglesi che concordano sulla necessità di eliminare Rasputin con la complicità del principe Jusupov.

Nella notte tra il 16 e il 17 dicembre, lo starec è condotto nella dimora di quest’ultimo con il pretesto di una festa: Palazzo Jusupov è in realtà un covo di cospiratori, tra cui il granduca Dmitrij Pavlovič, il colonnello inglese Vernon Kell e il ministro Puriskevic. Rasputin viene aggredito alle spalle da Jusupov con un colpo di arma da fuoco e viene finito con un proiettile in fronte.

Il poeta Majakovskij e la sua amante Lilja sono testimoni involontari dell’efferato delitto e costretti a partecipare alle fasi concitate dell’occultamento del cadavere. La coppia è protagonista dell’ultima fase della vicenda: la loro unione sarà suggellata dal sangue di Raputin? Come reagiranno al peso degli eventi vissuti loro malgrado?

Grigorij Efimovič Rasputin è un contadino originario di Pokrovskoe, piccolo villaggio siberiano. Capelli pettinati con una scriminatura centrale, nera barba appuntita, sguardo penetrante, naso prominente, il muzik fa il suo ingresso a corte tra la diffidenza generale. È rozzo, Rasputin, e semianalfabeta. Animo semplice, non conosce le buone maniere e dà del tu a tutti.

Grigorij Efimovic Rasputin in ospedale dopo il tentato assassinio 1914
Grigorij Efimovic Rasputin in ospedale dopo il tentato assassinio 1914

Eppure questo membro dell’ultimo gradino della scala sociale arriva a godere di una straordinaria autorevolezza su chi ne è al vertice, lo zar. Da dove trae tale prestigio il contadino venuto da lontano? Da un magnetismo che ipnotizza, da un fluido che promana dalla sua persona e da un’aura che soggioga l’interlocutore.

Si scoprì che Griška non era un demone ma un diavolo in carne e ossa. Che il semplice contadino, come un ragno, aveva intrappolato con la sua tela sia la famiglia reale sia i cortigiani e i ministri. Che stava modificando il paese a suo piacimento. Che con tutti i problemi, la Russia era soggetta solo a Rasputin.”

Ma quelle stesse caratteristiche attirano anche gli strali dei detrattori che vedono nell’uomo di Dio la radice dei mali della Russia. E tali qualità ne decretano la condanna a morte.

Viene definito “diavolo santo”, lo starec. Con questo ossimoro egli assurge a simbolo di un Paese segnato da fasti e miserie nei primi due decenni del XX secolo. Martoriato dal conflitto, pure esso è teatro di un incessante fermento culturale e una fucina di talenti che vede l’ascesa del Futurismo quale movimento d’avanguardia che dialoga con i fratelli europei.

Irriverente e rivoluzionario, il Futurismo russo si propone di “buttare in mare Tolstoj e Dostoevskij per creare un linguaggio poetico rinnovato dalle fondamenta e profondamente polemico verso la tradizione.

Ecco quindi irrompere sulla scena del romanzo Majakovskij, poeta bohémien, arrogante e chiassoso. Gran bevitore e assai sensibile al fascino muliebre, egli è l’anima delle serate futuriste e depositario del segreto sulla morte di Rasputin. Ma figurano anche altri grandi nomi del movimento: Burljuk, Chlebnikov e Mandel’stam fanno sentire la propria voce così come Viktor Šklovskij, padre del Formalismo ed esponente di punta dell’OPOJAZ, l’Associazione per lo studio del linguaggio poetico.

L’aristocrazia è còlta sia nei momenti degli otia che dell’impegno militare. Miropol’skij ne dipinge luci e ombre, ne delinea abiezioni e pregi, quasi essa fosse un Giano bifronte.

Il principe Jusupov incarna appieno questo duplice aspetto dell’intellighenzia; libertino e cocainomane, decadente e scandaloso, egli è votato alla causa della propria Patria arrivando a macchiarsi dell’omicidio e non risparmiando la propria partecipazione alle sorti del conflitto.

Tanto irruento e impulsivo è Feliks, quanto pacato e riflessivo è Dmitrij Pavlovič che, dopo il misfatto, mantiene lucidità e raziocinio.

È un’età inquieta e irrequieta quella descritta da Miropol’skij. Non solo la Russia, ma tutto il mondo è in ebollizione nel grande calderone della guerra, così l’autore ci porta anche al di fuori del suo Paese, sul filo di complotti orditi in locali malfamati come nei saloni affrescati dei palazzi nobiliari.

Per il respiro corale dell’opera, per l’impianto narrativo e per la struttura, L’ultimo inverno di Rasputinsi pone nel solco della grande letteratura russa, in particolare di Tolstoj. La suggestione di quest’ultimo è evidente nella scelta del titolo originale: 1916. Guerra e pace, con evidente riferimento al capolavoro tolstojano.

Miropol’skij adotta una struttura tripartita; la prima sezione si intitola Pace e copre gli anni immediatamente precedenti lo scoppio del conflitto. L’unitarietà dell’azione viene scomposta nei vari attori della vicenda; da Londra a Pietroburgo, da Vienna a Stoccolma, vengono messi in scena dei quadri in cui recitano numerosi personaggi. Potremmo definire questa parte “analitica”.

La seconda sezione si chiama Guerra; essa riguarda il 1916. L’azione si ricompone nella sua interezza sotto il segno di Rasputin il quale è il fil rouge che collega i tasselli del mosaico. Se in Pace gli attori viaggiano su rette parallele senza sfiorarsi, qui le loro vite si intersecano e tendono allo stesso fine, l’eliminazione dello starec. Potremmo definire questa parte “sintetica”.

Dmitrij Miropol'skij - Grigorij Rasputin
Dmitrij Miropol’skij – Grigorij Rasputin

La terza sezione si intitola Universo e copre un lasso temporale che va dal 1917 al 2008. È un approfondimento storico dei personaggi ed è anche il capitolo più impegnativo per la selva dei nomi che lo affollano.

Il rigore filologico di Miropol’skij si accompagna a una felice vocazione all’invenzione letteraria. Egli ha la straordinaria capacità di dipingere con naturalezza il potente affresco di una delle epoche più tormentate e gravide di conseguenze per la Russia. La scrittura snella e asciutta inchioda il lettore con un ritmo che incede rapido e ricco di tensione emotiva; pur nell’imponente mole del romanzo l’attenzione è tenuta viva anche grazie a una consuetudine stilistica di Miropol’skij che è solito interrompere un periodo con dei puntini di sospensione per poi riprenderlo nel capoverso successivo introdotto dallo stesso segno di interpunzione. Questa sorta di enjambement in prosa crea aspettativa e fa quasi trattenere il fiato.

In base al titolo ci aspetteremmo un’opera interamente incentrata sull’ultimo scorcio della vita di Rasputin. In realtà, a ben vedere, la sua storia è incastonata tra quelle degli altri personaggi. Ecco allora che la scelta del traduttore è giustificata dal ruolo chiave del muzik, presenza che aleggia in ogni pagina, una sorta di numen che, serafico, ispira l’umano sentire.

 

Written by Tiziana Topa

 

 

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