“Andata e ritorno” di Matteo Ficara: istruzioni per il viaggio immaginale

L’approccio al libro “Andata e ritorno” è confidenziale, da parte di entrambi gli agenti, lettore, colui che agisce dopo, detto anche reagente, e autore, colui che agisce prima, detto anche reattore.

Andata e ritorno di Matteo Ficara
Andata e ritorno di Matteo Ficara

Il mondo è il luogo della percezione delle cose, non delle cose. Tu spezzetti la realtà per digerirla dentro di te.

Il mentale è l’ambiente tre metri per tre, il monolocale, dove tu continuamente ti narri la percezione delle cose che vedi. L’importante è che l’abitante della tua mente si tranquillizzi, assimilando il tutto a quello che già sa.

Il pensiero è tutto lo spazio fuori da quel monolocale. Tu esci dal monolocale e t’imbatti in quello altrui. Si tratta di ambienti simili, ma non uguali e con diversa amministrazione condominiale. Tu confronti entrambi, monolocale e amministrazione altrui con la tua condizione di residente a casa tua.

Allarghi in senso orizzontale l’esperienza. Affidi allo sguardo il ruolo di strumento di navigazione. Getti un occhio sui pezzetti altrui, e te li fai propri.

La vera esplorazione è quella che riguarda le tue idee, contenitore dei tuoi ricordi.

I concetti sono contenitori di parole, le tue idee storie di fatti, che sono accaduti dentro e fuori di te.

Qui le immagini e le informazioni sono esseri viventi, come te e me.

Sono fantasie o fantasmi che hanno storie da raccontare.

Ti dicono ciò “che sei ma ancora non sai o che hai dimenticato”.

Tutto è energia”. Panta rei, direbbe quel tale.

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.”

Vedi “sempre qualcosa che sparisce divenendo altro”.

Una serie di coseche parlano di te e ‘di te oltre te’”.

Il potere sciamanico dell’immaginazione” ti permette di riconoscere l’invisibile. Trasformando l’energia in massa visibile. Forza! Andiamo al largo, allarghiamoci!

L’in-tuizione ti fissa dentro un’immagine esterna. Tu scegli se affacciarti alla finestra del tuo monolocale, o se chiudere la persiana. È un incontro fra il pensiero profondo dentro di noi e la realtà esterna. Il desiderio è una spinta che ti porta a quel connubio.

La realtà è composta da tempo che diventa una qualità anch’esso visitabile dello spazio. Tao te ching, un libro della mia giovinezza, probabilmente poco compreso.

È l’opera che ti permette, Matteo, di ragionare sulla Vita e sul Pensiero. Sto sintetizzando il tuo messalino, non per farne una sinossi o un Bignami per chi deve dare un esame, ma per cercare di capire quel che tu hai capito e se io l’ho capito e se tu hai capito quello che io ho capito. Poi capirò che dovevo usare prima comprendere, poi capire.

La grotta, femmina, racchiude il tuo mondo, la tua vita.

La vetta, il pensiero, è il tuo voler esprimere, dapprima a te stesso, poi agli altri, la tua percezione maschile del mondo.

Tu dici:Delle due disposizioni l’una non è migliore né peggiore dell’altra. Se saprai scorgere l’invisibile del mondo piuttosto che delle idee, o viceversa, sarai comunque vedente da un occhio e cieco dall’altro.”

Qui intervengo con una mia immaginazione. Prendi in mano una reflex e apri il diaframma, che è il foro che fa entrare la luce. L’immagine al centro della visione è nitida e luminosa; mentre la profondità di campo è minima; chiudilo quasi al massimo e i dettagli lontani saranno nitidi come quelli vicini, ma la foto risulterà oscura. La somma delle informazioni sarà la stessa. Cambia l’immagine che se ne ricava.

Una possibile soluzione: aspettare che vi sia una luce molto intensa, perché è lei che ti dona con la sua luminosità la precisione dei particolari, tanto i vicini quanto i lontani. Esiste un rischio notevole: la sovraesposizione, che ti può rendere troppo chiara la foto.

Matteo Ficara
Matteo Ficara

E il medesimo pericolo può capitare a te, quando sei costretto a scegliere fra il tuo intimo e quello altrui. Aut-aut!

Pedro, adelante con juicio!

C’è un’altra soluzione, che fa parte dello stesso progetto: viaggiare, non una volta o due, ma continuamente, avanti e indietro, restando nel medesimo bugigattolo. Similmente a chi, da qui, sta puntando il teleobiettivo verso di , stabilendo un’unione fra il qui e il .

Quando informi della necessità di costruire un tempio, se scegli di salire il monte sacro, cioè il , mi dai l’impressione di volere costruire un monolocale che sia conforme a quello in cui abito qui. Cambio la location, ma non l’ambiente: cioè il te, che va oltre te, ma è sempre te.

Scrivere: per me equivale camminare da qui a , e quando sono ritorno a osservare il mio ex qua, cercando di fargli perdere quell’ex. Tutto diventa attuale nella scrittura, il ricordo, la visione di questo attimo, l’augurio del futuro.

Prima di partire lo devi sapere.” Cosa? Quale mare solcherai. L’itinerario, quale scoglio dovrai evitare di andarci a sbattere… Sono d’accordo, ma cambierei la frase: partire ha un senso, se tu hai un po’ l’idea di quel senso. Non tutta.

Il capitoletto Definire una meta mi scatena una serie di immaginazioni. Stavo per tirare in ballo l’Ātman e il Brahman, ma vorrei parlare come mangio: mia figlia Anna mi ha fatto ingurgitare i sette libri di Harry Potter (e io ne ho letto anche un altro, l’ottavo, quello spurio). Horcrux.

È quella parte di anima che un tale disperde in tanti luoghi, al fine di non essere annullato. Estendo l’immaginazione: io sono ricco di horcrux e il mondo lo è ancora di più. Io sono un horcrux di me stesso che spesso va a rincorrere altri horcrux dei miei passati e dei futuri io. Che è la tua immaginazione precedente rivestita a nuovo. Je est un autre. Il mio Arthur lo diceva. Questo è il mio progetto: cercarli tutti al fine di… Non lo so.

Spesso mi è capitato di trovare il mio horcrux avvinghiato a quello di un Altro. Je est un autre. Qualsiasi horcrux può essere quell’Autre. Dentro e fuori di me. Sto fissando l’intrico amazzonico che è ai miei piedi: i fili e i cavetti del mouse, del modem, del video, della stampante e di tutte le periferiche. Periodicamente mi prendo la briga di sbrigarli. Ci riesco, ogni volta, a fatica. Ma essi si riformeranno, lo sento, lo so.

Tu dici che si cerca un’attività elevata, come aiutare gli altri, oppure un mestiere di prestigio come guru o manager. Mai spazzino. Dipende: mio figlio a cinque anni voleva diventare l’autista sulla camionetta che svuota i cassoni. Ôgni cajòun gh à la so passioun. La sua era questa. La ricerca è mirata a un profitto personale, anche se a volte mascherato d’altruismo. Mi ricordo allora del Siddharta di Hesse, che gira il mondo alla ricerca di qualcosa che è già in lui. Quando lo trova, non gli interessa più null’altro. Gli basta svolgere l’umile mestiere di traghettatore. Ma perché lo capisse, ne ha passate parecchie.

Per giungere alla medesima e lieta condizione bisogna aspettarsi quello che non ci si aspetta mai del tutto, l’imprevedibile, perché se lo fosse, prevedibile, non ti muoveresti da casa; occorre un diaframma molto aperto, quindi volgersi dentro di sé mentre si guarda fuori di sé.

Poi parli del sogno, che è così ricco di quella scrittura scenica di cui cianciava Carmelo Bene, con cui tu agirai sul palcoscenico della vita, vivendo e morendo ad ogni istante. Questo capitava al teàtrico Carmelo. E così avviene dentro di me, mentre vivo.

Tu insegni a come allenare il corpo immaginale. Non so se seguirò o in che misura lo farò, al momento ne prendo atto. E lo critico: mentre fai quello non puoi fare altro, devi rinunciare per un certo periodo alle tue mire. Secondo me devi essere pronto a tale sacrificio. Per ora io non mi sento di esserlo.

Segue poi un manuale d’uso per il viaggio immaginale.

Una frase:Muoversi in un’esperienza immaginale è un po’ come quando ti avventuri in un bosco: ti servono chiari punti di controllo se non vuoi perderti.”

Al che io ti rispondo coi versi di Giacomo:Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare.”

Andata e ritorno di Matteo Ficara - Photo by Stefano Pioli
Andata e ritorno di Matteo Ficara – Photo by Stefano Pioli

Non voglio contrapporre i due pensieri, le due immaginazioni, ma evidenziare che si tratta di scelte diverse. Il ricordare coscientemente e il dimenticare ricordando”. Indovina un po’ quale scelgo abitualmente per me, ora e qui. Poi, si vedrà.

Differenzi fra comprendere: che è il verbo dell’andata, quando devi circuire un ambiente, al fine di cogliere la realtà; e capire: che va bene per il ritorno, quando ti serve la sintesi dell’informazione raccolta.

Quando incontri una guida, seguila”. Ho ricopiato una tua frase, mutandola: ho tolto la maiuscola a Guida. La vedo come una forma d’ingiustizia. Sono d’accordo sulla necessità di seguirla, ma non di osservarne (da servum) le direttive, bensì i consigli (amicali: amico da kam’a, passione). Se lui mi comanda, io disobbedisco. Se lui mi parla, io l’ascolto.

Ogni scrittore è una guida. Anche tu lo sei. Se tu non fossi qua, io sarei là. Stamattina ero con Stephen, domani non so. Stasera con te. A me interessa il tuo horcrux. Chissà come giudicherai il mio. Tu sei un Autre. Anch’io. Dentro e fuori di me. Ancora estranei, forse, ma consanguinei.

Tu insegni a “tenere vivo il sentire”. Questo m’interessa, ma a volte sento anche il bisogno di accantonarlo per dedicarmi a un altro sentire.

Ho un’amica cara che da mesi, forse anni, sta leggendo le Enneadi di Plotino, centellinandole. Mi critica perché divoro troppo velocemente i libri. Ha ragione. Ho fame e un ottimo metabolismo.

Se non fossi in queste condizioni voraciche, non starei ora scorrendo il tuo libretto. E nemmeno quello di Stephen. Ma sarei ancora sorseggiando l’Orlando Furioso.

Come ho dimenticato, senza scordarlo, l’opera del mio conterraneo, così farò con te. Sarete per sempre mie guide, solo che vi zipperò in qualche meandro del mio disco rigido, sperando che non faccia la fine di taluni hardware che mi hanno talvolta lasciato a piedi.

Io sono come il colibrì, che muove 90 volte le ali ogni secondo, arrivando a 200 nel periodo del corteggiamento: e quando leggo, io corteggio sempre. La mia amica è un’aquila che volteggia placida nell’aria, in attesa di piombare amorevolmente sulla preda. Eppure, ti garantisco, che il microscopico pennuto e l’immenso rapace siano ugualmente in grado di volare come e dove gli gira di farlo. Ad ognuno i suoi tempi e fini.

Parli della necessità di creare il dispositivo di ritorno, tipo il cordone ombelicale, il tubo che collega l’astronauta alla navicella, eccetera. Perché non ne sento il bisogno? Forse perché sono pazzo, imprudente. Un fatto è certo: sono sempre tornato senza problemi. In genere, non sono io che torno. Ma è il mondo esterno che mi raggiunge.

Cosa fare dei souvenir raccattati nel viaggio verso l’esterno? Ecco una domanda che non mi sono mai posto. Li metto là, nei miei ricordi. E serviranno come tutti gli altri horcrux, anzi, più o meno, come gli altri. Ma sono certo che serviranno.

Finisci il capitoletto con una frase che un po’ me l’aspettavo:Ti serve un codice”.

“… è una serie di norme che regolano un linguaggio.” – mai posto il problema, ma sono d’accordo con quanto dici.

Mi sento come quel goffo personaggio di Molière che scoprì un giorno di aver sempre parlato in prosa senza mai essersene accorto.

Ti do veramente ragione quando dici che devi cercare il significato di ciascun oggetto. La cosa mi capita quando, leggendo, rinvengo una parola di cui non capisco il significato. A volte continuo a leggere, per finire il capitolo, col proposito di consultare il dizionario (una volta), lo smartphone (ora). Se poi mi dimentico, m’inquieto, per non dir una mala parola. E torno indietro a rincorrere quell’arcano disperso.

Anni fa (poco più di quaranta) lessi “Eros e civiltà”, dove nella prefazione colsi questa perla: catessi della libido. Allora non c’era Google. Chiesi al mio prof di filosofia, che sentenziò: refuso per catarsi. Solo quando apparve Internet, come uno spirito guida (un po’ bifronte, forse) ‘ncoppa a ‘sta terra, carpii il significato dell’espressione!

Cosa intendi per tempio: Mircea Eliade direbbe che è il luogo sacro dove il Divino s’innesta con l’umano, e qui lo dico: Il Brahman con l’Ātman: il te e il te che è fuori di te. Sarà sempre un monolocale indivisibile, né può essere diversamente.

Ti voglio dare una soddisfazione. Manco esageratamente del senso dell’orientamento. Quando mi reco in un posto, non sempre sono in grado di uscirne facilmente. Questo rende molto preziosa la lettura del tuo libro. Quando faccio una lunga retromarcia con l’auto, sono perfettamente lineare per i primi 10-15 metri, poi sbando un po’, e ora capisco il perché: la mia mente sta recandosi Altrove. Questo è il motivo per cui non sono un navigator-born. Mi conviene cambiare? Forse… e lo dico perché forse è giusto dirlo. Non per altro.

Jiddu Krishnamurti
Jiddu Krishnamurti

Ricordo un autore che lessi abbondantemente da ragazzo: Jiddu Krishnamurti. Lui crede che per cogliere la realtà bisogna affrontarla come si fa con un cobra: senza pensare a quale specie appartenga, a quale genere, o ai pericoli che comporterebbe l’incontro con l’ofide.

Bisogna usare il bastone per difendersi e basta. La realtà va colta al volo, senza sovrastrutture o pregiudizi: al di là del conosciuto (che è anche il titolo di una sua opera).

Non ricordo in quale saggio narra di uno spostamento effettuato in auto con alcuni pensatori che, durante il tragitto, discettano sulla consapevolezza, senza rendersi conto di un piccolo incidente che è occorso al taxista. Non hanno attenzione verso l’esterno, ma solo concentrazione sul loro pensiero interno. Probabilmente nemmeno si ascoltano l’un altro, ma ognuno pensa a quello che risponderà subito dopo.

Di certo Jiddu non apprezzerebbe la mia tecnica nelle retromarce.

Ora sto pensando a cosa penserebbe delle tue.

Infine, ho letto con grande interesse le tue esperienze nelle Stanze dell’Immaginazione.

Il tuo libro mi ha convinto (per tre quarti) che esso sarà per sempre un Amuleto per me.

Noi due saremmo sempre entangled, correlati.

Ignoro, però, se, quando e in che misura l’adopererò.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Andata e ritorno, Matteo Ficara, Spazio Interiore, 2020

 

 

 

4 pensieri su ““Andata e ritorno” di Matteo Ficara: istruzioni per il viaggio immaginale

  1. Grazie Stefano.
    Ho apprezzato, per tre quarti, il tuo articolo. So però che lo condividerò e sono felice di questo entanglement.
    .
    Credo che questa frase, che a me scombinò le emozioni (positivamente, eruppendo come un fiume di lacrime di gioia commossa), possa rispondere a diversi passi che ritengo “spezzati”, nel testo: “A cosa serve la barca a chi è già al di là del fiume?”.
    .
    Il manuale è nato per chi non sa viaggiare, per chi cerca idee o aveva bisogno di spunti, di una cornice, di una mappa. Ecco perché l’ho fornita.
    Non ho mai avuto la pretesa che la mia narrazione fosse “totale”: lo spazio immaginativo è infinito, come lo descriveva Leopardi. Ho visto che hai scritto un articolo su di lui.
    Io sono nato a Recanati e non posso fare a meno di considerare “L’Infinito” come la descrizione perfetta del viaggio immaginale: la siepe (il confine della ragione) e lo spazio infinito che c’è oltre.
    .
    Anche a me piace naufragare.
    Tra le righe di “Andata e Ritorno” ho cercato di suggerire questo: esistono regole, un codice, per poter fare esperienze piene del pensiero. Si possono organizzare i naufragi, insomma.
    Questo non vuol dire che lo si debba sempre fare: agli inizi, soprattutto, per imparare.
    .
    E così per il corpo immaginale. La sua essenza è utile per migliorare la visione, la memoria, l’ampiezza del viaggio e dei confini esplorabili. Ma se si è già vasti, nei propri naufragi…
    Per un esperto navigatore, Andata e Ritorno contiene una mappa, è un piccolo Talismano portafortuna da tenere in tasca e a cui affidarsi, ogni tanto, come promemoria. Altre volte come schiaffo, per ricordarci che naufragare è bello, ma a volte costruisce poco.
    .
    E, ci tengo a dirlo: nonostante io ami l’idea che un’idea non sia solo un’idea, ovvero cerco di rendere non solo creativo il viaggio, ma anche concreto, so amare e apprezzare anche l’idea della sospensione.
    .
    La contemplazione viene qui: una casa nell’aldilà della ragione? No: non ci sono porte, né finestre.
    È solo un punto di osservazione privilegiato, una tappa, una cima da cui guardare orizzonti, oggi, che domani posso smontare e ri-edificare altrove.
    .
    Le guide… quella “G” maiuscola, ne comprendo il sapore amaro, se la leggi come “colei a cui devo la mia obbedienza”. Mai vista così, però: la guida di montagna ti indica dove muovere i passi non solo per non perderti, ma anche per vedere le cose più belle.
    Ecco, guida in tal senso. Poi, se vuoi essere disobbediente, almeno siilo consapevolmente.
    .
    In definitiva, grazie.
    Apprezzo molto il tuo lavoro e mi auguro che questo commento possa andare non solo a sistemare idee che magari erano aperte o spezzate, ma possa anche aprire al dialogo, che apprezzo sempre, se ha un animo costruttivo.
    .
    Ah… “animo”, mi ha ricordato la questione di “anima”.
    Mi piace lo stile “Potter”, il tuo modo di considerare horcrux quelli che parte dello sciamanesimo chiama “frammenti d’anima”. Personalmente, però, ho abbandonato l’idea dell'”anima”.
    Troppo vaporosa, troppo slegata dal quotidiano, troppo personale.
    Nella mia ultima revisione (del mio stesso pensiero – pratica che trovo assai sana, come farsi la doccia, ma alle idee), ho sostituito “anima” con “possibilità”.
    .
    Mi ha permesso di togliere la visione della “missione dell’anima”. Certo, da piccoli possiamo anche desiderare di fare il pilota dei camion (mia figlia voleva essere “la principessa che guida le auto da corsa più veloci del mondo”), ma vogliamo essere anche altre cose.
    E lì, in quell'”ANCHE”, c’è il senso migliore che trovo in “possibilità” e che – per mio modo di vedere le cose – è decaduto in “anima”: apertura, visione, prospettiva e non necessità.
    .
    Mi auguro di non aver tralasciato nulla.
    Ma in parte anche sì: di una poesia (e “Andata e Ritorno” un po’ lo è) non bisogna mai svelare tutti i segreti

  2. Beh, il tuo libro ormai m’intriga per 6/7 e mezzo. Ribadisco che Recanati sarebbe il mio luogo, l’ennesimo, perché già ne abito tre diversissimi l’un l’altro (Reggio, da dove ti scrivo; Amalfi e Pisciotta, che se non sai cos’è vedi pure su Wikipedia, è a sud di 15 km rispetto all’Elea di Parmenide e Zenone).
    Amo il termine “horcrux” perché mi sento molto “animista”: sento che questo soldatino di argilla con metà fucile e col cappello rosso, ne abbia raccolta molta della mia anima e dei mie sogni: definizione di anima: indefinibile, ma va bene sogno, possibilità, desiderio, sentimento, pena: insomma, psiche.
    Ognuno ha il suo percorso disse una volta un fotone a un neutrino. E quel bipede non riuscirà mai ad accertarne il tratto finale… L’importante, carissimo, è tenere gli occhi e lo spirito (definizione di spirito: non mi viene al momento) aperti… Alla prossima!

    p.s.: tornando, al fotone di poco fa, la possibilità è sempre più ampia della realtà, forse anima è a metà strada fra le due

  3. Ah bene: Recanati e Reggio. Mio padre è di Reggio, il mio cognome è Calabrese. Se intendi Reggio Calabria e non Reggio Emilia, quantomeno.
    .
    Per “anima”, comprendo la possibilità di “vaghezza”. Per collegarla allo “spirito” mi piace pensare a quando diciamo “tutto è energia”. È vero, lo dice la scienza, ma… cosa vuol dire?
    I nativi avrebbero detto: “Tutto è Grande Spirito”. Cambiano parole, ma resta la teoria.
    “E un pezzo del Grande Spirito “anima” tutti i corpi”. Eccola lì, “anima”: un pezzo di spirito, un pezzo di energia.
    .
    Ecco perché ho scelto di sostituirla con “possibilità”, perché energia è possibilità non ancora divenuta atto.
    O almeno così è secondo me ;-)
    E con l’immaginazione possiamo sondare, scoprire, i territori che sono energia, ma non ancora atto, le nostre possibilità, quel che chiamiamo “anima”.

  4. Reggio Emilia; se ci pensi è una teoria che funziona: energia che crea la massa che crea energia che crea la massa, e il discorso fila per decenni e per eoni; ma è solo teoria; la pratica è che quando si viene a contatto con qualcosa o con qualcuno, avviene il suddetto “entanglement”: due particelle vengono a contatto e saranno collegate per sempre; cambi un grado di libertà, una dimensione, dell’una ed ecco che l’altra, immediatamente, anche se lontanissima, si muta in modo analogo; e quindi l’informazione parrebbe andare più veloce della luce, cambia: sono correlate. Questo ha suggerito il paradosso EPR, e ha determinato una disfida dialettico-scientifica per anni fra Einstein e Bohr. Albertino diceva che nulla va più veloce della luce e che quindi tale entanglement non era possibile, invece… E poi diceva che Dio non giocava a dadi col cosmo; Bohr rispondeva che nessuno poteva negare a dio di fare alcunché; finalmente uscì un certo Bell, che disse che Dio gioca a dadi, ma bara (avendo nella manica una variabile nascosta che conosce, con certezza, non probabilisticamente, solo lui); questo per dirti che anche dei fisici serissimi ogni tanto usano viaggiare con l’immaginazione…. Sto straparlando e ti saluto… Alla prossima

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: