“Le Spose della Luna” di Emma Fenu: ogni anima ulat

Già la prefazione scritta da Maria Antonietta Macciocu mi fa reagire.

Le spose della Luna
Le spose della Luna

Se l’autrice “non ci chiede di analizzare ma di sentire”, la cosa rientra nelle mie virtualità: l’analisi è della macchina, il sentimento è dell’anima.

Non vedo l’ora di farmi permeare dalla “lingua evocativa… più che descrittivache mi viene promessa.

Una donna permea, affascina, attrae; un uomo penetra, fa violenza, esplode.

Le diverse dinamiche insite nei due generi di azione si fronteggiano sin dall’inizio.

Io odio l’ingiustizia, che è anche, girata, la frase di Arthur Rimbaud: “Je me suis armé contre la justice”, che è sempre figlia dell’inganno, da quando l’amicizia è sorella della politica e del profitto.

Io sogno una prefazione simile a quella di Maria Antonietta, in cui donna sia un bel giorno sostituita da uomo, figlia da figlio, bambina da bambino, maschio da femmina, senza che il testo muti la sua direzione.

Riporto una frase di Maria Antonietta, quando parla del “lembo di terra scansato dalla Storia”. Quello scansato è orribilmente ricco di Verità: un vessillo per chi lotta contro la justice.

Morte e Luna, Emma, tu le definisci donne.

Thánatos, il signor Morte, è figlio maschio di Astrea, la Notte, e gemello di Hypnos, il Sonno.

Selíni, la signora Luna, è sorella di Hēlios, Sole, e di Ēós, Aurora.

Anch’io l’immagino femmina, volubile ma prevedibile, in quanto ciclica.

E il Sole è maschio e prepotente, come nessuno sarà mai.

La Luna però sposta ogni giorno il Mare, che è maschio in italiano, ma femmina, Thálassa, in greco.

Sono fantasie le mie, come anche le tue, e quelle dei nostri comuni avi, immagino.

Senza di loro il mondo perirebbe e quindi ben vengano a illuminare la nostra oscura realtà umana.

Per questo ho scelto di usare la maiuscola sia per Spose che per Luna.

Rimembrando infine che Sposa (e Sposo), termini in disuso, derivano da sponsus-a il participio passato di spondere: promettere formalmente, religiosamente e dall’analogo greco σπένδω, il brindare per celebrare un patto.

Mi sussurrò una volta una Fata il cui nome significa Colei che difende, che l’etimo è quella parte di vero che risiede nel cuore della parola, che tu devi cercare perché sia tale, prima che si disperda nei meandri del cosmo.

Questo è il compito della scrittura, cercare quel Mistero, prima che svanisca, deflagrando nel Nulla.

Scrivere libri significa salvare il Tempo che si sta sacrificando nella ricerca.

Leggere significa continuare indefinitamente quel sacrificio.

Si scrive perché si teme di smarrire per sempre quel che appare caduco.

Si legge per mantenere quell’altrui promessa, facendola propria.

Fra le forme di amicizia che lega due Esseri è forse la più onorevole e disinteressata.

Silenzio!

Sto cominciando a sentire quella musica che mi è stata promessa.

Perciò attenderò la sua fine prima di iniziare la mia.

Che non sarà mai così carezzevole e tragica, sarà meno suadente e volta a cercare la speranza, quand’essa pare essere stata uccisa per sempre.

Vorrei citare tutto il testo, ma rendendomi conto di quanto sarebbe risibile, mi limito a una frase ogni tanto:

La madre terra tornava, allora, vergine fanciulla dall’imene intatto.”

Come vedi, la speranza c’è già, occorreva solo aspettarla e ricrearla ogni volta.

Questo libro parla di una vita condotta alla morte, e poi della sua rinascita.

Uno stato assente e una religione collusa col Male conducono necessariamente a valorizzare l’unica forma sociale rimasta: la famiglia.

Offendendosi l’una con l’altra: la folle difesa che consiste nell’agire contro l’altrui vita, prima che avvenga il contrario.

E senza pensare a cosa si stia facendo.

Per evitare la fine di quel Piero che cadde di maggio, perché si era preso l’ingiusta premura di osservare con un briciolo di pietà chi non gli volle invece usare simile cortesia.

Attaccare prima, per attaccare ancora: questo è il senso della vendetta.

Risulterà essere un accorgimento così auto-distruttivo che, quando lo si capirà, sarà sempre tardi.

Solo i vivi hanno cicatrici.”

Esse richiedono ciò che i morti non posseggono più: la volontà di sacrificarsi di nuovo, una volta per tutte, per proteggere l’Altro, e non più per distruggere, se non se stessi.

Alle donne spettava la memoria, agli uomini l’azione.”

Solo chi sa di contenere dentro di sé il seme altrui sa amarlo e coltivarlo.

La cultura che rimane sul terreno è pertanto femmina.

L’azione che ex-agera, disseminando, è pertanto maschia.

Ma l’amore passione, kāma, che urla il suo desiderio, ignora le future conseguenze del suo atto, perché crede di essere a-mors, priva di morte.

Povera Tzia Michela: Oggi non le restava che una corona d’odio da deporre al capezzale della figlia e sulla tomba dei propri cari.”

È l’ultimo gesto folle di chi non spera più, di chi non ha più progetti per il futuro.

“… spostò il corpo, in modo che i piedi fossero rivolti verso l’uscio.”

Anche a Reggio si dice chel’à vultê i pê a l’ôs”.

Si tratta, se ci si pensa, di una cortesia non piccola, ma soprattutto di un augurio, nella credenza che al morto sia concesso una nuova possibilità di camminare, fuori dal nostro luogo, in un altro, più favorevole.

Emma Fenu
Emma Fenu

Gli si spiana in tal modo una via di fuga.

“… il dolore è più piccolo se lo si divide”.

So anche che la gioia è maggiore se la si condivide.

Basterebbe comprendere quest’infinitesima verità e il cosmo sarebbe diverso.

Io non sarò più morta, se mi ricorderete.

Questa è un pensiero di chi è tuttora vivo, ma che presto non lo sarà più.

Siamo tutti sposi, legati a un accordo promesso.

Rifuggo qualsiasi pensiero che data da migliaia di anni, secondo cui noi amiamo chi non c’è più, mentre questi non può più esserci amico.

Nessuno, nemmeno lo Starigita, può comprovare quest’assurda tesi, che è religiosa, infalsificabile.

Nel dubbio dev’essere consentito il ricordo di chi ti dato anche solo un attimo fremente di gioia, l’ebbrezza mistica di un istante, il brivido luccicante di un balenio, il battito d’ali di uno storno.

E in quel quasi-nulla si può iniziare a costruire una nuova memoria.

Ma Franzisca già dormiva.”

La tragedia è consumata. Ora non può che seguire la catarsi.

Dammi coraggio, dammi forza, dammi consolazione. Ora ti sono figlia.”

Non c’è nulla d’irrazionale nel pensiero. Nella figlia c’è il gene della madre, che gliel’ha trasmesso. E se non ci sarà, come nel caso in questione, una nuova possibilità di re-iterazione, quel segno, che è comune al genere umano, non sarà mai disperso.

Ma c’è di più: chi non è più, ma è al di là della nostra finitezza, ci condurrà per sempre come fa un genitore col suo infante.

Sposa sarai, figlia mia.”

Che lancinante dolore!

Ogni anima ulat.” Ogni anima brama.

È una derelitta bestia che sanguina di rosso e di bianco.

Ulat, come il verso del lupo da cui deriva urlo.

Come bramare deriva dal bramire del cervo: entends comme brame, l’epoux infernal.

La paura s’annida ovunque e la Morte ci renderà ancora più banditi, più disgraziati, più gementi.

Le eredi dell’antico sapere siamo noi donne, janas con fili annodati tra le mani per far nascere o recisi per provocare la morte.

Le janas sono le fate che sanno far del bene. A Reggio si chiamano medgouni, medicone, le anziane che curano bisbigliando qualcosa in una lingua solo a loro conosciuta, che si tramandano l’un l’altra quando sanno prossima la propria fine, e che non pretendono nulla in cambio del loro sacrificio.

Loro solo loro conoscono il metodo, e in modo esoterico lo tramandano ad altre che diverranno come loro.

In luoghi aspri, “perfino i santi sono scaltri”, anche Sant’Antonio che “pare un vecchio bandito senza balentia”.

Questo termine mi ha stupito fin dalla prima volta che l’ho visto, anzi, sentito. Lo credetti in un primo tempo sinonimo di valenza, poiché nelle lingue italiche v e b spesso si equivalgono (come in vaso/bacio).

Poi cercai un altro pezzetto di verità, che forse risiede nel tedesco bald, nell’italiano baldezza, baldanza. Cambia poco però. Sempre vuol dire coraggio nel conflitto, che tanto serve se si vive in quei luoghi.

La balentia è una virtù e una maledizione, perché, “nella difesa dell’arcaica ingiustizia”, crea quel dolore che le janas non saranno mai in grado di sanare del tutto.

Uccidimi se devi.”

Istevani esitò per alcuni lunghi secondi guardando la bambina alla quale non era ancora consentito indossare la gonna lunga e la blusa delle donne.”

Il tuo, Emma, è un racconto tragico e deve perciò contenere una catarsi, che è promessa come se anch’essa fosse una sposa.

Una voce si udì.”

E annunciò:

Sei libero, su sposu. Libero da quest’Inferno in terra, libero da giuramenti che sono promesse di vendetta e condanne di tristezza. Vivi, tu che puoi. E ama. Io ci sarò sempre.”

Il terzo fiore lo coglierà un’altra, ma non per questo sarà meno aulente.

Non so per quanto tempo, né se furono per sempre felici e contenti, ma so che, tra loro, spuntò un giorno quell’Annedda, l’ultima promessa mantenuta, “dai piedi nudi lambiti dalle onde, che saltella per il freddo di aprile, lascndo piccole orme di folletto.”

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Emma Fenu, Le Spose della Luna, Officina Milena

 

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