“Il tamburo di latta” di Günter Grass: quando il destino irrompe sulla scena

Alla fine ogni libro è un viaggio. Ogni viaggio è un travaglio che ti fa partorire altrove.

Il tamburo di latta
Il tamburo di latta

Ho finito di consumare, come si fa come un farmaco, dopo averlo ingurgitato col cucchiaino giorno per giorno per trentun giorni, Il tamburo di latta” di Günter Grass (La biblioteca di Repubblica, 2003), uno dei libri più oggettivamente pesanti che mi sia mai capitato di ingerire. Sono ancora in (lentissima) fase di digestione.

Leggendolo, ho patito difficoltà di respirazione, di deambulazione, di diuresi. Ho avuto seri problemi ai reni, al pancreas e alla cistifellea. Ho sofferto di ernia discale, inguinale e varicocele, ho sofferto di epistassi, enuresi notturna e, chiedo scusa, di emorroidi.

Ho patito di tutto, tranne che del ginocchio della lavandaia, del gomito del tennista e del crampo dello scrittore. Ho la lavatrice, gioco solo a carte e uso la tastiera del computer.

Un libro oggettivamente pesante, dicevo. Il libro è infatti pieno zeppo di oggetti. Ma anche di atti. Di gesti. Di personaggi. Di elementi. È un libro che trabocca materia.

Essa segue la sua geodetica, il percorso più corto di uno spazio curvo, mentre il tamburo di latta del protagonista scandisce, in modo apparentemente demenziale e relativistico, il tempo.

Tempo, spazio, materia, corpi.

Soprattutto cose che si muovono e, per lo più, fanno danni, rompono, sconvolgono equilibri, rallentano, accelerano, bloccano, favoriscono. Che, ad esempio, inibiscono la crescita del protagonista che, a tre anni, pare abbia finito di crescere. Continuerà il suo sviluppo soltanto parecchi anni, fino a raggiungere l’invidiabile altezza di un metro e ventitre.

Il libro è un museo stipato di una ricchissima marea di elementi. Ma c’è un quid che mi colpisce. Manca qualcosa. Non credo di aver capito che cosa.

Prendiamo qualche frase, un periodo intero, anzi.

I cimiteri mi hanno sempre attratto. Sono curati, univoci, logici, virili, vivi. Nei cimiteri si può trovare il coraggio delle decisioni, solo nei cimiteri la vita acquista dei contorni – non mi riferisco alle bordure tombali – e, se si vuole, un senso.”

I contorni delimitano ma, principalmente, separano. Il cimitero è il luogo d’elezione del protagonista. Anche a me non dispiacciono. Sono stato l’altro giorno il quello “napoleonico” di Cavriago.

Quando sono in un camposanto penso a quanto la vita sia bella, perché colma di relazioni. Immagina te questa gente, sepolta da duecento anni, quanto avrà vissuto, amato, gioito, pianto, cercato una risposta, goduto, sofferto. E forse non si è mai rassegnata al destino che poi li ha raggiunti quel tragico dì, magari nottetempo!

Quando sono fra le tombe, il mio pensiero corre alle passioni amorose che ci sono fuori, che belle che erano, che sono e che senz’altro saranno.

I personaggi, le cose, anche i pochi animali presenti e raccontati nel romanzo sono staccati gli uni dagli altri, eppure sono sempre collegati fra di loro, entangled.

Due particelle che si lambiscono rimangono entangled, coinvolte fra di loro per l’eternità. Si allontanano l’una dall’altra, eppure se, ad un certo punto (tutto occorre solo “ad un certo punto”), muti l’una, l’altra si gira dalla parte opposta, come per ripicca. Istantaneamente. Anche se la loro distanza supera di gran lunga i trecento mila chilometri. Eppure, esse non risultano unite, ma sono accuratamente, fatalmente distanziate, apparentemente sconnesse e decisamente distaccate fra loro. Ma rientrano nella stessa ineffabile logica.

I personaggi, ma anche gli oggetti e i pochi animali del romanzo si intersecano senza mai realmente toccarsi. Non si lambiscono. Non ci riescono.

Se si paragona il nucleo di un atomo al pallone posto al centro del campo, gli elettroni sono, in proporzione, sugli spalti, chi in tribuna, chi nella curva degli ospiti, chi un po’ più in là. Se due mani si stringono, il contatto è solo apparente. Sembra reale solo a causa dell’interazione elettromagnetica.

Così è per gli elementi del romanzo. Interagiscono senza realmente toccarsi. Ognuno sfrutta per sé il “noli me tangere” previsto dalla fisica della materia. Lo spazio/tempo è continuo, ma in maniera discontinua. No, è discontinuo, ma in maniera continua.

Quel che colpisce è la semplicità, se non addirittura la banalità assoluta delle situazioni che, però, sempre “ad un certo momento”, in un dato (e ridicolo) punto dello spazio-tempo, esplode. La madre è di nuovo incinta, e per abortire sceglie di mangiare pesce, anguille soprattutto, molto salate, tutto assai ingegnoso ma assurdo e… il fatto esplode.

Arrivano i russi. Oskar ha in mano una spilla del partito e teme di essere scoperto. Il padre se ne avvede e… il fatto esplode.

Il commento di Oskar è lapidario:Che cose strane si fanno, quando il destino irrompe sulla scena!”

Il grande e insolvibile problema è che il destino irrompe quotidianamente sulla scena. Ogni particella compie una traiettoria prevedibile e, poi, accade il patatrac!, e di essa non si può che avere una conoscenza probabilistica, ma mai del tutto preventivabile.

La meccanica newtoniana prevede che una particella non possa superare una barriera se non è provvista di un’energia bastevole allo scopo.

Nella visione quantistica, invece, pare che ad ogni particella sia consentito ipotizzare di attraversare ogni cosa, ogni fenomeno, anche una pur densissima barriera dotata di energia indefinitamente ed arbitrariamente alta. Tutto ciò non avviene quasi mai, cioè una volta su un numero quasi infinito di tentativi. Eppure talvolta quella misera particella ce la fa.

Ne “Il tamburo di latta” questo succede spessissimo, quasi ad ogni pagina.

L’incredibile, l’assurdo, l’impensabile diventa il quotidiano. Nulla stupisce più né il lettore, né il protagonista, né, forse, lo scrittore, il quale si sente autorizzato a proporre qualsiasi accadimento che, in virtù delle storie precedenti, acquista un’insperata logicità.

Eppure questa mia disamina mi lascia sconcertato, perché sento che tale normalizzazione del quasi impossibile non racchiude il vero senso del libro.

I personaggi si attraggono, si respingono, provano simpatia, rancore, secondo certe regole tipiche della convivenza, non essendo affatto dissimili da quelle a cui noi umani ubbidiamo. Eppure… Manca qualcosa.

Ora credo di aver individuato la carenza. O una sua infinitesima parte.

Tra padre, madre, figlio, amico, amante esistono le interazioni convenzionali, ma esse sono rese anticonvenzionali dalla mancanza di empatia. Nessuno in quel mondo tremendo ha empatia per nessuno. Nessuno, nemmeno il Gesù presente nella Chiesa cattolica in cui la famiglia di Oskar professa ogni domenica una fede senz’altro dubbia!

Nemmeno il Figlio di Dio percepisce il bisogno del suo prossimo, di quell’Oskar che vorrebbe condividere con Lui il suono del suo tamburo. Purtroppo: “Non suonarono l’organo. Gesù non batté il tamburo. Nessun miracolo avvenne.”

Günter Grass
Günter Grass

Peccato! Eppure… il mondo descritto non è così dissimile da quello in cui io vivo. I fatti narrati sono sì diversi storicamente, in quanto il periodo preso in esame è quello tragico della Germania della prima metà del secolo ventesimo, eppure…

Alla fine del Libro secondo, Oskar cede la parola a Bruno, il suo infermiere. Al lettore non pare di avvertire alcun cambiamento di tono, né di umore. Bruno e Oskar parlano la stessa lingua. Lo stesso fatto si avverte quando la parola va all’amico-delatore, ma per gioco, Gottfried von Vittlar che, nella sua testimonianza, pare un secondo, anzi, un terzo o quarto o quinto Oskar, che denuncia se stesso.

Cos’hanno in comune i due personaggi? Uno è il paramedico che si occupa dell’altro, il malato di mente, la cui mente è schizzata in due e più parti, che è capace di parlare in prima e, subito dopo, magari all’interno del medesimo capoverso, della medesima frase addirittura, in terza persona: “Una volta dentro (in bagno), mi innervosii, perché Oskar non avvertiva nessun bisogno (corporale).”

In comune i due, o i tre, o i quattro soggetti, hanno solamente l’autore.

È forse lui l’essere incapace di produrre quell’empatia che tanto necessita a chi legge, che informa l’arte di ogni grande scrittore, da Primo Levi, a Imre Kertesz, a Elie Wiesel, tanto per citare a caso tre autori che hanno saputo narrare quei tragici fatti in libri che hanno sconvolto l’umanità?

Non lo so.

Dovrei leggere tutti i libri di Grass, e prima o poi lo farò, quando mi ristabilirò un attimo.

Stavo pensando che, connaturata ad ogni creazione, che è poi solo una ri-nascita, c’è sempre in fondo una smisurata vergogna. L’esordio di una novità è sempre uno scandalo. Come insegna il Vangelo, una pietra nuova è sempre una pietra dello scandalo, anche se è preziosa.

Forse Grass prova un’infinita vergogna di quanto va descrivendo, ed esce dal conflitto re-inventando con toni esagerati la normalità di un mondo sinistro e in continua e imprevedibile evoluzione, la Germania prima, durante e subito dopo la Seconda guerra mondiale.

La conseguente “mortificazione” che nasce come un putto che non vuole affatto crescere, può solo cessare in un modo.

L’autore propone all’inizio la storia dei nonni. L’origine delle sue vicissitudini. Prima della nascita si è racchiusi in una specie di gonna molto ampia e calda, che ti protegge da ogni incidente. Purtroppo, prima o poi, occorre uscirne.

Il romanzo è una costellazione di morti che brillano alte nel cielo, luminosissime e meritevoli di ricordo. Morti per lo più a causa di incidenti stranissimi. La nascita e la conseguente vita è per lo più un incidente stranissimo. Figuriamoci la morte. Che di mestiere fa la Cuoca. E la cui pelle è Nera.

Tento di capire l’uomo, l’autore.

Ed ho rispetto per le sue paure.

Le sue angosce.

Le sue titubanze.

Mi auguro però che, se alla fine saremo tutti, scrittori, lettori e, ma sì dai, anche personaggi, ospiti della stessa barca, potremo alla fine raccontarci, senza paura né ritegno, ognuno la sua propria storia. Ma, incredibile!

L’ultima delle cinquecentosettantatre pagine dischiude una sorpresa grandissima, che più immensa non può essere. Purtroppo, occorre leggere tutto il libro per coglierne, anche se solo in parte, il significato.

 

Written by Stefano Pioli

 

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