“Il richiamo del corno” di Sarban (John William Wall): preda e cacciatore eravate, preda e cacciatore sarete

 « È il terrore che è indescrivibile. »

Guardammo tutti Alan Querdilion. Era la prima volta che interveniva nella discussione; quasi la prima volta che apriva bocca dalla fine della cena. Se ne era rimasto seduto a fumare la pipa, lasciando vagare lo sguardo dall’uno all’altro degli interlocutori, con quell’espressione di lieve stupore sul viso che sembrava ormai essergli abituale: un’espressione che mi ricordava non tanto l’innocenza di un bambino, quanto la semplicità di un selvaggio, per il quale lo strano suono della tua voce è una meraviglia che lo distrae dal prestare attenzione al senso delle tue parole. Dopo aver osservato per tre giorni quello sguardo, capii che cosa intendeva sua madre quando, confidandosi con me, aveva detto con tristezza che quello che i tedeschi avevano liberato nel 1945 era solo una parte di Alan.

Il richiamo del corno

Ci sono romanzi che segnano la storia della letteratura come solchi non aggirabili, giri di boa che – una volta compiuti – non possono essere ignorati da chi verrà, pena il perdere il passo con i tempi.

Il Don Chisciotte di Cervantes, che confutò generazioni di ideali cavallereschi, dando un nuovo significato alla parola “eroe”; nel secolo seguente Goethe esaltò la sconfinatezza di Faust rivelando il prezzo che il Diavolo fa pagare per un assaggio di infinito; e ci sarebbero poi il Dorian e l’insidia del Doppelgänger in tutta la sua, nostra, decadenza; Alice e ciò che lo specchio cela; e tutto quello che ha reso “classici” i classici.

E poi c’è Sarban, passato in sordina.

Difficile comprendere perché a un romanzo venga dato lo status di lettura irrinunciabile mentre a un altro no.

Perché a Sarban no?

Sono passati più di sessant’anni dall’uscita del suo Il richiamo del corno, ma non è troppo tardi per trovarvi, ancora vivido, il memento che Sarban lasciò ai tempi.

Il richiamo del corno (ancora più inquietante il titolo originale, The Sound of His Horn, che ci fa domandare chi sia questo qualcuno il cui corno ci richiamerà) è un’altra storia di un reduce.

Alan, ufficiale della civilizzata Royal Navy britannica, vive la Seconda Guerra Mondiale come non a pochi capitò: una breve esperienza sul campo in fretta troncata da un bombardamento andato a buon fine per i tedeschi, e poi la prigionia in un campo.

Per Sarban non è ancora arrivata l’epoca di Anna Frank e del suo, da classico, impostare i parametri della letteratura dei campi di prigionia tedeschi che le generazioni a venire avrebbero seguito, e per cui sarebbe stato arduo parlare di segregazione nella Germania nazista senza scivolare nell’Olocausto. Sarban scrive da diplomatico britannico di prigionieri di guerra britannici, esperienza di per sé bastante a portare il suo protagonista – Alan – al delirio.

Ma è delirio, preveggenza, o un viaggio nel tempo, quello che fa risvegliare Alan nel cuore di un’Europa nazificata?

A chi legge il giudizio finale. Intanto, ricordatevi che a proposito de Il richiamo del corno si è parlato di romanzo distopico, scritto nell’epoca che ha visto la nascita di 1984 di Orwell, vent’anni dopo Brave New World. Anche l’ucronia può essere scomodata, con un po’ di elasticità, se si prendono per vere le visioni di Alan.

Sarban - John William Wall

Se dovessi accostare Il richiamo del corno a un altro romanzo, chiamerei in causa Il signore delle mosche di Golding (uscito nel 1954). Se vi è piaciuto il secondo, provate il primo. Entrambi i romanzi sbarrano gli occhi su una causa di terrore che, con un certo pessimismo, non sembra essere bypassabile da nessun tentativo di civilizzazione umana. Se per Golding la più violenta legge del più forte permane potenzialmente intonsa nell’animo della maggior parte dei bambini (alla faccia di Robinson Crusoe), per Sarban il cuore di tenebra conradiano batte con massima potenza nel cuore dell’Europa all’apice della operosa e tecnologizzata Germania nazista. Progresso e tribalità non sono opposti, ma passaggi logici di un ineluttabile movimento circolare.

Dà all’umanità progressi medico-scientifici e si umilierà con ancor più efferata eleganza sul tavolo operatorio, adibendolo ad altare (o viceversa?) – sembra dire Sarban; dà loro seta in abbondanza e faranno schiavi più ambiti; dà loro la libertà dalla carestia e dalla guerra e creeranno riserve in cui cacciarsi l’un l’altro. Quella tra cacciatore e preda è una poetica a cui gli esseri umani non sanno rinunciare, non importa quale ne sia il prezzo – questo suggerisce Sarban.

The Hunger Games conosce questa lezione. Ma Il richiamo del corno è del 1952, scritto nella prosa intrisa di sobrietà che si potrebbe trovare in un raffinato circolo di ufficiali coevo all’autore. Leggere di squartamenti descritti con un linguaggio fatto per intrattenere cortesemente gli ospiti è un’esperienza straniante, e in ciò Sarban ha colto nel segno: l’orrore, prima che nella selvaggia giungla, è nascosto proprio dietro la più raffinata cultura europea.

 

Sarban era lo pseudonimo di John William Wall (1910-1989), scrittore ma soprattutto diplomatico britannico. Studioso della lingua araba, ha servito in Medio Oriente e in patria. Tra le sue (poche) pubblicazioni, la raccolta Ringstones and Other Curious Tales e il romanzo The Doll Maker. Il richiamo del corno è stato pubblicato per la prima volta nel 1952, Adelphi lo ripropone nel 2015.

 

Written by Serena Bertogliatti

 

Info

Sito Adelphi

 

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