“Homeland”: chi ha paura dell’agente Brody? – recensione di Antonio Mazzuca

Un’analisi lucida sull’ossessione americana per il terrorismo: un marine e un’agente della Cia contrapposti e la paura per un mondo moderno, complicato, ostile e dalla Verità difficile.

 

Si è chiusa nei giorni scorsi su Fox la programmazione di Homeland, caccia alla spia, serie americana vincitrice del Golden Globe per la miglior serie drammatica del 2012.

Di cosa parla Homeland

Un sergente dei marine Nicolas Brody, creduto morto, viene ritrovato vivo, dopo anni di prigionia in Iraq. Tornato in patria viene riconosciuto e celebrato come un eroe da tutto il Paese salvo che dall’agente della Cia Carrie Mathison che lo ritiene, invece, un convertito alla causa di Al Qaeda, pronto a mettere in atto un attentato. Dal momento del suo ritorno, la vita del sergente Brody sarà sotto l’occhio attento ed estasiato delle telecamere, mentre l’agente Mathison userà mezzi leciti ed illeciti per trovare le prove del suo “tradimento”.

La serie, dal tocco raffinato, è una spystory che attinge al genere del giallo, soprattutto di un certo giallo contemporaneo americano (stile John Le Carrè per intenderci) cui deve molto in termini di sviluppo narrativo e ambiguità dei personaggi. Accumunato erroneamente alla serie 24, Homeland se ne distacca per il ritmo meno forsennato e più attento ai dettagli psicologici con cui vengono colorate le personalità dei due interpreti, che si odiano, inevitabilmente finiscono per amarsi, e tanto incredibilmente arrivano quasi a distruggersi, sia fisicamente che psicologicamente.

 

I temi di Homeland

Sono molti e importanti i temi intorno ai quali ruota Homeland: la fedeltà al proprio Paese e alla propria famiglia, il diritto alla privacy negato, la lotta al terrorismo e la vendetta contro i massacri di guerra. Temi scottanti e di pressante attualità che la serie affronta con un occhio lucido già dalla sigla di apertura che intervalla alle battute più importanti del telefilm, frasi e immagini tratte dall’attualità più recenti e simboli, quali il labirinto, che indica lo smarrimento davanti ad un mondo che non comprendiamo.

Carrie, non creduta dai superiori salvo che dal collega Soul, incarna una moderna Cassandra dei giorni nostri: come il personaggio mitologico che aveva avvertito i troiani dell’inganno del cavallo di Troia, anche Carrie, unica accusatrice di Brody, ottiene come risultato di essere creduta pazza, senza trovare l’appoggio di nessuno, benché lei sola riesca a scorgere e poi a  provare la Verità.

La paura dell’imminente attentato è il leitmotiv della serie, ed è l’occasione di una critica all’attuale politica americana volta a estremizzare la lotta al terrorismo,puntando sui valori cardine della retorica americana, ovvero il patriottismo esasperato, la necessità di preservare l’Ordine interno “in pace e in guerra”, evidenziando, al contempo il disagio sociale derivato dalle guerre degli ultimi anni che hanno scosso le singole coscienze facendole impazzire.

 

Due facce di una stessa medaglia

Ed ecco che l’agente Brody e Carrie Mathinson non sono altro che le due facce speculari dell’America contemporanea. Uno è l’emblema del patriottismo, della fiducia nel proprio Paese, quale baluardo contro il presunto Male, che poi tanto “Male” non è. L’altra è l’emblema dell’ostinazione, della paura recondita che nutre la società americana per il proprio futuro e la diffidenza per chiunque, amici e nemici in un mondo contemporaneo che fatica a distinguere i primi dai secondi.

Entrambi i protagonisti sono malati: l’uno ha ancora addosso i segni della tortura subita in Iraq quando era prigioniero, l’altra ha una personalità bipolare che la rende fragile, impaziente, a tratti confusa e testarda.

Curioso che le loro parti siano difficilmente confondibili: entrambi soffrono di una particolare incapacità relazionale: Brody è oscuro, inquietante, (un ruolo che Damien Lewis aveva ben reso anche in altre interpretazioni) che non riesce a trovare un equilibrio nella sua casa e soffre di un male indecifrabile e incomprensibile. Carrie, apparentemente forte e determinata, è in realtà bipolare e fragile.

Quando i due tenteranno di amarsi, le loro posizioni si ribalteranno e a soccombere sarà proprio la seconda,  sotto i colpi dell’amore rifiutato e di quel complesso della “Cassandra” di turno che non riesce ad essere creduta da nessuno. Un personaggio in cui peraltro, è difficile identificarsi, lontana com’è dalle eroine della Cia forti e sicure di se, come la Sidney Bristol di Alias, ma sicuramente più reale.

L’interpretazione nevrotica ha valso all’attrice Claire Danes il Golden globe come migliore interprete drammatica: in lei è concentrato il paradigma della Verità: non tutto è come sembra, accettare questa verità vuol dire fare i conti coi propri demoni interiori, identificarli e distruggerli. Il sergente Brody, che diventerà per lei un’ossessione, non è altro che la nostra paura del mondo esterno così come lo viviamo oggi, mutevole, inquietante, a tratti patinato ma per nulla affidabile, un mondo che, tutt’ad un tratto, può far precipitare le nostre certezze da una torre come già avvenuto nel nostro reale passato recente.

 

Written by Antonio Mazzuca

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