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“Imperfetti sconosciuti” di Isabella Regina Beatrice Orfanò: una svolta alla vita dopo il dolore

Nata a Troppa nel 1981, Isabella Regina Beatrice Orfanò, laureata in Scienze Internazionali a Bologna, si appassiona allo studio delle lingue straniere e, dopo varie collaborazioni con istituti scolastici privati, si dedica all’insegnamento dell’Italiano per stranieri.

Imperfetti sconosciuti

Nel frattempo continua ad approfondire i suoi studi e nel 2014 consegue, presso l’Università per Stranieri di Perugia, il Certificato di esaminatrice per la certificazione linguistica CELI, poi, nel 2015, presso l’Università per Stranieri di Reggio Calabria, il certificato di Didattica della Lingua italiana a stranieri.

Insegna Lingua italiana su piattaforme ondine e ha pubblicato: nel 2012 l’ebook Cucinare in italiano, poi i romanzi La mia ultima spiaggia, nel 2014, e Imperfetti sconosciuti, nel 2016, entrambi con Thoth Edizioni.

Per quest’ultimo libro, Imperfetti sconosciuti, l’Autrice ha recentemente ottenuto una segnalazione di merito al XV Concorso letterario Vittorio Alfieri. L’ho letto tutto d’un fiato, ricavandone una sensazione senz’altro positiva.

Una penna fresca e sensibile quella di Isabella Regina Beatrice Orfanò, capace di affrontare temi duri e non certo facili da trasporre in una visione letteraria convincente, come quelli della violenza sessuale, in primis, dei meccanismi di autodifesa, di fobie e sogni spezzati, ma anche di capacità adattive e superamento delle crisi.

La nostra Autrice riesce a offrirci un romanzo coinvolgente, realistico, con toni di alleggerimento che riescono a trascinare il lettore entro la storia di una giovane donna, Giada, nel suo radicale mutamento di vita dopo uno stupro subito quando era ragazza.

In quel terribile frangente la protagonista sperimenta l’odio per la prima volta nella sua esistenza e lo prova in modo radicale, verso l’uomo che l’ha abusata e verso se stessa e il proprio corpo sentito come non più suo, come un nemico.

Cambiare città e lavoro, tagliare i capelli e, con essi, tutti i ponti col passato, anche con la propria madre. Incontrare un amore, essere in procinto di sposarsi e fare nuove amicizie: è il caso di Kelly, amica virtuale con la quale si confida via Facebook e che riesce a darle sicurezza, consigli e aprirle gli occhi su ciò che veramente vuole o, meglio, non vuole per la propria vita.

Isabella Regina Beatrice Orfanò

È così che, tra mille dubbi, Giada prende una decisione drastica, improvvisa e che lascia perplessa e incredula pure lei, ma che la fa sentire, infine, di nuovo libera, più padrona di se stessa e delle proprie scelte.

Un libro carico di suspance e colpi di scena, con l’ingresso nella storia di un uomo misterioso, Giorgio, tra le stanze di una vecchia villa, la compravendita di mobili antichi, un bell’Hotel in città e tante strane coincidenze che porteranno a un finale assolutamente a sorpresa, forse anche un po’ spiazzante, in cui la conoscenza di sé, dei propri difetti, il riconoscimento dei propri errori avviene solo riaprendo le terribili porte della memoria; perdono, accettazione, amore: un modo diverso e inedito di affrontare la vita e i fantasmi del passato.

Un messaggio positivo, di speranza e di apertura verso gli altri e verso le innumerevoli possibilità che, attraverso le scelte personali, la vita può riservare.

Il libro è anche e soprattutto, oltre la forma del romanzo, un omaggio alla grandezza dell’amore perché, come ci dice Giada, “L’amore e il perdono sono due facce della stessa medaglia!” e l’amore è sempre imprevedibile e sorprendente.

 

Written by Katia Debora Melis

 

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“Afonie indispensabili” di Gavino Puggioni: intreccio di malinconia e speranza sublimato in poesia

Gavino Puggioni, nato a Porto Torres nel 1939, ha una lunga consuetudine con la scrittura e con la poesia, fin dal 1958-1959, periodo in cui apparvero sue composizioni su riviste e su antologie dirette da Ernesto De Leo. Nel 2003, dopo una lunga pausa dalle stampe, Gavino Puggioni torna alla pubblicazione con Finagliosu (dodici racconti, per lo più scritti in gioventù, velati di nostalgia e malinconia).

Afonie indispensabili

Tra il 2004 e il 2013, con la casa editrice sassarese Magnum pubblica L’arcobaleno in giardino (poesie e piccole prose, tra ricordi e speranze) e Nel silenzio dei rumori (sorta di autobiografia dell’anima del poeta), poi, con Il foglio Letterario, Le nuvole non hanno lacrime, mentre in autopubblicazione Nelle falesie dell’anima.

Ultima fatica letteraria di Gavino Puggioni, fresca di stampa, è Afonie indispensabili, con prefazione di Laura Vargiu, edita dalla giovane e dinamica casa editrice calabrese Thoth di Mario Vallone.

È poesia vibrante, particolare, tutta pervasa da perenne tensione intellettuale ed emotiva, in un perenne traghettare parole e silenzi, dall’intimità del Poeta all’universalità dell’umano, dalla vita personale a quella dell’intera società.

È poesia d’intimi contrasti, di slanci e ripiegamenti, di ondeggiamenti sentimentali tra le onde di un mare che si presenta come rifugio accogliente, protezione, dimora più vivibile e desiderabile della terraferma. Compagni di questo lungo viaggio poetico e umano sono, accanto al vento, ora lieve ora potente, ora carezzevole, ora sferzante, voci, suoni e soprattutto rumori.

Rumori come metafore dell’inutile detto e vissuto, come metafora di intrusione e disturbo a quel silenzio maturo e capace di mettersi in atteggiamento di ricerca, di conquista della pace. Rumori di una guerra ormai totale e invasiva, di una non-pace perenne nell’inautenticità del quotidiano che muta l’esistenza umana, privata via via dell’esistenza, in un non-senso senza vie d’uscita e senza consolazioni, specie di natura religiosa e ultraterrena.

Le afonie, quando non obbligate dal mondo, sono indispensabili per l’Autore che sa viverle come momento privilegia della ricerca del vero Sé, in armonico equilibrio con la Parola, detta o, perlopiù, scritta. Il tempo, compagno tiranno del passaggio umano sulla terra, è presente in maniera ponderosa tra le righe della silloge e passa insensibile su ogni passato che la ragione stenta a porre definitivamente da parte. Le condizioni stesse, insoddisfacenti, dell’oggi, portano Gavino Puggioni a tornare immancabilmente a quelle età della vita che ancora consentivano di sognare, immaginare, credere, sperare.

La realtà, in un percorso che via via si accorcia, pare sempre più spietata e la disillusione è pressoché totale. Uno sguardo disincantato, ormai, quello dell’autore. La Natura pare non aver fatto troppe differenze nel distribuire solitudine intima esistenziale tra i suoi figli: così, il gabbiano nella libertà dei cieli, patisce la stessa solitudine umana, anche il cardellino che pigola al sole è solo, come il poeta stesso che si identifica con l’usignolo di emozioni al tramonto.

Gavino Puggioni

La vita è un urlo non udito (…)  in un infinito sconosciuto. Quest’urlo lo alza, ancora, il Puggioni puntando il dito contro la nostra civile indifferenza rispetto alle guerre, al male, ai soprusi, alla realtà quotidiana fatta di annichilimento, spersonalizzazione totalizzante, illusioni ampiamente distribuite.

Nel sogno che è la scrittura il Poeta, coprendo metaforicamente di veli gli affanni, consente alla mente di trovare ristoro e riposo da tutto questo. Mentre il nulla avanza nel trionfo dell’effimero e la misera umanità rotola in rifiuti solidi umani,  mentre tutte le preghiere a qualunque dio sono inutili, il Nostro fa esercizi di nostalgia, inevitabili, tra il nulla dei cieli e l’attesa di una porta / che rimarrà chiusa/  per sempre.

Ma non è un dolore arido quello di Gavino Puggioni: urlavo urlavo/ e non sentiva/ quella voce mia/ strozzata dal dolore/ piena d’amore. La sua penna gli dice di continuare a parlare…/ d’amore sano/ d’amore sincero/ pulito/ d’amore per tutti/ di quell’amore che non trovi.

Quale sogno e desiderio resiste, dunque, a rendere degna la presenza umana nel mondo? Che un’unica vera religione regni e un’unica divinità sia adorata e custodita per il bene del genere umano, chiamata “vita e amore”, unica possibile ed efficace risposta al male che ingoia il pianeta e i suoi abitanti.

 

 Written by Katia Debora Melis

 

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“In un punto imprecisato oltre il silenzio” di Romeo Aracri: camminando a ritroso tra i versi di una vita

Romeo Aracri, medico e appassionato d’arte, cui dedica interessanti pagine critiche, già autore di racconti apparsi in varie riviste, corrispondente su stampa locale, ha collaborato con numerose riviste culturali e, nel 2016, è arrivato alla pubblicazione del suo primo libro, In un punto imprecisato oltre il silenzio, Edizioni Thoth.

In un punto imprecisato oltre il silenzio

La silloge poetica è corposa, introdotta dalle illuminanti parole di Lorenzo Malta, che ben conosce l’Autore, e dalla prefazione di Davide Piserà: due contributi importanti che ripercorrono genesi, struttura e tenore dell’opera, fornendo utili informazioni al lettore, senza svelare troppo, ma introducendolo al mondo interiore dell’Aracri che fa tutt’uno con la sua produzione poetica.

Poesie come cartine di tornasole, capaci di restituire emozioni e vissuti di Romeo Aracri senza tramite di velami o troppe metafore. È palpabile in ogni pagina l’immediatezza di uno spirito giovanile, adolescenziale, in lotta col sentimento, tipico della sezione terza, che costituisce l’esordio poetico dell’autore, con liriche coeve e perciò vivissime e non filtrate da una rivisitazione a posteriori, senza filtri e senza reti di protezione, dunque.  Molto di questa tensione, di questo costante slancio in avanti, con fughe prospettiche in varie direzioni del tempo e dello spazio, permangono come costante anche nei componimenti delle altre sezioni.

La tripartizione interna dell’opera segue una visione rovesciata, presentando la produzione poetica dell’autore in ordine cronologico inverso: la prima parte-quella più ampia- riporta le ultime composizioni, quelle degli anni della maturità, oltre che biologica, sentimentale, professionale e artistica dell’autore; nella seconda parte troviamo componimenti degli anno ‘80-’90 che segnano l’intermezzo giovanile, mentre l’ultima sezione riporta liriche adolescenziali degli anni ’60-‘70.

La terza sezione, frutto del vissuto più recente porta seco l’esperienza maturata e i frutti di un equilibrio sentimentale e di una sicurezza sempre cercati, con fatica conquistati nel tempo, ma mai sentiti, comunque come stabili e duraturi. La poesia è schietta e vibrante, pulsante di vita vera, intensamente vissuta.

Tutto appare più pacato, ormai, nel mare calmo della memoria, dominata in quasi ogni pagina da figure femminili dai connotati spesso evanescenti, ma complessivamente positiva, forte, dominatrice del cuore maschile e della sua mente.

Molti gli addii e i giorni che hanno lasciato immagini sfocate / di rimpianto; partenze e distanze costellano ancora la vita del poeta che è, poi, vita di ogni uomo. Molto vive ormai solo nella dimensione del ricordo e pare che per il sentimento amoroso non possa esserci neanche ora certezza: Quanto tempo passa / tra un “ti amo” e un “addio”? Così anche l’angoscia dell’abbandono resta sempre dietro l’angolo.

Romeo Aracri

L’animo è adulto, meno ondivago, ma sempre inquieto come quando (Parte seconda) nelle serate estive davanti ai fuochi sulla spiaggia bruciava la voglia del domani / quando non era che fantasia e si vivano giorni di difficile equilibrio dei sentimenti (…) solo sete d’amore nel cuore (…) solo pianto negli occhi.

S’insinua ancora, anche in età giovanile e nella prima età adulta, di quando in quando, il pensiero della morte, ora in immagini più aperte, ora in altre simboliche e la vita, in queste righe sembra trascorrere continuamente tra sonno e veglia, in bilico tra angosce e solitudine, rabbia e voglia di gridare forte la testarda speranza di un ragazzo innamorato.

Segue quel filo degli esordi (Parte terza) di amori e consolazioni solo vagheggiati, come a 17 anni, con la consapevolezza che mille volte si muore in amore e dove continui e stringenti sono i richiami alla poesia sepolcrale, ma sempre con uno squarcio verso la luce e uno slancio volitivo.

Uomo senza domani sono io (…) Eppure spero scriveva l’Autore nella sua adolescenza e tale ancora resta la sua disposizione positiva verso gli altri, verso i sentimenti, verso la vita, grazie alla sua capacità di lasciare la porta aperta all’amore, alla speranza, al domani, con un impegno costante nel tempo, a livello professionale, sociale e culturale con la sua opera che proclama i valori dell’umano attraverso il bello della poesia e delle arti.

 

Written by Katia Debora Melis

 

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“Figli di terracotta” di Katia Debora Melis: genesi di una generazione precaria in cui la poesia è scandalo

Figli di terracotta” è una silloge poetica di Katia Debora Melis, edita da Edizioni Thoth nel 2016.

 

Figli di terracotta

Inizia come la Bibbia, questa raccolta di poesie, con una genesi mitica e carnale che sa di canti religiosi la cui eco ancora risuona nei nuraghi di un’Isola antica.

Quando il Sole/ ha ingravidato la Terra/ è diventato padre di tutti i padri/ e la Terra, forte,/ si è lasciata plasmare./ Nacquero figli di terracotta.” – “Siamo noi”.

Siamo noi, figli imperfetti, fragili, con crepe infinite.

Siamo noi, terribilmente umani, non eroi, ma esiti dell’umana fattura: solo terracotta. Ed ecco Don Abbondio farsi strada fra i ricordi: il vaso destinato a perire fra fratelli fatti di ferro, in un’epoca senza misericordia.

Ma i figli di terracotta di Katia Debora Melis lo hanno eccome un “cuor di leone” e su di esso affondano gli artigli impietosi e ruggiscono in notti senza stelle, dove non ci sono re della foresta, ma solo schiavi.

Siamo noi, che cerchiamo nell’oscurità i contorni del viso di chi ci ha generato, camminando su orme antiche, in precario equilibrio, senza certezze come compagnia, ridicole parodie di antica semenza.

Siamo noi, con il sangue nero, linfa di quercia, e con la barba o la lunga chioma color ebano, a piangere pioggia d’autunno e a nutrirci di sola panna di neve.

Eppure la genesi non trova epilogo nell’apocalisse: non c’è pessimismo senza speranza nei versi di Katia Debora Melis.

Siamo noi che, infatti, ci aggrappiamo alla vita impavidi, sfidando il gelo in trincea, come soldati della Parola che si fa arma bianca fra i boati delle bombe di un mondo in lotta con se stesso.

Siamo noi, poeti senza rima, che mostriamo coraggio perfino a soffrire e che abbiamo solo pietre e clessidre immobili come memoria: sarà il fuoco a bruciare i sassi e a bruciare le false lapidi che ci vogliono morti prima ancora di nascere davvero.

Katia Debora Melis

Sembra ancora uno strano autunno/ quest’annuncio di una primavera/ strozzata/ e tu lo senti/ nell’aria/ che a fatica/ col respiro corto/ aspiri./ Voglia/ tanta voglia/di una stagione della vita/ che ti permetta/ di sbocciare finalmente/ al sole./ Nubi che tornano,/ minacciose e nere,/ a volte,/ passeggere e lente./ Provo a darti/ per talea/ quel piccolo germoglio/ di sereno/ che ogni giorno rosicchio a un mondo/ che non conosce/ più/equilibrio di stagioni”.

Siamo noi, in attesa di primavera e estate, con il fiato rotto dal pianto e dalla corsa, frammenti di un albero antico, piantati nella terra a fare radici da soli, per generare figli al futuro dai nostri ventri come otri, che risuonano dello scandalo della poesia.

Siamo noi, folli dispensatori di versi affidati al vento. Siamo noi e lo saremo. Siamo noi e vinceremo.

Sento un bisogno matto/ di radicare/ in questo tempo/ con tutto lo stupore/ che ho addosso./ Radicare/ per fare fronde e fiori/ dai colori che ho vissuto/ e che ho scritto/ in ogni giorno/ che/ soffiata dal vento/ sono volata via”.

 

Written by Emma Fenu

 

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Presentazione del libro il 17 settembre 2016 alle ore 19:00 presso il Circolo La Marina Sankara di Cagliari

 

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“Pose di nudo” di Katia Debora Melis: l’anima si svela nei suoi tratti più intimi

“Poi ti guardano/ e ti sorridono/ e la stanchezza si frantuma.” – Figli

 

Pose di nudo

La poetessa di origini milanesi Katia Debora Melis, sarda d’adozione, presenta una raccolta di brevi liriche dal titolo Pose di nudo” (Edizioni Thoth, 2015). Aforismi che si concentrano sull’anima, di una poesia che, nuda, si offre a chi la sa cogliere.

L’opera vera e propria è divisa in tre parti, con la prefazione del critico letterario Marzia Carocci. Tre “pose” distinte, quasi si trattasse di un set fotografico che cattura scatti intimi di una modella, immaginata di spalle e pudica, mentre invita ad indovinare qualcosa di sé.
La poesia/ è una posa di nudo/ dell’Anima.”

Tra metafore, dicotomie e similitudini, di cui la silloge è pregna, si scorge l’atteggiamento della poetessa che si pone in qualità di “osservatore”; ella cerca di mantenere una giusta distanza, e mette in guardia chi legge: “io so/ dei molti aforismi là fuori…”, incapace di oltrepassare o ripercorrere gli errori commessi.

Grande è l’importanza che viene data alla parola. L’autrice vorrebbe esprimersi al meglio, senza perdersi in quel tumulto di “suoniparole”, non a caso un termine concepito tutto di seguito, al fine di fomentare quella sensazione di imperante caos. In lei, invece, si avverte un sentimento trattenuto, che le fa sempre fare un passo indietro, tacendo di un rimorso definito “perverso”.

L’attimo, effimero, è perso: “Così,/ quando potevo/ non potei./ Ora/ non posso.”, come se si fosse perso il momento giusto per parlare. Si può solo indovinare, o percepire fra le righe.

Il giudizio trema, in un’Apocalisse che è quella creata dalla mente, prigione e retaggio di tempi andati e futuri. L’impeto della giovinezza lascia il posto a discorsi più maturi e pacati, “fucina di ogni decenza”.

Katia Debora Melis

In un tramonto che pare infinito, la fame “asseta” e, dice l’autrice, non c’è più rispetto per quella carne che è sacra perché portatrice di vita. Una poetica costruita di piccoli gesti, di “nuvole sul cuore”. Dove tutto può cambiare, e niente è definitivo. Soprattutto, ogni cosa è interpretabile a seconda di chi legge. Dobbiamo quindi evitare di mettere etichette o creare stereotipi.

Nell’ultima parte, dopo la “Sala prove”, alcune liriche sono state riprese, e tradotte in inglese e poi in francese. L’immediatezza del messaggio, si fissa nella semplicità e nelle dolcezza delle due rispettive lingue, incidendo nel profondo o nella bellezza esteriore dei versi.

Proprio come una modella che si denuda. Bella, nella sua fisicità, ma suggestiva nella concezione che lascia.

 

Written by Cristina Biolcati

 

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“Gli anni dei sogni brevi” di Franco Pagnotta: tra strade strette e polverose torna a battere forte il cuore

Nato nel 1951 a Filandari (Vv), Franco Pagnotta è stato docente fino al 1990 in Lombardia poi ancora nella sua Calabria, dedicandosi sia alla scrittura, con opere di poesia, narrativa, teatro dialettale, che all’attività giornalistica. A gennaio 2016 ha pubblicato Gli anni dei sogni brevi (Edizioni Thoth), un vero e proprio viaggio di ritorno alla sua terra d’origine.

Gli anni dei sogni brevi

Un itinerario a ritroso nel tempo, in spazi ben definiti, ben noti, sicuri, si compie con totale naturalezza: la memoria ha custodito ogni esperienza, ogni dettaglio e i suoi contorni con cura e ora, prima che questo piccolo mondo un po’ antico scompaia per sempre, ricuce ogni possibile strappo col passato, con garbo, rispetto e amore.

La narrazione di Pagnotta procede limpida, per piccoli quadri, tutti tra loro collegati dalle personali e familiari vicende, nello spirito comunitario, semplice e solidale di un paese della Calabria che fu, simile in tutto, o quasi, a gran parte dei paesi e delle contrade del profondo sud dell’Italia tra anni ’50 e ’60.

L’autore ripercorre le fasi dell’infanzia, della fanciullezza e adolescenza, con qualche breve cenno soltanto all’età adulta, quasi vissuta come una colpa da espiare nei confronti del suo mondo, della sua terra che, come il padre, gli zii, tanti amici e conoscenti prima di lui avevano dovuto, temporaneamente o definitivamente abbandonare, alla ricerca di lavoro.

L’emigrazione come destino spesso crudele, sradicamento, perdita d’identità e affetti, di contro a un orizzonte che ora, dalla lente distanziatrice del tempo, è mostrato forse più bello, idillico e sopportabile di quanto in realtà non fosse. Ma non è ingenuo né stolto Franco Pagnotta: sa bene quanto dolore, quanti sacrifici, rinunce, disillusioni siano costati a generazioni di cafoni delle terre quegli spazi di tempo a volte troppo lento, quei colori di un cosmo in cui ogni cosa aveva il suo colore, ogni mamma aveva un sogno per i suoi figli, i figli avevano i loro piccoli sogni di cose semplici, anche se non sempre raggiungibili, ma tutto si proiettava in un tempo mai troppo lontano.

Erano anni di vita alla giornata e la proiezione massima era di stagione in stagione, secondo i cicli della terra e della produzione che era, poi, lo scandirsi della vita, della sopravvivenza stessa. Meden agan, non si desiderava il troppo, ci si accontentava e si desideravano comunque cose conosciute, poche, dunque. E l’anima vibrava e si addolciva per poco, un tenero abbraccio, un carezzevole sguardo, forse raro, ma per questo ancor più desiderato, della madre, del padre.

E se allora i bambini ogni sera, nell’ascoltare le storie che gli adulti ripetevano da generazioni ai pargoli prima di andare a dormire, aspettavano sempre che arrivasse il finale bello e questo non arrivava mai perché quelle favole erano metafore della vita contadina e cafona, oggi Franco è cresciuto e con la sua penna ha raccontato un altro finale, di una storia forse uguale a tante altre che ha sentito, ma che ha dalla sua parte un elemento in più: quello della comprensione che mancava all’età fanciulla.

Franco Pagnotta

Se il vocabolario era povero, come la vita, gli sguardi dicevano ciò che i silenzi solo in parte potevano nascondere. Tutti avevano un cuore, e in tutti lo si vedeva… ai poveri erano proibite anche le parole. Tuttavia gli occhi sapevano guardare tutto con meraviglia, negli sguardi c’era un mondo, ci si sapeva stupire per poco e volare con l’immaginazione. Un patto segreto d’amore tra la terra e i suoi figli, spezzato spesso per cercare una via d’uscita alla povertà estrema, fine di una, di molte favole che nessuno ha più raccontato.

In un mondo in cui tutto era un po’ poco, si parlava poco del domani: nulla andava buttato, neanche il sogno di un domani migliore.

Pagine tutte da assaporare, intrise di magia, verità, poesia, fatte di cose semplici, d’affetti forti, capaci di fare la via del ritorno verso casa, quello vero, un ritorno del cuore nella casa dei suoi giorni più veri: non conta più quanto tempo è passato. Questa è pura catarsi e Pagnotta l’ha realizzata per sé e per altri cento, mille cafoni della terra: no, loro non l’hanno mai lasciata. Lei nemmeno li ha lasciati: forse è lei il vero cappotto verde della storia.

 

Written by Katia Debora Melis

 

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“Guerra d’amore” di Maria Teresa Cipri: trasformare la guerra in amore si può

Anche se nata nel 1955 a Roma, dove tuttora vive, lavorando presso il Ministero dell’Economia e delle finanze, Maria Teresa Cipri ha una calabresità nel sangue che non è rimasta sopita tra le pagine della vita familiare o in mezzo a quelle chiuse del ricordo: il suo ultimo romanzo, Guerra d’amore, edito nel 2015 da Edizioni Thoth, è un riallacciarsi continuo alla terra calabra.

Guerra d’amore

Senza idillio e senza rimprovero alla sua terra e alla sua gente, alle loro asprezze, alle miserie, piccole e grandi, la Calabria non scompare di certo tra le tante e tante pagine dedicate a Roma, Venezia e alle altre grandi città in cui si muovono i protagonisti della narrazione.

Quanto sia bella, densa e reale la copertina (realizzata dall’autrice stessa) come lo è la storia di questo libro, il lettore potrà capire e apprezzare dopo essersi inoltrato nella lettura che, pagina dopo pagina, riesce a conquistare, coinvolgere e quasi travolgere il lettore, trasportandolo dentro la vite di Salvatore, in primis, di Michelangelo e del divino Dante, di papi, di grandi uomini politici, di umili abitanti della provincia calabrese o della Roma di borgata.

E viene spontaneo chiedersi il perché del titolo, non tanto perché non sia azzeccato, ma per l’esatto contrario: un titolo che parla della Guerra, quella della grande storia, e delle guerre piccole, combattute sul fronte o in retroguardia, con la durezza della vita, con se stessi, con i propri familiari, coi propri sentimenti. 

E poi l’amore. Quale amore? Non quello dozzinale, né quello melenso o quello carnale e passionale, ma forse tutti questi e molti di più, in una cornice onnipresente di sconfinata bellezza, la grande bellezza dell’Arte italiana e della sua Letteratura, che lungo il corso discendente dei secoli viene fino a noi e continuamente ci parla, ci fa sentire a volte uniti, a volte popolo disperso, orgogliosamente fieri o dolentemente orfani.

Il libro ci parla dallo scavo profondo e intimo di uno smisurato amore, quello dell’autrice per il padre, scolpito e ritratto per noi, pagina dopo pagina, minuziosamente, messo a nudo lui e, insieme a lui, la sua famiglia, sua moglie, l’altra parte della medaglia, l’esempio degli opposti che non si attraggono ma che, respingendosi, persistono, affermandosi quali punti lontani in equilibrio perennemente instabile.

Maria Teresa Cipri

I figli poi, Teresa e Luigi, la loro formazione, la loro vita all’ombra delle lezioni dei grandi Maestri di vita, e della Parola e del Numero, interpretati quali espressioni della pienezza del senso nella vita umana, Letteratura e Matematica, capaci di creare mondi e universi e di rendere liberi i loro cultori.

Leggendo Guerra d’amore non si può non “soffrire” in qualche modo, ma anche gioire e sorridere sugli squarci d’ironia dell’autrice, non si può non provare forme d’amore o sentire vibrare uno spirto guerrier. La forza di questa storia è che attraversa ed è attraversata da una Storia che è anche nostra o, forse, è che anche noi siamo suoi, e il suo merito è riportarci un qualcosa che, se ancora non è perduto definitivamente, ci potrà ancora appartenere per sempre.

A ognuno il piacevole e sorprendente compito (o regalo) di scoprire cosa questa lettura affascinante, ricca e vibrante, oltre che fortemente istruttiva, riconsegnerà al termine di una lunga, lunghissima, guerra d’amore.

 

Written by Katia Debora Melis

 

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“Voci ai confini dell’anima” di Maria Tosti: le tappe faticose del cammino della vita

L’autrice perugina Maria Tosti esordisce presso il pubblico dei lettori con Voci ai confini dell’anima, Edizioni Thoth, 2014, con testi in italiano, francese, spagnolo e inglese, offrendoci le tappe faticose di un cammino, quello della vita, durante il quale ha affiancato ai fatti personali, agli accadimenti concreti, le voci poetiche sgorgate in tappe che si snodano tra il 1985 e il 2014.

Voci ai confini dell’anima

Immagini naturali come paradigmi della vita umana, ricorrono, si combinano variamente tra loro, nel difficile tentativo dell’autrice di trovare risposte alle tante domande, di scoprire un senso, di arrivare a una meta che, comprendendoli, trascenda passato e presente, li oltrepassi in una dimensione più stabile e definitiva.

Vivere è camminare, a volte smarrendosi a volte peregrinando, accompagnandosi sempre alla solitudine, consustanziale all’esistenza stessa. La vita dell’anima si muove e trova riferimenti e referenti negli elementi della natura, sempre presenti, non solo come sfondo, ma come protagonisti partecipi: cielo, vento, sole, luna, stelle, nubi, alberi e foglie, spesso quasi personificati, a volte immagine di altro, prettamente umano, come nella coppia Sole-Luna/Uomo-Donna, che si cercano, si sfiorano, ai confini tra il giorno e la notte, si rincorrono, ma mai del tutto si appartengono, se non nel disegno del Tempo, onnipresente e onnicomprensivo.

Se, come sembra, non si fugge al dolore e alla sofferenza, stella della vita si accende nel buio la speranza, e il verso sgorga spontaneo perché necessario, in quanto consapevole che una sola parola può spezzare il silenzio. Difficile guarnire tutto con l’allegria, come l’autrice pare suggerire agli altri ma, in primis, a se stessa, quando si vive la tristezza come maledizione. Tuttavia il cammino della vita, proprio per questo, spesso si fa corsa, anche per dimenticare, per cercare la propria libertà di uomini, per smarrirsi nella Natura fino a appartenerle totalmente. La corsa da se stessi, poi, spinge verso la meta ambita: raggiungere l’irraggiungibile.

Maria Tosti

Solo si può perseverare se si mantiene, nonostante tutto, la capacità di osservare, stupirsi, conservare la meraviglia, pur in una stagione che pare essere per l’anima quasi un autunno perenne, di grigio, di pioggia e foglie secche sbattute dal vento.

Ma la consapevolezza del limite terreno fa aprire i propri occhi (della mente e del cuore) finestre di cielo / spalancate sul mondo / a cogliere l’essenza della vita; allora si percepisce l’esistenza di un posto lontano dal mondo…un posto nel cuore di ognuno / dove regnano le cose migliori. Per raggiungerlo è necessario far vivere la speranza, con molta costanza, superare il dolore con tutto l’amore possibile: Non avrai pace se non coltiverai la speranza – ci dice Maria Tostiaggrappati a ciò per cui vale la pena lottare.

In quello stretto spazio in cui la ragione cede il passo al cuore, là per l’autrice s’incardina la fede in un oltre che soddisfa la sete d’infinito, dove conducono i passi pellegrini / alla ricerca dell’anima.

 

Written by Katia Debora Melis