“Il paradiso probabilmente” film di Elia Suleiman: alla Palestina, ai suoi familiari e al critico John Berger

“Dove voleranno gli uccelli/ oltre l’ultimo cielo?” Mahmoud Darwish

Il paradiso probabilmente
Il paradiso probabilmente

Presentato in anteprima al Cinema Palestrina di Milano, è finalmente uscito nelle sale italiane distribuito da Academy TwoIl paradiso probabilmente”, titolo italiano per “It must be haven”, l’ultimo film di Elia Suleiman, menzione speciale all’ultimo Festival di Cannes.

Lo scrittore-regista-attore, perennemente vestito con cappotto e cappello e senza dire una parola per tutto il film, presta il suo volto allo spirito della Palestina e contemporaneamente alla crescente “palestinizzazione” di un mondo trasformato in un gigantesco stato di polizia rivendicando esplicitamente: “Nei miei film precedenti ho cercato di rappresentare la Palestina come un microcosmo del mondo, qui voglio mostrare il mondo come un microcosmo della Palestina”.

Un mondo violento e paranoico dove tutti sono armati e si guardano con sospetto gli uni gli altri che il regista scopre dopo essere fuggito da Nazareth dove il suo vicino, mentre ammette candidamente: “Non sto rubando”, invade ogni giorno di più la sua proprietà, coltivando la terra e distruggendo gli alberi in una chiara denuncia non solo degli insediamenti ma dell’intero sistema del colonialismo.

Arrivato a Parigi, si lascia ammaliare da bellissime ragazze con vestiti firmati che diventano ben presto manichini in video loop che si sfiorano senza mai incrociarsi con immigrati relegati a pulire sullo sfondo di una città vuota.

Solo polizia e militari che controllano il nulla (il perimetro di un bar all’aperto in una scena divertentissima o un’auto parcheggiata ispezionata da tre poliziotti su scooter elettrici in una splendida coreografia ripresa dall’alto) mentre si vede rifiutare i finanziamenti al suo film perché “non abbastanza palestinese”.

E a New York va anche peggio: nonostante gli sforzi di Gael García Bernal, il suo progetto di una commedia sulla pace in Medio Oriente viene liquidato con un “è già abbastanza divertente così”.

Ma le vere protagoniste in America sono le armi: onnipresenti e portate da tutti con noncuranza sulle spalle o a tracolla usate per catturare una ragazza con ali d’angelo e una bandiera palestinese; Palestina misconosciuta visto che il tassista si lancia in un improbabile discorso di geopolitica attorno a un tale “Karafat”.

Il paradiso probabilmente
Il paradiso probabilmente

Tre luoghi che si equivalgono in un unico non-luogo, con una serie di tableau vivant di immagini in movimento che provocano uno stato di choc alla Benjamin e un’estrema attenzione da un lato al suono e dall’altro al silenzio di Suleiman, silenzio amplificato dalla sequenza finale tra gli uliveti rendono questo film, che riprende molto della precedente filmografia, una surreale ed efficacissima critica politica.

Dedicato “alla Palestina, ai suoi familiari e al critico John Berger”, Il paradiso probabilmente è stato prodotto dalla francese Rectangle Productions e Nazira Films, dalla tedesca Pallas Film, dalla canadese Possibles Media e dalla turca ZeynoFilm, in associazione con il Doha Film Institute, Wild Bunch, Le Pacte, Schortcut Films, Maison 4: 3, the Arab Fund per arte e cultura e KNM.

 

Written by Monica Macchi

 

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