“Uccelli di rovo” di Colleen mcCullough: i sentimenti negativi sono i più frequenti nel romanzo

Sto leggendo “Uccelli di rovo e non so se avrò mai una reazione scritta al libro. Poi scopro che la precedente frase è l’inizio della reazione.

Uccelli di Rovo - Bompiani
Uccelli di Rovo – Bompiani

Il libro è perfetto, nel senso che, finora, dice tutto al lettore, anche le faccende più intime dei protagonisti, lasciando poco spazio alla sua fantasia. Questo non significa che non ci siano dei misteri, proposti o solo accennati, ma si ha la sensazione che basterà arrivare alla parola fine e si avranno tutte le risposte. Qualcuno è onnisciente e occorre confidare in Lui (in questo caso Lei). Perciò ricomincio da capo ché, se il cosmo è tondo come dicono, da lì ricomincerà ad accadere ogni evento.

Il romanzo (corale) inizia con il compleanno di Meghann (Meggie), l’unica figlia femmina di una nidiata sempre crescente di figli. Genitori: una (che pare) quasi assente (dal punto di vista psicologico), Ma’ Fiona (Fee), e un grezzo ma bonario Pa’ Padraic Clery (Paddy). La bimba, nella prima riga del romanzo, l’8 dicembre del 1915, fa quattr’anni e riceve per dono Agnese, una bambola bellissima di cui s’era innamorata, dopo che l’aveva scorta sul banco di un negozio a Vahiné.

Passo alla seconda parte.

Le successive, e pur densissime, 61 pagine le salto (nella descrizione, non nella lettura), fermandomi giusto un attimo per cogliere l’età di Padre Ralph: “Ventotto”. Nove pagine dopo, Frank (il più grande dei fratelli e l’unico che lavora) “mise la tazza sul tavolo e uscì per dare da mangiare ai cani, augurandosi di poter piangere o di poter uccidere qualcuno. Qualsiasi cosa che potesse scacciare la sofferenza.”: è un preannuncio della sua disgraziata vita.

A pagina 77 Ralph conosce la piccola Meggie:Ma è splendida!” dice. “La più soave, la più adorabile bimbetta che avesse mai veduto; capelli di un colore che sfidava ogni descrizione, né rossi, né dorati, una fusione perfetta di entrambi i colori.”

Lei è il più bell’uomo che abbia mai veduto, Ralph de Bricassard.Disse, con analogo entusiasmo, la settantenne Mary Carson, zia orrendamente ricca di Meggie. Intanto, Ralph, che doveva darsi una rinfrescata “… le rise tra i capelli mentre con le dita sbottonava le mutande di cotone…”.

“La conosceva e si sentiva del tutto sicuro domandando: ‘Vuole che faccia all’amore con lei Mary?’”

La vecchia non raccolse, anzi, replicò alla provocazione con acuta acidità.

Al che: “Nudo, Padre Ralph discese dalla veranda e rimase in piedi sul prato rasato…

Ralph è un prete fatto a modo suo. Quando la piccola Meggie stava insistendo a voler entrare a tutti costi a vedere Frank che sfidava i campioni di boxe, esclamò: “Oh, merda!” E poi si domandò (anzi, mentalmente lo chiese a Meggie): “Perché tocchi il mio cuore insensibile?”. Ovvio che il prefisso in sia qui fittizio.

Dopo aver vinto 20 sterline, avendo sostenuto vari incontri senza perderne manco uno, dopo un alterco, Frank disse al padre (putativo e che l’aveva rimbrottato): “Non sei migliore di un vecchio cane merdoso che corre dietro a ogni cagna per ficcarle dentro il suo aggeggio!”. Nella risposta successiva di Paddy, scoprì finalmente la verità su chi non è suo padre.

Padre Ralph stava osservando Meggie con tenerezza…”.

Poco dopo, notando l’atteggiamento scondito verso la nipote, chiese a Mary Carson: “Perché non le piace?”. La risposta non si fa attendere: “Perché piace a lei.” Mary “… in quel periodo era gelosa di ogni momento che Padre Ralph trascorreva nella casa…”, insomma era gelosa dell’infanta adorabile. A Ralph la cosa non dispiaceva, per cui esprimeva fra sé e sé la sua soddisfazioneosservando il proprio fascino agire su un soggetto stizzoso e caparbio come Mary Carson.”

I sentimenti negativi sono i più frequenti nel romanzo. Frank odiava il padre adottivo. Mary e Fee non si sopportavano. Anche Ralph ogni tanto cessava di essere cristiano e si fece una volta prendere da un odio improvviso verso Fee, che non aveva avvertito l’ormai quindicenne Meggie del suo menarca: “… un’ira tanto grande verso Fee, che avrebbe potuto ucciderla”. Ci pensò lui a educarla in merito. Con analogo spirito “Padre Ralph aveva educato Meggie a cavalcare” (e a nuotare, parecchi anni dopo).

Meggie e il sacerdote erano scomparsi da un pezzo. Mary Carson sedette pesantemente allo scrittoio, avvicinò a sé un altro foglio di carta e ricominciò a scrivere.”

Grande festa a casa Carson. Tutti gli adulti ballavano. I figli di Paddy e Fee no, perché nessuno gliel’aveva insegnato. Quella sera Fee sembrava quasi felice, per la prima volta in tutto il romanzo. “Meggie si era fatta tagliare i capelli corti il più possibile”.

Li aveva un po’ troppo ricciuti, naturalmente, ma le stavano meglio corti che lunghi.

Mary Carson aveva deciso di indossare un vestito di seta bianca, pizzo bianco e bianche piume di struzzo. Fee la fissò stupidamente strappata alla sua consueta indifferenza. Era così assurdamente nuziale, così grossolanamente inadatto…

Finita la festa, Mary bestemmiò Dio, sbeffeggiando subito dopo il nome di quell’idiota di Faust, che fu così incapace di trattare con Satana, e confessò a Ralph che avrebbe venduto l’anima al diavolo per essere giovane, svelando infine il suo amore: “Se fossi stata più giovane, l’avrei conquistata in un modo diverso…

Glielo disse chiaramente: “Io l’ho amata”.

Il prete non volle ammettere questa possibilità.

Lei lo ribadì:Si sbaglia. L’ho amata. Dio, quanto!”

Ralph volle sapere perché odiava tanto Meggie.

Ma già glielo aveva detto!Perché lei, Ralph, l’ama!”

Non in questo senso! È la bambina che non potrò mai avere, la rosa della mia vita. Meggie è un’idea, Mary, un’idea!

Mary gli annunciò che quella notte sarebbe morta. Gli chiese un (primo e ultimo) bacio d’amore, da darsi ovviamente in bocca. Ralph si ritrasse disgustato. Lei lo definì impostore per sei volte. E irrise malamente la sua mascolinità.

Ma intanto gli aveva consegnato una lettera sigillata, che lui avrebbe dovuto leggere dopo la sua morte, e prima del suo funerale.

È per lei!” disse, e ridacchiò, “Lo strumento del suo destino, Ralph, ecco che cos’è. La mia ultima e più efficace stoccata, nella nostra lunga battaglia.”

Il vecchio ragno”, così la chiamò Ralph, non era ancora morta, che già egli urlava dentro di sé: “Dio la faccia imputridire, Dio la faccia imputridire!

Morì quella notte, come aveva previsto, lasciando a un mondo schifato una salma pestifera.

Come puzzava! Oh. dio, peggio di un cavallo morto, nella frescura del pascolo. Lo schifava toccarla nella morte come nella vita.”

Stava imputridendo sotto i nostri occhi.”

Dio la facesse imputridire” – pensò ancora (Padre) Ralph.

Nonostante le finestre spalancate, il cattivo odore era divenuto un fetore da far vomitare.

Prima di morire Mary Carson gli aveva detto che alla fine l’avrebbe definitivamente sconfitto.

Hai vinto, ma quale vittoria. Il trionfo di una disintegrata caricatura di umanità contro un’altra caricatura. Non puoi sconfiggere la mia Meggie, Né puoi toglierle ciò che non ti è mai appartenuto. Potrò anche bruciare all’inferno accanto a te, ma…”

“Non ho mai visto un cadavere decomporsi così rapidamente. Se non la rinchiuderà decentemente in una qualsiasi sorta di bara entro poche ore, dovrà versarla in un fusto di petrolio.”

“Non perda tempo per abbellire la bara; la ricopra con rose colte in giardino o con qualcos’altro. Ma si sbrighi, amico!”

“Puzza come l’inferno, Meggie, non è vero?”

Ralph decise di abbandonare Drogheda, per evitare la tentazione Meggie. La fuga equivaleva allamorte di un’idea che non aveva il diritto di nascere”. Meggie gli chiese, sconsolata, se l’avrebbe sposata se non fosse stato un prete.

Non chiamarmi sempre così! Il mio nome è Ralph.”

Sentiva i piccoli seni appuntiti contro il petto; una sensazione curiosa, sconvolgente.”

I due si baciarono sulla bocca, perché lei lo volle, riuscendo nel suo intento “più per fortuna che per abilità”.

Quando Ralph iniziò l’elogio funebre “… taluni giurarono che gli occhi di lui erano colmi di scherno, ma altri, con altrettanta sicurezza, sostennero che li offuscava un vero e perenne dolore.” Dopo le esequie, bisognò affrettarsi a seppellire il cadavere: “… nonostante le finestre spalancate e il profumo prepotente delle rose, tutti potevano percepire il fetore del cadavere.” Anche il medico ne era rimasto schifato: “Al mio arrivo a Drogheda era talmente decomposta che non ho potuto fare a meno di vomitare.” Si usò un carrello, perchénessuno era disposto a portare a spalla i resti di Mary Carson.”

“… e nessuno si dispiacque quando le porte di…”

E che riposi in pace, finalmente, quell’orrore esecrabile!

Inizia la terza parte (e si riaprono finalmente le finestre).

Fee,quando tutto sembrava perduto”, non pensò alla possibile morte di sé e dei suoi figli, ma, disse: “non mi veniva in mente altro che il mio cestino di lavoro, il maglione lasciato a mezzo, la scatola di bottoni messa in disparte per anni, le forme per torte, a cuore, che Frank mi fece anni fa. Come avrei potuto sopravvivere senza? Tutte le piccole cose… che non possono essere sostituite o acquistate in un negozio.” Il discorso, che una volta sentii fare in modo simile da una mia amica, che fu quasi sul punto di morte, mi emoziona tantissimo. Ed esprime in tutto e per tutto la caducità della vita in genere, umana in particolare. In questa parte vengono neutralizzati in due colpi immediati i consanguinei che più amano Meggie.

Colleen mcCullough
Colleen mcCullough

Ciascun libro ha più sentieri di lettura. Per capire quello che è tuo, devi percorrerli tutti. Li devi leggere e basta. Ora io seguo direttamente il mio, gli altri li ho soltanto puntellati con paletti che sbiadiranno negli anni.

Appena furono esplose due particelle familiari di Meggie, comparve, per caso, improvvisamente, quella altissima di Ralph. Meggie “scivolò fuori dalla poltrona e gli strisciò tra le braccia… Ralph era venuto, si trattava del trionfo del suo potere su di lui, non aveva fallito.” Sentite le due ferali notizie, Ralph “non disse altro, ma la tenne stretta e la cullò come se fosse stata una bambina…

“… poi, senza riflettere, la baciò. Fu un impulso confuso che non affondava le sue radici nel desiderio; soltanto un’offerta istintiva, quando ebbe veduto che cosa si celava negli occhi grigi. Un qualcosa di distaccato, un sacramento di tipo diverso.”

Ralph si eraammaccato le costole” durante l’atterraggio dell’aereo.

“… Il dolore venne dimenticato, la Chiesa venne dimenticata, Dio venne dimenticato. Trovò la bocca di lei, l’aprì a forza, avidamente, desiderando di lei sempre qualcosa di più…”

Meggie, ti amo, ti amerò sempre. Ma sono un sacerdote, non posso… semplicemente non posso!”

Invece, alla richiesta di un bacio da parte della vecchiarda Mary Carson, aveva semplicemente risposto: “Mary, sono un sacerdote! Non posso!” Perciò gli fu dato dell’impostore. Ma anche ora: “Si rese spiacevolmente conto che, in qualche modo, Meggie si sentiva delusa da lui…”

Nella quarta parte, c’è poco da segnalare, a parte una specie di itterizia che colpisce Luke O’ Neill, casuale e abnorme marito di Meggie, una gravidanza di lei e, se non erro, il suo bel parto (la bimba si chiamerà Justine).

Soprattutto, vorrei sottolineare due minime gestualità di Ralph:

“… aveva accavallato le gambe. Un atteggiamento effeminato per un uomo, ma si trattava di un sacerdote e pertanto la cosa non rivestiva molta importanza; eppure c’era in lui qualcosa di intensamente virile, gambe accavallate o meno.”

Inoltre: Il prelato sorrise amaramente e unì le mani magre, bellissime, così da formare il tetto a sesto acuto di una chiesa.”

La quarta parte si chiude con l’inevitabile incontro amoroso, in un luogo appartato, fra Meggie e Ralph.

Desidero qui ricordare che il nerboruto Luke, di primo acchito, parve a Meggie bello quasi come Ralph, alto quasi come lui, capace di far innamorare le donne quasi come lui.

Perché l’hai sposata, marrano?!

Luke ammette che: “… il denaro mi ha influenzato, ma l’ho sposata perché mi piaceva più di tutte le altre”. In realtà Luke avrebbe sposata anche una donna brutta come il diavolo pur di realizzare un suo antico desiderio: comprare un terreno su cui costituire un allevamento di pecore e bestie varie.

Nel frattempo Meggie è rimasta di nuovo incinta e qui svanisce (nel nulla?) la quarta parte.

La quinta, che potrebbe benissimo figurare come la prima di un secondo libro della saga, inizia con Maggie che, dopo aver abbandonato definitivamente, Luke, se n’è tornata in famiglia, a Drogheda. Nasce un figlio, a cui la mamma dà il nome Dane. Ambedue i nomi dei suoi figli li ha scelti lei e solo lei.

Ralph si reca in Italia. Sbarcato a Genova, raggiunge Roma, ma per lui “la sola cosa che contasse era un’altra parte di Roma, il Vaticano, con i suoi sontuosi saloni pubblici e le sue…”

Qui inizia la tragedia, quella dell’uccello che canta una sola volta nella vita, che cerca senza requie il rovo da cui sarà trafitto, e dove inizierà il suo primo e ultimo gorgheggio. E poi morrà.

Ralph confessa al suo Cardinale una lunga serie di peccati: di fatto si era limitato a non osservare il voto di povertà, di castità e di obbedienza. Viene affettuosamente perdonato e rincuorato.

In questa sezione, si assiste al dialogo terribile fra le due protagoniste (almeno fino a qui) del libro: “Io ti godo, Meggie, come non potrò mai godere i miei figli. Una femmina è una tua pari. I maschi non lo sono, sai. Sono solamente pupazzi indifesi che mettiamo in piedi soltanto per poterli buttare giù a nostro piacere.” Meggie la fissò con gli occhi spalancati.Sei spietata. Ma dimmi, allora in che cosa sbagliamo? ‘Nascendo’rispose Fee.

È da ponderare il fatto che qualche anno prima aveva detto che, per una mamma, contavano solo i figli maschi. E che una figlia femmina era solo una sua semplice e modesta continuazione. È lo stesso ragionamento, ma ora cambia però lo spirito che accompagna le parole.

La quinta parte spira serenamente con una situazione di deja-vu. Tornato da Roma per una breve vacanza, Ralph va a Drogheda, vede quel bimbo meraviglioso, e poi va a letto con la solita Meggie.

E domani celebrerò la messa! Ma questo è domani e la magia è scomparsa da un po’. Rimangono ancora la notte, e Meggie. L’ho desiderata. Anche lei è un sacramento.

Le ultime righe della quinta parte sono assai importanti: altro fondamentale scambio di battute fra Meggie e Fie:

“Se soltanto potessi fare qualcosa!”

“Puoi. Comportati semplicemente come hai sempre fatto. Ti sono molto grata. Sei diventata una mia alleata.”         

Nella sesta parte, dedicata al figlio di Ralph, colgo un dialogo fra Dane e Meggie:

“Mi farò prete… Intendo dedicarmi completamente al servizio di Dio, offrire a Lui tutto ciò che ho e che sono, quale suo sacerdote. Povertà, castità e ubbidienza. Egli non chiede di meglio ai suoi serve che presceglie. Non sarà facile, ma lo farò.”

La mamma strepita che non è d’accordo, ma gli prepara subito la strada, inviandolo a Roma, da (Padre, in tutti i sensi) Ralph.

Divertente il dialogo fra Justine e una sua amica scioccherella, che quando scopre che quest’ultimo diventerà prete dà del finocchio a Dio.

Potresti avere ragione” disse Justine. “Senza dubbio, non ama molto le donne, in ogni caso.” (alludendo a Nostro Signore).

Dane raggiunge (suo) Padre Ralph (che non ha ancora capito di esserlo per davvero), il quale gli pone stringenti e cogenti domande sulla sua scelta di vita. Le risposte di Dane sono degne di suo papà. Non ne sbaglia mezza.

Dopo svariati anni di seminario, Dane è ordinato sacerdote. All’uopo, da Drogheda giunge un carico di zii del futuro prete, compreso Frank (nel frattempo uscito di prigione, dopo appena trent’anni di detenzione per omicidio). Ma non sono arrivate le donne. Fee è troppo in là negli anni. E Ma’ Meggie non è voluta venire.

Tanto tempo prima, Meggie aveva detto al suo Ralph: “‘Qui siamo a Drogheda, Ralph. Ti avevo avvertita, qui appartieni a me, non a Dio.’E, poco dopo: “‘È questo che non capisco. La sofferenza.’ Le sbirciò la mano posata con tanta dolcezza sul suo braccio, e che pure lo faceva soffrire in modo così intollerabile. ‘Perché la sofferenza, Meggie?’”

“‘Domandalo a Dio, Ralph’”, disse Meggie. “‘È lui l’esperto in fatto di dolore, no? È stato Lui a fare di noi quello che siamo. Ha creato l’universo. Per conseguenza, ha creato anche il dolore.’”

Si era parlato anche di germi e di virus. “Per nulla imbarazzato, Dane si fece il segno della croce e si appoggiò alle ginocchia di Ralph de Bricassart. ‘Faremmo bene a pregare non è così?’”. Dane era ancora un ragazzetto ingenuo e privo di papà.  “Il cardinale abbassò lo sguardo sul suo capo biondo e sorrise.

Ma torniamo ora al giorno dell’ordinazione, in cui Danegiaceva sui gradini, a faccia in giù, come se fosse morto. A che cosa stava pensando? Aveva in sé una sofferenza che non avrebbe dovuto esserci, perché sua madre non era venuta?

Ah! Sorge in me qualcosa di molto emozionante quando incontro uno che ci crede. Ma come può, mi dico, costui confidare nell’esistenza di quell’atroce figura che è stata creata ad hoc dalla mente avida degli uomini? Eppure, finché ci sarà un singolo essere, fosse pure l’ultimo degli idioti, che crede in Dio, in me non sarà mai spenta la speranza.

Non so se sarebbe lo stesso, se si discorresse di canne da zucchero, del tipo di quelle che giornalmente quel tapino di Luke (il marito disperso di Maggie, per chi non lo ricordasse) taglia a centinaia.

Ognuno ha il suo ideale da perseguire. Entrambi gli uomini di Meggie l’hanno scelta per la sua unicità, e poi si sono allontanati immediatamente, per perseguire affari più importanti.

Ralph ha scelto Dio. Luke le canne. Cambia molto?

Meggie è la protagonista di una storia d’amore più deliziosamente abbandonata di tutti i tempi! Intanto, però, l’amico di Justine, il tedesco “Rainer soffriva… per il Cardinale Ralph, che aveva assistito all’ordinazione di suo figlio, senza saperlo.” E anche perché questi, a sua volta, penava all’idea della sofferenza di Dane, a cui la mamma era mancata all’appuntamento, nel momento più importante della sua vita. Anche lui, del resto, ignorava che era invece presente l’altro genitore.

Bisogna ammettere che, nei dialoghi, la cara Colleen risulta sempre naturale e icastica. Solo quelli di Justine mi sono parsi, alla prima impressione, alquanto artefatti. Essi lo sono, in quanto Justine è una miscela di spontaneità terribile, e spesso ingrata, e di greve invenzione teatrale. La miglior battuta del romanzo è sua, anche se è solo pensata, mentre sorseggia una birra gelida: “Piccoli sorsi da signora, Justine, anche se sei più arida di un sermone di seconda mano.” Il fatto che nel testo vi siano molti suoi pensieri non virgolettati, mi dà da pensare. Non è che la cara Colleen c’entra in qualche modo in ciò? Chi può dirlo ormai? Chissà in quale personaggio avrà seminato il suo horcrux prevalente?!?

Da quando Justine è a Roma, si è acuita in me una strana sensazione di leggera nausea, del tipo di quello che provoca l’odore di melassa. Intanto, Justine si è accorta che i suoi zii, che da sempre l’hanno quasi ignorata, sono ora contenti che lei si sia accalappiata un riccastro come Rain.

Bei tempi, quando quella spregevole suoraccia maltrattava i fratelli di Meggie, ma soprattutto quest’ultima, in quanto squattrinati. Ora sono tutti ‘sti personaggi sono fastidiosamente riccastri.

Quando poi Justine comprende che Rain è “invincibile” (ma perché i rapporti di coniugio devono essere sempre così fondati sull’agonismo?), finalmente perde per un attimo la sua verginità mentale.

Questo accade mentre, a Creta, Dane incontra, finalmente, il suo unico, perfetto e infinito amore! Il suo ardente rovo! “Cré Nom” ! e “Machache”! Urlerebbe a questo punto della storia il pio Arthur!

Colleen è onnicomprensiva, capace cioè di parlare con eguale competenza di sesso, di ovini, di religione, di rovi, di canne da zucchero, di malattie e di ogni altra corbelleria umana. Basterebbe questo per farla definire una brava scrittrice. È però grande (e quasi malvagia) la sua acutezza psicologica.

Uno scrittore a cui mi va di paragonarla è il Ken Follett de “I pilastri della terra”, libro ugualmente diverso da quello che ho ora tra le mani: cioè molto simile e, al contempo, parecchio eterogeneo. Una delle principali differenze è che Ken si occupa di venditori di lana, mentre Colleen preferisce farla produrre.

Ogni volta non riesco a non sorprendermi sulla capacità, malefica e semi-divina, che ha l’uomo (la donna, in questo caso) di ricreare un mondo che non è mai realmente accaduto, se non nella sua testa, e poi nella mia, e in quella di tutti gli altri lettori. Se avessi avuta la ventura di vedere la mini-serie televisiva, forse il conflitto che nasce in me in casi come questi, sarebbe ancora più accentuato. È questo mondo di adesso, che mi pare reale, oppure lo era quello in cui vivevo prima di visitarlo, o quello che giaceva fino alla settimana scorsa, inerte, nel libro di Colleen, oppure quello in cui Richard Chamberlein indossava la rossa tonaca dell’arcivescovo de Bricassard, che, poi, in altro universo ancora, s’infilava il camice del giovane Dr. Kildare?

Interrogativi vacui, ma soprattutto senza risposta.

Un’altra domanda idiota: quando uno scritto è corto come questo, il suo autore lo rilegge spesso e lo lima, principalmente per delle piccolezze. In modo analogo credo si comporti anche l’autore di lied e di sonate varie. Questo capita anche a sinfonisti come Mahler e ai romanzieri magniloquenti?

Un altro pensiero non allegro: ‘ste saghe dannò l’idea che o si muore giovani (rendendo felici gli dei), o s’invecchia terribilmente e poi si tirano le cuoia.

La settima parte è dedicata (a parte le mesti notizie dei decessi di Ralph e del suo protettore) al coronamento d’amore fra Rain e Justine. Il lieto fine non riesce a rallegrarmi. In fondo, non m’interessa granché la loro felicità, vorrei invece sapere dove vadano a finire ‘ste amene coppie, una volta re-imbucate nel grosso tomo che ha contenuto tanta sofferenza e tanta speranza e che si chiude forse per anni e si ripone in uno scaffale di una polverosa libreria.

La Saga dei Cleary mi è stata manifestata, così, per caso, anzi, meglio, perché la mia adorata figlia, che non insiste mai a sproposito, m’ha imposto di leggere il romanzo della cara Colleen!

Quien sabe?, direbbe Tex Willer.

E il prode Luke O’ Neill?

Che fine ha fatto, il miserrimo?

La stessa Colleen, a cui l’ho domandato, ha nicchiato senza rispondere.

Immaginandolo assai indaffarato nel suo lavoro agricolo, ho deciso di scrivergli una brevissima lettera e quello, incredibilmente, mi ha risposto in capo a cinque soli mesi:

Non ci vorrà ancora molto, credo. Qualche anno ancora nelle piantagioni di canne da zucchero dovrebbe farmi arrivare in porto. La vecchia schiena mi duole un po’, adesso, ma posso ancora tagliare canne insieme ai migliori, otto o nove tonnellate al giorno…

Buon lavoro, vecchio mio!

In fondo sei soltanto un povero arruffone, che cerca quotidianamente, con animalesco ardore, la salvezza economica in questo bestiale e immondo mondo basato sul bieco profitto!

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Uccelli di Rovo, Colleen mcCullough, Bompiani

 

Commenta

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: