Intervista di Alessia Mocci ad Andrea Parravicini: vi presentiamo “La mente di Darwin”

Intervista di Alessia Mocci ad Andrea Parravicini: vi presentiamo “La mente di Darwin”

Mar 14, 2019

“[…] ritengo che un dialogo serio e produttivo tra scienza e filosofia sia oggi quanto mai prezioso. Perché da un lato la filosofia non può fare a meno di confrontarsi con la scienza, altrimenti rischia di divenire una pratica autoreferenziale che non ha più alcun contatto con le problematiche concrete degli esseri umani. Andrea Parravicini

Andrea Parravicini

Andrea Parravicini è assegnista di ricerca al Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano, e collabora con l’Unità di Ricerca in Filosofia e Storia delle Scienze Biologiche presso il Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Padova.

Ha conseguito il Dottorato di ricerca in Filosofia all’Università degli Studi di Milano (2011), durante il quale ha condotto le sue ricerche sul pensiero di Charles Darwin e del filosofo americano Chauncey Wright, sulla storia dell’evoluzionismo e del darwinismo e sulle sue relazioni con l’origine e lo sviluppo della corrente filosofica del Pragmatismo americano.

Dopo una collaborazione con il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Milano, ha successivamente ottenuto un assegno di ricerca post-doc di 27 mesi al Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Padova (2014-2016) per coordinare le attività e condurre ricerche per il progetto internazionale dal titolo “The Hierarchy Group: Approaching Complex Systems in Evolutionary Biology”, co-diretto dall’eminente paleontologo americano Niles Eldredge e dal filosofo della biologia Telmo Pievani.

Ha tenuto diverse conferenze di profilo internazionale sia in Italia che all’estero, tra cui in Brasile, negli Stati Uniti, in Canada e in diversi Paesi europei. I suoi interessi di ricerca spaziano dalla filosofia della biologia alla filosofia americana, dalla storia del pensiero biologico all’evoluzione umana.

È autore di diversi libri, capitoli in volumi collettanei e articoli per riviste italiane e internazionali. L’intervista sottostante verterà sul volume edito dalla casa editrice mantovana Negretto Editore La mente di Darwin” (2009).

 

A.M.: Gentile Andrea sono lieta di potere dialogare con lei riguardo “La mente di Darwin”, libro edito dalla casa editrice Negretto Editore esattamente dieci anni fa. Come nasce l’interesse per Charles Darwin e la teoria dell’evoluzione?

Andrea Parravicini: Gentile Alessia, lietissimo di questo dialogo. I miei interessi verso Charles Darwin e la teoria dell’evoluzione, e in generale per le tematiche biologiche, sono nati molto tempo fa, già dal periodo degli studi liceali. Avevo, già a quel tempo, forti interessi verso la filosofia, ma ritenevo che le domande più interessanti, in quell’ambito, fossero in fondo quelle che concernevano il vivente, le sue origini, il suo rapporto con l’ambiente e con gli altri viventi, e poi ciò che ci rende umani, la genealogia del nostro corpo e del nostro comportamento moderno, e così via. Per questo motivo, quando mi iscrissi al Corso di laurea in Filosofia, lo feci soprattutto con quel tipo di domande in testa. E così dedicai la mia tesi, sotto la supervisione di Rossella Fabbrichesi, proprio alla figura e al pensiero di Darwin, le cui opere lessi con estremo interesse, attraverso uno sguardo filosofico-genealogico, come mi aveva insegnato Carlo Sini nei suoi indimenticabili corsi tenuti all’Università Statale di Milano. La tesi fu molto apprezzata e mi fu proposto di ricavarne un libro, che fu poi pubblicato dall’editore Negretto, con il titolo “La mente di Darwin”. Dopo la pubblicazione del libro ho continuato a occuparmi di filosofia della biologia e di temi evoluzionisti, tant’è che ho fatto ricerca in quest’ambito per alcuni anni al Dipartimento di Biologia dell’Università di Padova, presso la prima cattedra italiana di Filosofia delle Scienze Biologiche in un dipartimento scientifico. Attualmente ho un assegno di ricerca all’Università degli Studi di Milano dove cerco di intrecciare questi temi “biologici” con ricerche nell’ambito di quella corrente filosofica chiamata “Pragmatismo americano”.

 

A.M.: “Ogni scienza ha la sua filosofia”. Perché è fondamentale far dialogare la filosofia con la biologia e le altre scienze?

La mente di Darwin

Andrea Parravicini: Il pensiero filosofico è stato il terreno di coltura, potremmo dire, dal quale la scienza moderna è nata e si è sviluppata. I metodi utilizzati dallo scienziato, la definizione delle aree di ricerca, i limiti epistemologici che separano i diversi territori scientifici sono il frutto di uno sviluppo storico che prende avvio dalle riflessioni del pensiero filosofico, da cui l’impresa scientifica si è resa sempre più autonoma, prendendo infine una propria traiettoria indipendente. Ma nonostante questa indipendenza, è importante rilevare che ogni scienza poggia inevitabilmente su una propria serie di decisioni filosofiche implicite, che spesso non vengono messe adeguatamente a fuoco e che costituiscono la sua peculiare prospettiva, la lente a partire da cui osserva i propri fenomeni. Perciò, come scrive uno dei padri della Sintesi Moderna, Ernst Mayr, riguardo al pensiero biologico,

“A seconda che un autore aderisca all’essenzialismo o al pensiero popolazionale, che creda nel riduzionismo o nell’emergentismo, che stabilisca o meno una chiara differenza tra cause prossime o cause ultime, tutte queste fondamentali differenze ideologiche saranno quelle che determineranno le teorie biologiche per lui accettabili. Per questa ragione il cambiamento e la sostituzione di singole teorie scientifiche sono molto meno importanti nella storia della scienza di quanto non lo siano la nascita e il declino delle principali ideologie che possono influenzare il modo di pensare degli scienziati. Studiare le principali filosofie degli scienziati è compito molto arduo poiché raramente si tratta di posizioni articolate. Sono in gran parte assunzioni tacite, e accolte in modo così incondizionato da non essere neanche mai espresse. Lo storico della biologia incontra alcune delle sue difficoltà più grandi quando tenta di svelare queste tacite assunzioni e chiunque tenti di mettere in discussione tali “eterne verità” si scontra con fortissime resistenze[1].”

Il rilievo del grande biologo, nonché fine storico delle discipline biologiche, trova numerose conferme lungo tutto l’arco della storia del pensiero sul vivente, e risulta a tutt’oggi valido, considerando i dibattiti e le differenti correnti e impostazioni che attualmente si affrontano e si confrontano nel variegato panorama della biologia contemporanea. Si pensi poi al ruolo che le convinzioni filosofiche più profonde e radicate negli uomini di scienza e nel senso comune hanno giocato (e ancora giocano) nel produrre resistenze, fraintendimenti, travisamenti nei confronti della stessa teoria darwiniana. Questa opposizione, si badi, non giungeva solamente dai difensori di un’ideologia “fissista” o “creazionista”, ma anche da quegli stessi evoluzionisti che, sostenitori di teorie progressioniste, ortogenetiche, o cosmico-teologiche (che tanto proliferarono a partire dall’epoca di Darwin e Spencer), univano all’idea di evoluzione la convinzione tenace di una sua tendenza finalistica verso una meta ultima, magari guidata dalla provvidenzialità di un disegno divino. Non è affatto un caso che il nucleo teorico centrale della teoria darwiniana, quel principio di selezione naturale che così efficacemente aveva contribuito all’accettazione quasi immediata del “fatto” dell’evoluzione all’interno della comunità scientifica, paradossalmente sia stata per un lungo periodo rifiutata e fraintesa quasi da tutti, compresi quegli scienziati e filosofi che si dichiaravano seguaci di Darwin. E non riuscì ad imporsi in modo convincente fino alla grande Sintesi Moderna degli anni trenta-quaranta del Novecento. I motivi più importanti di questa opposizione generalizzata possono senz’altro essere ritrovati nell’ambito di quelle profonde e radicate convinzioni filosofico-ideologiche cui si riferisce Mayr, che, nel caso qui menzionato, mettevano in scena un’idea, di matrice finalista ed essenzialista, del mondo e dell’uomo, che la teoria di Darwin e la filosofia che sottostava a quella teoria, erano seriamente intenzionate a rovesciare dalle fondamenta. La logica e la filosofia di fondo che Darwin con la sua teoria proponeva (una visione basata su un divenire evolutivo non finalistico, che può procedere in tutte le direzioni, come un albero o un corallo, in cui gli eventi contingenti hanno un ruolo cruciale e l’essere umano non è affatto il prodotto finale di un disegno divino ma non è altro che uno dei ramoscelli non necessari dello stesso albero dell’evoluzione) si scontrava cioè direttamente con la filosofia di stampo finalista e antropocentrico dominante ancora nella seconda metà dell’800.

Per tutto questo, dunque, ritengo che un dialogo serio e produttivo tra scienza e filosofia sia oggi quanto mai prezioso. Perché da un lato la filosofia non può fare a meno di confrontarsi con la scienza, altrimenti rischia di divenire una pratica autoreferenziale che non ha più alcun contatto con le problematiche concrete degli esseri umani. Come scrive John Dewey, “La filosofia riconquista se stessa quando cessa di essere un mezzo di trattare i problemi dei filosofi e diventa un metodo, coltivato da filosofi per trattare i problemi degli uomini[2]. D’altro lato, però, neppure la scienza dovrebbe fare a meno della filosofia, del suo contributo alla formulazione, al chiarimento o alla critica di interpretazioni, ipotesi o teorie, e all’analisi rigorosa dei concetti e delle idee a esse associate, per non parlare delle analisi e della presa di coscienza dei presupposti ideologici taciti a cui si riferiva Mayr. Ma soprattutto non dovrebbe fare a meno del contributo della filosofia riguardo alle riflessioni concernenti la dimensione propriamente etica, sociale, politica, che costituisce, potremmo dire, l’orizzonte di senso in cui anche la prassi scientifica, con le sue verità, si inscrive. La filosofia, potremmo dire in breve, ha il compito etico di formare una visione consapevole, di mostrare cioè che dietro ai concetti e alle teorie, che spesso il senso comune e gli scienziati stessi prendono come verità date e indiscutibili, c’è il frutto di un lavoro, di un percorso storico, di una sedimentazione di sensi e di significati, di verità che mutano, di pratiche che si susseguono.

 

A.M.: Darwin è celebre per aver decretato la fine del tradizionale modo di intendere l’evoluzione ma in che modo la sua visione è rimasta legata alla fisionomia platonica?

Andrea Parravicini: La teoria darwiniana ha rovesciato qualsiasi visione di stampo essenzialista e finalista, tipica ad esempio dei teologi naturali, secondo cui gli individui viventi non sarebbero che la ripetizione di “essenze”, di “forme” poste fin dall’inizio, pre-formate e immutabili, a guidare lo sviluppo di tutti i viventi. Le differenze tra gli individui erano considerate, in quest’ottica essenzialista, qualcosa di accidentale e insignificante: ciò che importava era isolare l’essenza, l’archetipo, la forma. Perciò, la logica sottostante a questa visione di tipo platonico era quella per cui il risultato di un processo viene indebitamente retrocesso all’origine come antecedente causale del processo stesso: la forma del cavallo adulto, ad esempio, diventa l’essenza della cavallinità e viene retrocessa all’origine come causa che dirige il processo nel suo sviluppo in ogni individuo di quella specie. Ma questa non è che una “fallacia genetica”, perché, come amava ripetere Stephen Jay Gould, riferendosi soprattutto al rapporto tra forme e funzioni, le cause dell’origine storica di un processo non devono mai essere confuse con i suoi risultati attuali.  

Charles Darwin

La cosa interessante è che anche coloro che si professavano evoluzionisti, prima o dopo Darwin, molto spesso non si svincolavano, di fatto, da questo schema di ragionamento che pone all’inizio il risultato di un processo, intendendolo come quell’essenza che agisce dietro al processo e lo guida alla meta. In qualsiasi teoria preformista, o ortogenetica, o in qualsiasi evoluzionismo cosmico, come quelli che fiorirono tra Ottocento e Novecento, soprattutto in America sulla scia dell’evoluzionismo darwiniano e spenceriano, il processo evolutivo veniva concepito come un movimento predeterminato diretto verso uno stadio finale, o tendente alla realizzazione di una meta stabilita fin dall’inizio. In fondo, anche i padri della Sintesi Moderna, quando sostenevano che Homo sapiens fosse il prodotto di un’evoluzione lineare, in cui una specie per volta soppiantava la precedente manifestando un bipedismo più marcato, un cervello più grande e una intelligenza più sviluppata, in direzione di Homo sapiens, non facevano che riprodurre la medesima logica di stampo implicitamente teleologico. Darwin, proponendo la sua visione ad albero, per cui l’evoluzione può procedere in tutte le direzioni, attraverso una molteplicità di rami o traiettorie evolutive senza alcuna direzione predefinita o necessaria a priori, rovesciava completamente la logica che dominava il pensiero essenzialista o finalista.

Nonostante questo, come ho cercato di mostrare ne La mente di Darwin, sembra che il naturalista inglese non sia riuscito del tutto a svicolarsi da quella logica platonico-essenzialista che egli aveva inteso rovesciare. In Descent of Man Darwin sosteneva una visione gradualista riguardo ai poteri di associazione mentale, di deduzione e di osservazione che, dagli animali inferiori, passando per quelli superiori, fino ad arrivare all’uomo, vanno da una forma rozza e debole di associazione fino a giungere a quella capacità molto complessa di formare concetti astratti e catene di ragionamento, che caratterizza la mente umana. La differenza, quindi, diceva Darwin, fra le facoltà mentali dell’uomo e quelle degli altri animali, non sarebbe tanto di ordine qualitativo, ovvero una differenza sul tipo di capacità e di funzioni possedute, quanto invece di tipo quantitativo, ovvero sarebbe una questione di grado in cui le medesime facoltà, in differenti misure, sono presenti nelle varie forme organiche.

A Darwin premeva mostrare che le facoltà mentali che la metafisica aveva sempre attribuito esclusivamente all’uomo, tracciando una netta linea di demarcazione netta fra la natura umana e quella animale, in realtà si trovano già in molti altri animali, anche se in grado minore o in forma “incipiente”. Gli animali non umani non sono macchine animate, come vogliono i cartesiani, ma, in potenza, hanno le stesse facoltà dell’uomo. Ammesso questo, Darwin aveva preparato il terreno per una spiegazione evolutiva dell’origine delle facoltà umane. Eppure, proprio su questo punto, il grande scienziato inglese mostrava di non sapersi svincolare del tutto dalla medesima logica platonica che egli aveva inteso rovesciare. Egli non solo accettava a-problematicamente tutta l’impalcatura metafisica, che irrigidiva, trasformandole in essenze, le facoltà mentali, esattamente come i naturalisti “ortodossi” facevano con le specie animali, per cui sarebbe scontato che nell’uomo ci siano “la ragione”, “l’immaginazione”, l’“emozione”, la “volontà”; non solo, ma anche “retrocedeva”, immutata, tutta questa impalcatura al mondo animale. Questa operazione, che concepisce le facoltà umane come già preformate, anche se in grado minore, incipiente, nella mente animale, è ancora una volta una palese retrocessione del risultato all’origine, la presupposizione di ciò che si vorrebbe “vedere” emergere evolutivamente e spiegare. Proprio questo era il modo di ragionare, come si è detto, della tradizione essenzialista, che utilizzando la strategia tipica della filosofia platonica, presupponeva le forme, considerandole esistenti a-priori e lasciandole inspiegate. Aggiungiamo, oltretutto, che una tale retrocessione appiattisce e lascia incompresa quella ricchezza di differenze, che innegabilmente si osserva, pur nel rifiuto di ogni divisione metafisica o ontologica, tra l’agire umano e quello animale.

Non va però dimenticato che tutto ciò che stiamo dicendo, in qualche modo, lo dobbiamo proprio a Darwin, grazie al quale si è avviata per la prima volta la possibilità concreta di una comprensione genealogica della specie umana e della sua mente, intese come emergenze evolutive da uno sfondo animalesco. In Descent of Man, dunque, Darwin stava cercando di riallacciare i fili che ci legano profondamente all’animale, e per farlo non poteva permettersi di andare troppo per il sottile: se l’uomo era considerato fino a quel momento una creatura completamente e inconciliabilmente separata dal mondo animale, egli doveva cercare in tutti i modi di appiattire le differenze e rimarcare l’“umano” nell’animale.

 

A.M.: Il caso Wallace è considerato “una coincidenza a dir poco sorprendente”. In dieci anni di studio ha rintracciato altre coincidenze di questo tipo?

Andrea Parravicini: Darwin sviluppò la sua teoria negli anni compresi tra il 1839 e il 1844 e ne scrisse due abbozzi, rispettivamente nel 1842 (un breve abbozzo della sua teoria della selezione) e uno nel 1844 (un ampliamento di quel primo abbozzo, molto simile a quella che sarà l’organizzazione, lo scopo, e gli elementi essenziali dell’argomentazione presenti ne L’origine delle specie). Darwin però decise di non pubblicare i due scritti, occupandosi di altro, in particolare allo studio dei cirripedi. Solo nel settembre del 1854 tornò a occuparsi del problema delle specie, rileggendo e selezionando per ben venti mesi le sue note. Nel maggio del 1856, su suggerimento del famoso geologo e amico Charles Lyell, iniziò a scrivere un abbozzo delle idee maturate dopo tanto lavoro, col risultato che lo scritto tra le mani di Darwin divenne sempre più ampio fino ad assumere un tono quasi enciclopedico. Arrivò a scrivere dieci capitoli del libro che avrebbe dovuto chiamarsi Natural Selection, finché il 18 giugno 1858 giunse inaspettatamente il saggio di Alfred Russell Wallace (1823-1913), che diede luogo a uno dei casi più famosi della storia della scienza.

Alfred Russell Wallace

Wallace, un botanico suo corrispondente che stava conducendo le sue ricerche nell’arcipelago malese, gli aveva inviato uno scritto, con preghiera di pubblicarlo, in cui sorprendentemente veniva esposta, pressoché identica, la teoria dell’origine delle specie per selezione naturale cui Darwin stava lavorando ormai da circa un ventennio. “Se Wallace avesse avuto il mio abbozzo manoscritto redatto nel 1842, non avrebbe potuto farne un riassunto migliore!”, scrisse Darwin sconsolato a Lyell. In effetti colpisce questa coincidenza (persino negli esempi scelti!), tanto che, come ha scritto Telmo Pievani, questo rimane “uno dei casi più eclatanti di congiunzione di due processi di scoperta paralleli e indipendenti[3].

Questa situazione imbarazzante venne risolta con reciproca soddisfazione mediante la pubblicazione, negli atti della Società Linneana, dello scritto di Wallace insieme a un breve riassunto delle idee di Darwin. Tuttavia, la prima enunciazione pubblica della teoria dell’evoluzione per selezione naturale, quasi incredibilmente, fu pressoché ignorata. A quel punto Darwin accelerò la pubblicazione della sua opera, riducendone drasticamente l’entità e tagliando molti dei riferimenti all’ampia bibliografia consultata, che egli si riprometteva di riportare in una successiva edizione in più volumi (ma che non finì mai). Questo abstract, come lo chiamava Darwin, fu pronto nel giro di poco più di un anno e apparve il 24 novembre 1859 col titolo On the origin of species by means of natural selection or the preservation of favored races in the struggle for life. Le 1250 copie di quella prima edizione si esaurì lo stesso giorno.

Si può dire che spesso le scoperte scientifiche “sono nell’aria” e dunque certe coincidenze nelle formulazioni di ipotesi o nel raggiungimento contemporaneo di determinati risultati scientifici sono anche il frutto di un particolare contesto, di un certo clima culturale e sociale, che spinge verso determinate direzioni le attività umane di cui la scienza è una pratica tra le più importanti e significative. Perciò non sono mancati altri casi, nel mondo scientifico, dove due studiosi siano arrivati alla medesima scoperta o a formulare la stessa teoria più o meno contemporaneamente. Si pensi ad esempio alla celebre controversia per la paternità del telefono, o ad altri casi, anche recenti, di studiosi che giungono alla medesima scoperta simultaneamente, come quella che riguarda il virus del HIV. A volte, inoltre, tali episodi rivelano ingiustizie palesi, spesso contro le donne, come nel caso eclatante (e amaro) della scoperta della doppia elica del DNA che vide protagonisti i lavori di Rosalind Franklin, che furono determinanti ai fini della scoperta da parte di Watson e Crick, che si sono guadagnati, a spese della collega morta quattro anni prima, il Nobel per la medicina nel 1962 senza uno straccio di riconoscimento. O come nel caso della scoperta dei cromosomi sessuali, con un’altra grande scienziata, Nettie Stevens, giunta alla scoperta nello stesso anno di Edmund Beecher Wilson, ma a lungo ignorata o osteggiata.  

Tornando al caso Wallace-Darwin, possiamo dire che esso non solo è stato uno dei casi dei più eclatanti della storia della scienza e un bellissimo esempio di grande lealtà tra due gentlemen britannici di fronte a un’imprevedibile coincidenza, ma esso ci mostra anche come spesso un misto di contingenza storica e convergenza direzionata governi non solo il mondo vivente, ma anche l’evoluzione delle idee.

 

A.M.: Dall’evoluzione spiegata in grafica come un albero ramificato all’evoluzione più simile ad un corallo con ramificazioni irregolari. Il foglio-mondo di Darwin è l’unico modello che racconta la storia vera, oggettiva e naturale delle forme viventi? È stata realmente compresa l’origine della genealogia dell’uomo e della mente umana?

Andrea Parravicini: Il processo evolutivo è tradotto da Darwin (e dai biologi evoluzionisti odierni) nella figura di un albero irregolarmente ramificato, che procede per moltiplicazione e divergenza delle specie e dei gruppi tassonomici al di sopra di esse, discendenti tutti da antenati comuni. Molto famosa è la prima indicazione riguardante l’immagine dell’albero irregolarmente ramificato (paragonata anche a un corallo) che troviamo nel Taccuino B del 1837, in un’epoca in cui Darwin stava elaborando una primissima versione della sua teoria dell’evoluzione.

Nell’Origine delle specie Darwin sviluppa questa immagine dell’albero usandola come un diagramma esplicativo dei probabili effetti dell’azione della selezione naturale sui discendenti di un antenato comune. Questa potente immagine del “branched tree” darwiniano diventa in effetti, da quel momento, uno schema universale, un foglio-mondo, per usare un termine di Charles Sanders Peirce, che intende riprodurre, a suo modo, le relazioni e l’intera storia di discendenze che legano insieme gli esseri viventi e quelli ormai estinti che si sono avvicendati dall’origine della vita a oggi. Gli scienziati odierni sono oggi impegnati a ricostruire fedelmente, sulla base di dati ed evidenze provenienti da differenti campi di ricerca, la storia filogenetica dei viventi, che include naturalmente anche il nostro genere, Homo. I rami dell’albero possono separarsi l’uno dall’altro in maniera graduale, divaricandosi senza salti, oppure, come nel modello dell’evoluzione punteggiata, separarsi bruscamente e rapidamente, per poi procedere senza alcuna trasformazione per lunghi periodi di tempo. Nonostante le divergenze sul modo di rappresentare l’albero filogenetico, oggi non c’è dubbio che il modello del tree thinking proposto da Darwin sia quello che gli scienziati utilizzano per raccontare la storia evolutiva della vita, indagando la sua origine, moltiplicazione, divergenza, e estinzione delle specie, dei generi, delle classi.

Andrea Parravicini

L’evoluzione umana non fa eccezione, anche se solo fino a pochi anni fa era molto diffusa, anche tra gli addetti ai lavori, l’idea che gli esseri umani si fossero evoluti in maniera differente rispetto alle altre specie appartenenti alla classe dei mammiferi. Era cioè prevalente, ancora fino alla seconda metà del Novecento, l’idea che l’evoluzione umana portasse con sé uno statuto di eccezionalità che la assimilava a una linea graduale la quale, in una progressione di forme una in fila all’altra, dalle prime scimmie bipedi portava a Homo sapiens passando attraverso alcuni stadi intermedi in un procedere progressivo e lineare. Niente a che vedere, insomma, con lo schema arboriforme o coralliforme suggerito da Darwin. Oggi, l’idea di un’evoluzione umana procedente come una scala del progresso è stata del tutto abbandonata, sulla base di evidenze sempre più numerose e convergenti che provengono da campi di indagine scientifica tra i più disparati. Questi stanno avvalorando l’idea che anche la storia dei nostri antenati ominidi si sia sviluppata in modo irregolare, ramificato, come è accaduto anche alle varie altre specie di mammiferi, e non abbia nulla di eccezionale, ma anzi rassomigli molto a un intricato e ramificato cespuglio. Anche il cosiddetto trend di encefalizzazione, cioè l’idea che a partire da 2 milioni di anni fa il cervello umano si sia ingrandito sempre più in modo graduale e lineare, è sempre più messo in discussione da importanti eccezioni, come mostra il ritrovamento di specie umane molto recenti dal cervello molto piccolo. Anche riguardo all’evoluzione dell’intelligenza umana, non è più sostenibile oggi la convinzione che essa si sia gradualmente trasformata di specie in specie, linearmente, sino a raggiungere le caratteristiche esibite da Homo sapiens. Il dibattito su questi temi è molto complesso e articolato, ma una delle sfide più interessanti attualmente è quella di pensare, anche riguardo all’intelligenza e al linguaggio, a un’evoluzione che procede ad albero, seguendo traiettorie differenti che spesso procedono a mosaico, coinvolgendo più specie coeve, fino a consolidarsi e stabilizzarsi solo alla fine del processo, dando luogo al tipo di mente simbolica e di linguaggio articolato che si osserva in Homo sapiens[4]. Ad ogni modo, la strada per comprendere come siamo diventati umani è ancora piuttosto lunga e accidentata.

 

A.M.: L’editore Negretto ha pubblicato nel 2014 un saggio di Giancorrado Barozzi che si sta diffondendo in ambienti ideologici vicini al mondo delle Associazioni e delle ong, “Altruismo e cooperazione in Petr A. Kropotkin” La quarta di copertina recita così: “The Mutual Aid, a factor of evolution fu pubblicato a Londra nel 1902 dallo scienziato e pensatore russo Pëtr Alekseevic Kropotkin (1842-1921). Per oltre un secolo l’atteggiamento della cultura ufficiale nei confronti di quest’opera d’importanza capitale oscillò tra l’ostracismo decretato dai sostenitori del cosiddetto “darwinismo sociale” e il tacito impiego delle sue scoperte da parte di antropologi e biologi. Le idee seminali in essa contenute hanno tuttavia trovato conferma pressoché in ogni ambito della vita sociale: dalla nascita delle società di mutuo soccorso alla diffusione della cooperazione, dal sorgere delle organizzazioni di protezione civile alla crescita d’iniziative legate al volontariato medico e assistenziale, sino alle manifestazioni di solidarietà popolare che scaturiscono in modo spontaneo per superare collettivamente gravi disastri e calamità. A centosettant’anni dalla nascita di Kropotkin e a centodieci dalla prima edizione in volume del Mutual Aid, con la presente pubblicazione ci si propone di divulgare la conoscenza di quest’opera anticipatrice e di accrescere ulteriormente la fama del suo autore, mostrando quanto le sue originali intuizioni sulla cooperazione e il mutuo appoggio, intesi come fattori evolutivi essenziali, abbiano validamente resistito alla prova del tempo e ancora oggi continuino ad alimentare dibattiti e ricerche di frontiera sia nel campo delle scienze naturali che in quello delle scienze umane”.

Secondo lei, nei testi di Darwin erano presenti concezioni “ideologiche” che potevano dar adito o giustificare le contrastanti interpretazioni del suo pensiero sul problema della “natura” egoistica o “altruistica” della specie umana?

Andrea Parravicini: Nei testi di Darwin non mi pare siano presenti concezioni “ideologiche” riguardanti la natura egoistica o altruistica della specie umana. Se è vero che la selezione naturale può essere interpretata (come di fatto è stata dagli esponenti del darwinismo sociale) come una forza dell’evoluzione che premia comportamenti egoistici che avvantaggiano gli individui, Darwin parlava però anche di “community selection”, soprattutto in Descent of Man, ovvero di un tipo di selezione che premia i comportamenti cooperativi e funzionali al gruppo in un contesto di competizione tra gruppi. La concezione darwiniana, dunque, lungi dal suggerire interpretazioni ideologiche, fa propendere per un tipo di spiegazione pluralistica e non ideologicamente atteggiata, in cui i processi evolutivi sono il prodotto di un concorso di differenti forze su più livelli che vanno identificate caso per caso. Certo è che dopo la Sintesi Moderna degli anni 30-40 del Novecento, volta a integrare insieme la nuova scienza della genetica con il nucleo della spiegazione darwiniana, si è assistito a un irrigidimento del paradigma evoluzionista in direzione riduzionista e selezionista. Questa prospettiva neodarwinista ha raggiunto l’apice negli anni ’60-‘70, enfatizzando una lettura della teoria darwiniana centrata sul potere onnipotente della selezione naturale, privilegiando gli schemi esplicativi dell’adattazionismo, della cosiddetta “ingegneria inversa” e del riduzionismo genetico. Ne derivava un tipo di interpretazione imperniata sulle dinamiche di fitness e di competizione tra individui all’interno delle popolazioni, sulle logiche del “gene egoista” cui anche i comportamenti cooperativi venivano ridotti, e sulla riduzione dei fenomeni macroevolutivi a quelli micro-evolutivi del “gradualismo filetico”. Essa sembrava perciò perfetta per giustificare “scientificamente” l’ideologia di una “greed philosophy” (per usare le parole del filosofo pragmatista Charles Sanders Pierce), una filosofia dell’avidità che a livello politico era facilmente traducibile in un appoggio all’ideologia neoliberista, centrata sull’esaltazione del laissez faire, della competizione selvaggia, dell’individualismo. Questi esiti tipicamente socialdarwinisti, di fatto, si sono materializzati quando questa impostazione ultra-darwinista si è rivolta alla costruzione ambiziosa di una scienza dell’uomo. Come sapeva bene William James, filosofo pragmatista e amico di Peirce, il sogno di una scienza dell’uomo che si mantenga perfettamente neutrale è un ideale difficilmente realizzabile: il sogno di dire la “verità” dell’essere umano, con la pretesa, possibilmente, di aggiustare questa “verità” a proprio vantaggio, nasconde infatti un disegno eminentemente politico, che va smascherato. La sociobiologia nata negli anni ‘60-‘70 e la psicologia evoluzionistica emersa poco dopo, in fondo, non erano che le propaggini (iper-semplificate) di questa visione ultra-darwinista combinata con i capisaldi del darwinismo sociale di matrice spenceriana, che negli Stati Uniti si era diffusa ampiamente fin dalla seconda metà dell’Ottocento. L’obiettivo dei sociobiologi e psicologi evoluzionisti di ridurre la società a prodotto dei nostri geni, esattamente come il nostro corpo, o di destituire di qualsiasi fondamento il concetto di altruismo, riducendo il comportamento umano e animale a una logica utilitarista fondata sull’individualismo e il dominio della prospettiva del gene egoista, è andato a braccetto con il tentativo ideologico e politico (travestito da scienza) di utilizzare il darwinismo (o un certo darwinismo) per giustificare visioni conservatrici e neo-liberiste (mi riferisco ad esempio a libri come quelli di Matt Ridley, Larry Arnhart o di Paul Rubin). 

A partire dagli anni ‘80-‘90 del Novecento, un movimento in controtendenza ha iniziato a opporsi a questa visione riduzionista e selezionista. La teoria degli equilibri punteggiati di Niles Eldredge e Stephen J. Gould, criticando l’idea di una evoluzione procedente attraverso un processo lento e graduale, che scaturisce dalla competizione degli individui e dal loro adattamento alle circostanze esterne, propone in alternativa un processo evolutivo che procede con lunghi periodi di stasi punteggiati da brusche e repentine rivoluzioni che ridisegnano il paesaggio delle specie viventi. Non è un caso che questa visione punteggiata dell’evoluzione, sfidando l’ortodossia del gradualismo filetico, sia stata tacciata dai fautori dell’ultra-darwinismo come una visione “marxista”! Il riconoscimento dell’esistenza di una pluralità di livelli, sotto e sopra quello dell’organismo, il riconoscimento del ruolo autonomo della dimensione della comunità al di sopra del livello degli individui, della “selezione di gruppo” (di darwiniana memoria) e dello statuto evolutivo dei comportamenti cooperativi, il rinnovato interesse per i fattori epigenetici, i vincoli strutturali, i fattori ecologici, contro qualsiasi pretesa di riduzionismo genetico, hanno ridisegnato il panorama epistemologico della teoria dell’evoluzione, estendendo e arricchendo dall’interno l’orizzonte concettuale del Neodarwinismo. Oggi si parla di Sintesi Estesa, di Teoria Gerarchica dell’evoluzione, di teorie multi-livello e la disciplina della sociobiologia è ormai al tramonto, anche per mano del suo stesso fondatore, Edward Osborne Wilson. Oggi, inoltre, si inizia a riconoscere sempre di più l’esigenza di una profonda revisione dell’apparato teorico della stessa psicologia evoluzionistica (si veda a questo proposito T. Pievani, Evoluti e abbandonati, Einaudi, Torino 2014). Le istanze teoretiche insite già nel pragmatismo classico dei sopraccitati Peirce e James di una lettura profonda e pluralista dell’evoluzionismo darwiniano, vengono oggi riprese sotto mutati presupposti dai fautori di un pluralismo metodologico ed evolutivo. Se il pragmatismo classico prendeva le distanze dallo spencerismo dominante al suo tempo, i neodarwinisti “riformatori” oggi si mostrano più attenti a non cadere nelle ingenuità spesso disarmanti di certo naturalismo (come quello della psicologia evoluzionistica, che oltretutto considera generalmente Spencer come l’eroe fondatore della disciplina). Questa versione riformata del neo-darwinismo vuole ripartire da fondamenta darwiniane (e non spenceriane) opportunamente aggiornate, ma anche più fedeli al pensiero dello stesso Darwin.

 

A.M.: La fortuna di Darwin, oltre all’aver cavalcato un’ondata di trasformazione culturale, è stata quella del non aver palesemente dichiarato la non esistenza di Dio? È ancora attuale il dualismo secondo cui si afferma l’esistenza di “leggi naturali” che possiamo constatare a posteriori ma non ci si addentra nell’argomento su chi/cosa ha generato queste stesse leggi?

Andrea Parravicini

Andrea Parravicini: Il divenire della natura e delle sue forme, per Darwin, è il prodotto di processi riconducibili a cause naturali non teleologicamente orientate, come le variazioni casuali e la selezione naturale. In questo tipo di spiegazione non sembra esserci più posto per l’intervento di Dio o per disegni provvidenziali. Ad Asa Gray, il più importante botanico statunitense della seconda metà dell’Ottocento, il quale cercava di coniugare la teoria darwiniana con la Provvidenza divina, Darwin rispondeva francamente, in una lettera del 22 maggio 1860, che “non posso persuadermi che un Dio benevolo e onnipotente avrebbe creato apposta l’icneumonide con l’esplicita intenzione che si alimentasse, dal loro interno, dei corpi viventi dei bruchi, o i gatti con l’intenzione che giocassero con i topi”, ma piuttosto “sono incline a guardare a ogni cosa come il risultato di leggi naturali, i cui dettagli, che siano buoni o cattivi, sono lasciati alla mercé di ciò che chiamiamo casualità”.

Darwin trovava dunque piuttosto incompatibile l’esistenza di una mente onnipotente e buona con la presenza del dolore e della sofferenza nel mondo, che invece troverebbe una spiegazione credibile attraverso l’ipotesi della selezione naturale. Nonostante ciò, la teoria darwiniana non poteva essere toccata né favorevolmente né sfavorevolmente dall’introduzione di un Creatore come causa prima, all’origine di tutto. D’accordo con i criteri di James Hutton e Charles Lyell, anche Darwin riteneva che l’indagine scientifica non dovesse occuparsi di indagare le origini ultime di tutte le cose. Per questo motivo Darwin, in generale, si dichiarava agnostico, stando attento a lasciare spazio per coloro che volevano credere a una provvidenza creatrice del mondo, che avrebbe funzionato in accordo a leggi naturali. Questo atteggiamento potrebbe aver in qualche modo influito positivamente sulla ricezione della sua opera in certi contesti culturali, anche se, si deve aggiungere, l’ipotesi della selezione naturale è stata per lungo tempo osteggiata (anche violentemente) dagli ambienti ecclesiastici e mal compresa e criticata anche in ambito scientifico. In definitiva, credo, il successo della teoria dell’evoluzione, che alla lunga ha prevalso in ambito scientifico, è da riconoscersi soprattutto nell’impressionante mole di evidenze e di casi concreti riportati da Darwin nelle sue opere a sostegno delle sue ipotesi rivoluzionarie.

Ragionando più in generale riguardo alle questioni religiose e metafisiche, bisogna considerare il fatto che il naturalista inglese era figlio della grande rivoluzione operata dalla scienza moderna, che da Galileo Galilei in poi si era contrapposta al teleologismo e all’essenzialismo delle ipotesi creazioniste. Ciò significa che anche per Darwin valeva, come scrive Jacques Monod ne Il caso e la necessità, il “principio di oggettività della natura”, vale a dire “il rifiuto sistematico a considerare la possibilità di pervenire a una conoscenza ‘vera’ mediante qualsiasi interpretazione dei fenomeni in termini di cause finali, cioè di ‘progetto’”. La scienza moderna, da Galileo, passando da Darwin, fino agli scienziati odierni, compiono le loro indagini all’interno di questo quadro interpretativo governato dal principio di oggettività, per cui tutto ciò che si osserva è il prodotto di processi completamente naturali, comprese, potremmo dire, le stesse leggi della natura. Oggi tra l’altro i biologi non parlano più di leggi, ma di pattern, ovvero di schemi di eventi che si ripetono probabilisticamente, senza escludere eccezioni o variazioni che continuamente li modificano. Non avrebbe senso chiedersi, secondo questa prospettiva, “chi” o “cosa” avrebbe generato le leggi stesse, le quali non sarebbero altro che il prodotto evolvente di processi ciechi, pattern di regolarità che si ripetono variando lentamente nel tempo, a partire da un intreccio complesso di eventi eterogenei e accadenti su più livelli, e dando luogo, senza alcun agente individuabile a monte del processo, a nuovi fenomeni ed emergenze che a loro volta modificano le forze e i processi in campo.

Con tutto ciò, naturalmente, non va neppure dimenticato che è attraverso il nostro sguardo allevato nel contesto della tradizione scientifico-filosofica che diciamo quel che diciamo, a partire dalla nostra particolare prospettiva storicamente determinata. Secondo questa prospettiva, diciamo anche che dopo Darwin tramonta l’idea di una Verità assoluta, ab-soluta, cioè sciolta dalle prospettive e dalle pratiche evolventi che la mettono in scena, così come non possiamo più pensare che esista un occhio disincarnato e a-storico, posto al di fuori del mondo, capace di coglierla nella sua pura oggettività. Anche l’ideale di una scienza che si fa da sola, liberata dalla presenza imbarazzante dell’osservatore umano, prodotto storico e contingente, dopo Darwin diventa anch’esso, dunque, un mito, un ultimo tentativo che l’umanità ha fatto per sostituirsi ad un Dio che egli peraltro, come diceva Nietzsche, ha ucciso.

 

A.M.: Quale lettura consiglierebbe ad un neofita per iniziare questo affascinante studio?

Andrea Parravicini: È una scelta molto difficile, ma forse, tra i tanti che mi vengono in mente, consiglierei il bellissimo libro di Stephen J. Gould, La vita meravigliosa. I fossili di Burgess e la natura della storia, Feltrinelli, Milano 2008.

 

A.M.: Ha in programma per questo 2019 una nuova pubblicazione?

Andrea Parravicini: Sì, il prossimo giugno uscirà per i tipi di Rosenberg & Sellier un volume da me curato insieme ad altri colleghi, Guido Baggio, Fausto Caruana e Marco Viola, dal titolo Emozioni. Da Darwin al pragmatismo. Si tratta di un’antologia di testi selezionati da opere di Darwin e di autori pragmatisti classici (William James, John Dewey, George Herbert Mead) sul tema oggi molto attuale e discusso delle emozioni. Questi autori studiarono tale questione da una particolare prospettiva naturalistica ed interdisciplinare che ha permesso loro di elaborare una serie di profondissime intuizioni che si sono mostrate capaci di resistere nel corso del tempo. Ancora oggi, infatti, i principali aspetti che caratterizzano le loro indagini – l’universalità delle emozioni, la dimensione corporea, la funzione sociale e comunicativa – risultano essere al centro dei dibattiti in filosofia, psicologia e neuroscienze cognitive.

 

A.M.: Reputa positiva la sua esperienza con la casa editrice Negretto Editore? La consiglierebbe?

Negretto Editore

Andrea Parravicini: La mia esperienza con Negretto è stata senz’altro molto positiva, anche per via della competenza, umanità e alta professionalità dell’editore, Silvano Negretto, una persona che stimo molto e che ha fatto del suo lavoro una vera e propria missione. Per questo motivo, lavorare per Negretto è un’esperienza che senza dubbio consiglio a tutti coloro che considerano i libri e la cultura come beni preziosi, da rispettare e salvaguardare. Con Negretto si troveranno a casa.

 

A.M.: Concludiamo con una citazione…

Andrea Parravicini: Mi piace concludere con la frase citata come esergo ne La mente di Darwin, un motto di un incisore botanico i cui lavori impressionarono molto Goethe, e che rispecchia bene, ritengo, il metodo genealogico che impronta la filosofia evoluzionista:

Veder venire le cose è il miglior mezzo per spiegarle” (Pierre-Jean-François Turpin).

 

A.M.: Andrea, augurandoci che il lettore attento possa usufruire delle sue preziose riflessioni sull’uomo, la ringrazio per il tempo che ha dedicato all’esplicazione del suo pensiero e la saluto con le parole dello scrittore, poeta e drammaturgo tedesco che ha poc’anzi citato: “Il bello è una manifestazione di arcane leggi della natura, che senza l’apparizione di esso ci sarebbero rimaste eternamente celate.”

 

Written by Alessia Mocci

Responsabile dell’Ufficio Stampa di Negretto Editore

 

 

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Note

[1] E. Mayr, Storia del pensiero biologico. Diversità, evoluzione, eredità, a cura di P. Corsi, Bollati Boringhieri, Torino 1999, p.783.

[2] J. Dewey, Intelligenza creativa, a cura di L. Borghi, La Nuova Italia, Firenze 1957, p.105.

[3] T. Pievani, Anatomia di una rivoluzione, Mimesis, Milano-Udine 2013, p.30.

[4] Su questi temi mi permetto di rimandare a Parravicini A. e Pievani T., “Continuity and Discontinuity in Human Language Evolution: Putting an Old-fashioned Debate in its Historical Perspective”, Topoi, 37, 2018, pp.279–287 e Parravicini A. e Pievani T., “Mosaic Evolution in Hominin Phylogeny: Meanings, Implications, and Explanations”, Journal of Anthropological Sciences, in press.

 

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