iSole aMare: Emma Fenu intervista Nadia Imperio camminando sotto il filo sottile della tradizione e della innovazione

iSole aMare: Emma Fenu intervista Nadia Imperio camminando sotto il filo sottile della tradizione e della innovazione

Lug 4, 2018

La rubrica “iSole aMare si propone di intervistare isolani che della propria condizione reale e metaforica abbiano fatto cultura, arte e storia ponendosi in comunicazione con il mondo: nessun uomo è un’isola o forse lo siamo tutti, usando ponti levatoi?

Nadia Imperio

Sono l’Isola. Ma sono magica e infinita: non mi puoi cingere tutta.

Non mi puoi spostare, non mi puoi unire alla terraferma, non puoi possedermi. Puoi solo essere accolto, sederti alla mensa del mio corpo di sabbia e granito, mangiare dalla mia bocca le bacche del piacere e della nostalgia, fino a inebriarti, fino ad essere anche tu me. Ed allora ti fermerai per sempre, mi guarderai nelle pupille di basalto immerse nel cielo degli occhi e diverrai pietra.

Sarò la tua Medusa, con filamenti trasparenti danzerò per te negli abissi, ti brucerò di passione e non sarai più libero, nemmeno quando te ne sarai andato lontano, remando fino allo sfinimento, e il mare fra noi sarà un siero diluito con sangue di memoria e con lacrime di speranza.

Tu mi hai toccato, ora ti tendo le mani io.

Tu mi hai baciato, ora cerco il tuo sapore su di me.

Tu mi hai guardato: ora scruto l’orizzonte come una Didone abbandonata.

Tu mi hai annusato: ora raccolgo dalle fauci del maestrale il tuo polline per i miei favi.

Tu mi hai seguito: ora calo un ponte levatoio solo per te.

Tu mi hai atteso, ora ti attendo io.”  Emma Fenu ‒ “L’isola della passione”

 

Isole Amare.

Terre Femmine dispensatrici di miele e fiele, con un cuore di granito e basalto e capelli bianchi di sabbia che si spandono nel mare come le serpi di Medusa che, secondo la leggenda, un tempo della Sardegna fu sovrana.

Isole da Amare.

Terre Madri e Spose che squarciano il cuore di nostalgia, tirando il ventre dei propri figli con un cordone ombelicale intrecciato di mito, memoria e identità.

iSole aMare.

Sole che scalda e dà vita oppure che brucia e secca, negando l’acqua.

Mare che culla e nutre oppure che disperde e inghiotte, imponendo l’acqua.

 

La rubrica “iSole aMare” si propone di intervistare isolani che della propria condizione reale e metaforica abbiano fatto cultura, arte e storia ponendosi in comunicazione con il mondo: nessun uomo è un’isola o forse lo siamo tutti, usando ponti levatoi? A questa domanda implicita i nostri ospiti, attraverso parole, note e colori, saranno invitati a rispondere.

La rubrica è stata inaugurata da Paolo Fresu, hanno seguito Claudia Zedda, le fondatrici di LibriamociPier Bruno CossoGrazia FresuCristina Caboni, Maria Antonietta Macciocu, le sorelle Francesca e Marcella BongiornoFranca Adelaide Amico, Anna Marceddu e Silvestra Sorbera.

Oggi è il turno di Nadia Imperio, autrice, animatrice, cantante, costumista e creatrice di “Camminando sotto il Filo”, uno spettacolo di marionette a filo con manipolazione a vista per pubblico misto, in cui si alternano sulla scena vari personaggi, alcuni dei quali ispirati alla cultura sarda ma dentro al quale confluisce anche l’arte marionettistica internazionale.

 

E.F.: Che differenza c’è, se c’è, fra uno spettacolo per bambini e uno per adulti?

Nadia Imperio: Nell’impostazione non c’è grande differenza fra i due. Uno spettacolo, se è buono, arriva a grandi e piccoli in maniera diversa; nel mio caso, ad esempio, l’ironia di alcuni sketche può esser meglio colta da adulti. Del resto, a seconda del background culturale e della sensibilità di ciascuno, il messaggio viene sempre percepito in maniera personale. Probabilmente esiste una differenza nella forma in cui i contenuti vengono trasmessi, poiché, nel modo giusto, si può parlare di tutto anche ai piccoli.

 

E.F.: Come è avvenuto il passaggio professionale da una compagnia a uno spettacolo tutto tuo?

Nadia Imperio – Camminando sotto il filo

Nadia Imperio: Quando lavori dentro un gruppo, come è stato nella mia esperienza ventennale dentro la compagnia sassarese La Botte e il Cilindro, devi tener conto dell’attività collettiva, della volontà di tutti e della ripartizione dei ruoli, anche se, trattandosi di una compagnia piccola, tutto il gruppo tende ad occuparsi di vari aspetti della creazione di una produzione. Camminando sotto il filo, invece, è una creatura tutta mia, pensata e realizzata da me: è l’inizio di un cammino nel quale, attraverso le marionette che costruisco, avrò cose diverse da dire. Ovviamente, in questa fase professionale confluiscono un po’ tutte le mie esperienze precedenti e, parlando di marionettistica, nel periodo 2009-2016 ho anche collaborato con la compagnia Teatro de Marionetas Toni Zafra di Barcellona (che ha anche dato un importante contributo a questo spettacolo) e ho seguito alcuni workshop con il marionettista inglese Stephen Mottram. Ho messo insieme tutto questo bagaglio, nel tentativo di sperimentare un linguaggio per me comunque nuovo ma che ritengo ricco di possibilità espressive e con la libertà di mescolare vari registri, dal poetico al comico-parodistico, dalla stand up comedy al musical.

 

E.F.: Puoi raccontarci in modo sintetico la storia dell’arte dei burattini e delle marionette e le differenze che intercorrono?

Nadia Imperio: È una storia millenaria. Come tanti, io stessa son caduta nel tranello, molti anni fa, di considerare le marionette e i burattini come mero intrattenimento infantile. In realtà, le cronache ci dicono che tale arte era rivolta ad un pubblico eterogeneo, e spesso soprattutto di adulti. Nel Medioevo, quando le manifestazioni animavano strade, piazze, mercati, fiere e corti, il teatro di figura assolveva soprattutto alla funzione di critica sociale contro il potere, attraverso la satira, anche feroce. Il burattino, infatti, aveva lo stesso ruolo del giullare, ossia di colui che sta dalla parte della gente, contro l’ingiustizia, e può permettersi il lusso dell’irriverenza. Il teatro delle marionette, invece, è spesso stato destinato a rappresentazioni più poetiche e simboliche privilegiate dalle corti aristocratiche. Generalizzando, le differenze di contesto derivano anche dalla tecnica costruttiva e dal mezzo: i burattini non hanno corpo, sono dei mezzibusti che si esprimono con un ritmo spesso serrato di testa e mani; la marionetta ha un corpo definito, intero, e può concedersi tempi dilatati. Oggi il patrimonio di tale arte, un tempo custodito come segreto dalle antiche famiglie, è passato alle generazioni recenti attraverso importanti scuole. In Italia, nel teatro di figura odierno si vede una maggiore frequentazione dei burattini, molto diffusi nella zona centro-settentrionale (e in Campania, col genere guarratella), con personaggi tipici per ogni regione. Non ci sono praticamente formatori, invece, per la marionettistica: io stessa mi sono formata in Spagna dove c’è una generazione, oggi over 60, conosciuta in patria e nel mondo. Ci sono altre nazioni europee dove la marionetta è molto frequentata, anche se con scuole molto diverse, divise grosso modo fra Europa Est e Ovest. Importantissima la scuola nordamericana (dove il filo è ed è stato molto diffuso, anche in tv e cinema), e tutta da esplorare (per me) quella eccellente proveniente dall’Asia.

 

E.F.: Questa scarsa conoscenza dell’arte della marionetta a filo cosa comporta per un artista che la coltiva, in particolar modo in Sardegna?

Nadia Imperio: È vantaggioso e svantaggioso allo stesso tempo. Vantaggioso perché sono pochi gli artisti del filo e c’è meno concorrenza, d’altra parte, però, la scarsa diffusione di tale linguaggio lo porta a essere ritenuto un genere confinato al mondo dell’infanzia. Inoltre, non essendoci quasi termini di paragone sull’isola, è difficile per il pubblico comprendere la proposta del singolo artista. Faccio un esempio: se nessuno in Sardegna conoscesse il jazz e arrivasse un musicista bravissimo (o pessimo) sarebbe difficile poter far un confronto e valutarlo appieno. Tuttavia, specie in provincia di Cagliari, c’è una buona attenzione verso le varie declinazioni di tale arte, dovuta soprattutto all’attività trentennale (anche di festival) organizzata dalla compagnia di figura Is Mascareddas (intorno alla quale io stessa ho iniziato a formarmi in quest’ambito).

 

E.F.: Quale è la relazione fra te e le tue marionette?

Nadia Imperio: Il legame con creature frutto di un lavoro artigianale abbastanza complesso è molto stretto. Una marionetta potrebbe sembrare (e lo è, tecnicamente) un insieme di pezzi di legno ben montati ed equilibrati, ma quando inizia a venir fuori la sua personalità, è allora che diventa un essere vivo. Nel momento in cui entrano in scena, nello spettacolo, le marionette sono le protagoniste, non io; loro manifestano autonomamente un proprio carattere, raccontandosi attraverso il movimento, le intenzioni, la musica. È vero che quando costruisco un personaggio ho già piuttosto chiaro cosa farà in scena, ma è anche vero che una volta che la figura comincia a muoversi puntualmente comincia a dettare le sue leggi, offrendo suggerimenti e spunti inaspettati – per questo chi insegna parla spesso di imparare ad“ascoltare” la marionetta. Sta a me, in questo caso, farla vivere, pensare, respirare. Quando gli spettatori si commuovono, ridono o si emozionano, dimenticandosi che la figura è di legno e che dietro ci sono io, allora capisco che quella è la strada, altrimenti è importante chiedersi cosa non funziona.

 

E.F.: Quanto di sardità c’è nella tua produzione artistica?

Nadia Imperio

Nadia Imperio: In questo spettacolo ci sono figure come i Tenores, protagonisti di un pezzo comico/parodistico del canto tradizionale, e quelle che io chiamo Janas, tre figure semplici danzanti che spesso insegno a realizzare anche nelle scuole. Mi sono ispirata alla tradizione scultorea sarda in Lilit, la funambola, che ha richiami con la filatrice di Ciusa e a un viso di fanciulla di Melchiorre Melis. Detesto, tuttavia, il folkloristico e folklorico, mi sento sarda e al contempo cittadina del mondo, non ho simpatia per i confini. In Camminando sotto il filo l’unico personaggio che parla con il pubblico, Nora, avrebbe potuto avere connotati che la rendessero più riconoscibile come isolana, ma mi sarebbe sembrato riduttivo. Lei è una che potremmo trovare praticamente ovunque il pubblico possa recepire le sue battute salaci o riconoscersi nelle arguzie da cabarettista.

 

E.F.: Cosa è per te l’Isola?

Nadia Imperio: Una realtà con due facce: è un microcosmo con ritmi, respiri e paesaggi unici, ma anche un limite, per chi entra ed esce, in termini di oneri e di scambi culturali. Da ragazza mi lamentavo delle poche possibilità che dava rispetto a tutto ciò che scorreva nel frattempo nel mondo esterno, ma da quando ho potuto viaggiare, e anche ora che vado e vengo anche dall’Italia e dall’estero col mio lavoro, ho imparato ad apprezzare cosa volesse dire poterci tornare ogni volta. Vorrei solo che noi stessi sardi sapessimo meglio prenderci cura di lei; penso sempre che siamo custodi di un tesoro che non sappiamo valorizzare.

 

E.F.:  Come il pubblico di oggi, abituato al progresso e all’innovazione, reagisce davanti ad un’arte di carattere tradizionale?

Nadia Imperio: Il tentativo è quello di non farla percepire come tradizionale, appunto. Io parto dal classico ma spero di parlare alle persone di oggi, toccando le loro sensibilità e il loro vissuto. Molto dipende dal “come” e dal “cosa” racconti. Vedo che grandi e piccoli si stupiscono, si sentono coinvolti, ridono o osservano con attenzione ciò che delle figure di legno raccontano sulla scena. Ciò che resta di quel che han visto è il semino che ognuno di noi artisti spera di piantare nelle loro coscienze. Non è facile, soprattutto quando la tecnologia tende a far consumare e bruciare qualunque evento nel giro di poche ore e a renderne a volte asettica la fruizione, congelandone la carica emotiva attraverso lo schermo di uno smartphone. Ma ci si tenta.

 

Written by Emma Fenu

 

 

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Blog La poltrona di Nora 

 

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