Riflessioni sullo stupro: il (non) consenso di Emma O’ Donovan e di Jean Baptiste Grenouille

Riflessioni sullo stupro: il (non) consenso di Emma O’ Donovan e di Jean Baptiste Grenouille

Gen 23, 2018

I lettori voraci avranno già riconosciuto i due nomi nel titolo: Emma O’ Donovan è la protagonista di Asking For It, il romanzo di Louise O’ Neill che ha fatto scalpore nel 2015, mentre Jean Baptiste Grenouille è il protagonista di Perfume, acclamata opera di Patrick Sűskind pubblicata nel 1985.

Asking For It

Trent’anni separano queste due storie, che apparentemente hanno ben poco in comune: Emma è vittima di uno stupro di gruppo di cui è inconsapevole perché drogata, mentre Jean Baptiste uccide le donne che hanno un buon profumo con lo scopo di creare con le loro essenze il profumo perfetto.

L’elemento non consensuale è particolarmente evidente nel romanzo della O’ Neill, che descrive in modo fin troppo verosimile il cambiamento di Emma: era una ragazza incredibilmente bella e estremamente cosciente dell’effetto che poteva suscitare in qualsiasi uomo, ma si trasforma in un’ombra, divorata dalla depressione e dai suoi tentativi di suicidarsi. Ma cosa c’entrano lo stupro e il non consenso con il romanzo di Sűskind e cosa hanno in comune questi due romanzi?

Un tratto caratteristico di Jean Baptiste che lo differenzia dall’ideale comune di serial killer è il fatto che lui non stupra le sue vittime: ciò che lo attrae è la bellezza, che nel suo caso passa per il naso. Tutto ciò che ha un buon odore è bello e viceversa. Il sesso non è parte della sua visione di bellezza, né della sua brama di possedere quella stessa bellezza. A una prima lettura, Jean Baptiste è l’omicida seriale meno sessuale nella storia della letteratura.

A questo punto apro una parentesi importante: ho letto Profumo quando avevo quattordici anni e ne ho adorato ogni singola pagina. Non so se capii fino in fondo lo spessore di ciò che raccontava, perché ero giovane e leggevo per il gusto di farlo, non per analizzare le storie. Asking For It, invece, è una mia lettura recentissima, fatta con una lentezza quasi esasperante, perché quando volevo girare pagina e sapere cosa sarebbe accaduto dopo, dovevo fermarmi, prendere il mio quaderno degli appunti e scrivere citazioni e impressioni.

Il caso ha voluto che leggessi Asking For It e che subito dopo guardassi il film tratto da Profumo. Sapevo perfettamente cosa aspettarmi e ricordavo bene la trama: sapevo che alla fine ci sarebbe stata una scena orgiastica aperta a mille interpretazione, eppure quando è arrivata non ero preparata. L’ho guardata chiedendomi cos’era che stessi guardando e, con mia grande sorpresa, ci ho trovato dentro una violenza sessuale. Non rabbrividite, lettori che sanno bene che in Profumo non ci sono stupri: prometto di spiegarvi cosa ho pensato.

Se avete letto l’articolo in cui parlavo della Deneuve e dell’idea di corteggiamento consensuale, saprete bene che ho fatto un uso fin troppo copioso di citazioni: avevo appena letto Is It Rape? di Joan McGregor e ne ero rimasta folgorata. Poco dopo la pubblicazione del mio articolo, i giornali hanno iniziato a parlare del caso di Aziz Ansari e una cara amica mi ha chiesto cosa ne pensassi, considerato che avevo appena pubblicato un articolo in cui difendevo il diritto al consenso. Le ho risposto con due citazioni.

The baseline assumption has been that women are consenting to sex until there is significant evidence to the contrary. The default is consent. The assumption itself is puzzling without analogy in law. Most things done to or for another person require consent, even if they are pleasurable or good for a person: without explicit consent to the operation you need to save your life, it is impermissible; without consent to use my car, it is impermissible to use it. […] the law looks for explicit signs that would inform the man unequivocally that the woman is not consenting to sex at this time; otherwise he can assume consent.” (Joan McGregor, 2005)

Si è sempre assunto che le donne acconsentissero al sesso, a meno che non fosse particolarmente evidente il contrario. Si dà per scontato che vi sia consenso. Quest’assunzione è scioccante e, da un punto di vista legale, non ve ne sono di analoghe. La maggior parte di atti compiuti su qualcuno o per qualcuno richiedono il consenso di questo qualcuno, anche se sono pensati per arrecare piacere o per essere benefici: se non si acconsente chiaramente a sottoporsi all’operazione chirurgica che ci salverà la vita, tale operazione non è performabile. Senza il mio consenso, la mia automobile non può essere usata. […] la legge cerca segnali espliciti che informino l’uomo, senza possibilità di fraintendimento, che la donna non acconsente al rapporto sessuale; altrimenti il consenso è dato per scontato.”

Suppose that a woman desires sex with a married man. Suppose that she harbors this desire even as he achieves penetration. Does the fact that she desires intercourse constitute consent to it? While this appears plausible, one can certainly imagine her desiring intercourse while not consenting to it. We often refuse what we want. We often choose in opposition to our desires. If it is her choice to engage in intercourse not the sheer fact that she desires to do so that constitues consent to intercouse, then one must conclude that consent is equivalent not to desire as such, but to the execution of desire, namely, to choice.” (Heidi Hurd, 1996)

Diciamo che una donna desidera avere un rapporto sessuale con un uomo sposato. Diciamo che continua a desiderarlo anche mentre lui la penetra. Il fatto che desidera questo intercorso significa che ha dato il suo consenso affinché questo avvenga? Suona come un’ipotesi plausibile, ma di certo una donna può desiderare un atto sessuale senza per questo dare il suo consenso affinché questo si verifichi. Spesso rifiutiamo ciò che desideriamo. Spesso scegliamo in contrasto con ciò che desideriamo. Se avere un rapporto sessuale è una libera scelta della donna, il mero fatto che questa lo desideri non costituisce consenso. Il consenso non equivale al desiderio, ma alla messa in atto del desiderio, quindi a una scelta.”

Perfume – Patrick Suskind

Se Emma O’ Donovan non ha potuto dare, o negare, il suo consenso perché sotto gli effetti soporiferi di alcol e droga, il pubblico presente a quella che dovrebbe essere l’esecuzione di Jean Baptiste Grenouille non può dare, o negare, il proprio consenso perché è spinto a desiderare il sesso dagli effetti del profumo perfetto creato da Jean Baptiste, quindi da una sorta di droga, di sostanza che altera la percezione della realtà e, conseguentemente, della volontà. Il pubblico presente non ha altra scelta se non quella di lasciarsi stuprare: è uno stupro che fa delle sue vittime entità dualistiche, che sono vittime ma anche carnefici. Gli uomini che performano gli atti sessuali, infatti, vengono violati nello stesso modo in cui vengono violate le donne: sono costretti a dare il proprio corpo a donne che sono costrette a concederlo.

Si potrebbe sostenere che il profumo di Jean Baptiste si limita a portare allo scoperto i desideri delle persone, rendendoli semplicemente consapevoli di ciò che desiderano, ma desiderare qualcosa (e sapere di desiderarla) non implica consenso affinché questa si realizzi. Nello stesso modo, il consenso non è un elemento che può essere dato per scontato: nessuno degli individui “costretti” dal profumo di Jean Baptiste ha mai acconsentito a un’orgia.

Quindi Profumo è un romanzo che solleva, o avrebbe dovuto sollevare, domande sulla legittimità dell’uso del profumo perfetto? Può un profumo essere considerato una sostanza illegale, che altera la percezione del mondo in chi lo respira? Può il consenso, o la mancanza di esso, macchiare Jean Baptiste dell’accusa di stupro proprio nella scena precedente la fine del romanzo? Jean Baptiste si tramuta in uno stupratore proprio alla fine della storia?

Usare la parola stupro in un contesto in cui manca l’elemento violento ma è ben presente quello non consensuale è legittimo: così come si parla di stupro di gruppo per Emma, che non è stata picchiata, nello stesso modo si può parlare di stupro di gruppo in Profumo. Ma se lo stupratore non è Jean Baptiste, il cui ruolo si limita a fornire la droga che spingerà il pubblico a avere rapporti sessuali, allora chi è che ha l’etichetta di carnefice? Se gli uomini e le donne coinvolti nell’orgia sono contemporaneamente vittime e stupratori, allora chi è realmente il “responsabile”? Verrebbe da rispondere: Jean Baptiste. Ma pur essendo “responsabile”, Jean Baptiste non è uno stupratore, almeno non come lo intendiamo legislativamente e socialmente.

A questo punto, però, occorre parlare di intenzione: l’intenzionalità con cui Jean Baptiste fa uso del profumo perfetto da lui stesso creato è specificamente legata all’idea che se il suo pubblico è coinvolto in un’orgia, l’esecuzione non può avere luogo. Non si tratta, quindi, di una semplice somministrazione di droga a cui fa seguito uno stupro accidentale, ma si tratta dell’intenzionalità di Jean Baptiste di trasformare il suo pubblico in vittima (e stupratore). Questo lo rende più responsabile? Questo lo rende un complice dello stupro? O lo rende uno stupratore a tutti gli effetti?

Non posso dire di saper rispondere a queste domande, così come non posso pretendere di vendere come vera la mia interpretazione di Profumo. Non mi aspettavo di trovare elementi di violenza sessuale in un film di cui conoscevo già la trama e non mi aspettavo di leggerci dentro uno stupro: sono influenzata, credo, da una società in cui i casi come quello di Aziz Ansari sono all’ordine del giorno, in cui #metoo è un fenomeno da cui è impossibile prendere le distanze e in cui l’abitudine a pensare alla collocazione morale delle azioni è di moda. Mi chiedo quanto quest’abitudine all’analisi comportamentale e morale stia cambiando il mondo in cui viviamo e se porterà a un’evoluzione positiva, specialmente per quanto riguarda i rapporti uomo-donna.

Mi chiedo, soprattutto, se non sto venendo addestrata a chiamare stupro anche ciò che non lo è, se non stiamo ipersensibilizzando alcuni elementi della società che sono particolarmente vulnerabili, come me. Ci rifletto e decido che no, nessuno mi sta ipersensibilizzando: stiamo semplicemente imparando a chiamare con il loro nome quegli episodi che meritano di essere definiti stupri. Stiamo imparando a valutare le nostre azioni, le conseguenze di esse e il valore del consenso, o della persuasione. Stiamo imparando a trattare con rispetto e dignità chi ci sta intorno. Stiamo facendo qualcosa che la Deneuve non approva e che riempie di domande anche me, ma che è l’unica cosa saggia da fare: imparare a distinguere ciò che è consensuale da ciò che non lo è.

 

Written by Giulia Mastrantoni

 

Info

Riflessioni sullo stupro: quando Berlusconi appoggia la Deneuve e il femminismo muore

Articolo Huffingtonpost Aziz Ansari

 

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