FEFF 2016, Sezione Competition – “The Tiger” di Park Hoon-jung

FEFF 2016, Sezione Competition – “The Tiger” di Park Hoon-jung

Apr 24, 2016

Il terzo lungometraggio scritto e diretto da Park Hoon-jung è già storia. Dopo aver fatto tremare la Sud Corea e i paesi vicini è venuto alla conquista dell’occidente aggiudicandosi il ruolo di apripista al FEFF 2016 di Udine, il quale probabilmente non avrebbe potuto sperare in un titolo più esplicito e rappresentativo della propria brama di vigore e maturità.

The Tiger di Park Hoon-jung

The Tiger (“Daeho” in originale, conosciuto a livello internazionale come “The Tiger: An Old Hunter’s Tale”) è una validissima prova di valore sotto ogni punto di vista, in cui riescono a convivere toni colossali e intimistici, parabole grintose e di quiete estatica, episodi di truce violenza ed epifanie dal fascino arcano.

Le fondamenta sono costituite da una storia in sé semplice ed esemplare, attinta dalla millenaria relazione che l’uomo tesse con la Natura, con le sue forze maestose e selvagge, nei cui confronti è essenziale adottare una condotta di mutuo rispetto ed empatica moderazione.

Paladino di quest’avventura indelebile è il montanaro Man-duk, un tempo il più rispettato cacciatore di tigri di cui si avesse memoria, al tempo della vicenda (ossia nel 1925) divenuto un semplice erbaiolo che condivide col figlio 16enne una capanna isolata in mezzo al bosco. La via di un’esistenza così depauperata è stata segnata dal Signore della Montagna, l’ultima temutissima fiera rimasta in circolazione, la quale anni prima aveva indotto il protagonista a perdere in un tragico incidente l’amata moglie.

Quella stessa belva gagliarda, cieca da un occhio fin dalla nascita, incarna il prioritario desiderio di sopraffazione e vendetta dell’ufficiale giapponese di stanza in Corea, uomo senza scrupoli posseduto da un’insanabile passione venatoria, e di un esperto battitore che già si era confrontato con essa, uscendone col volto sfregiato.

La furia del Signore è così crudele da richiedere l’intervento di forze sempre maggiori e devastanti, mai tuttavia sufficienti a braccare una creatura così intrepida, intelligente e oltremodo resistente al fuoco armato.

The Tiger di Park Hoon-jung

La lotta decisiva va combattuta ossequiando altri codici, rifiutando l’avidità, capendo quando risparmiare una vita e quando toglierla, provando ovvero ed accogliendo un naturale senso di pietà, passando attraverso la più nera sofferenza, la più recondita rassegnazione, il più puro terrore, la più estrema epicità. Solo una leggenda può abbattere un’altra leggenda: e questo è ciò che Man-duk, seguendo una strada del tutto divergente da quella tragicamente insensata dei potentati, tra le mani solo il suo fedele moschetto, si troverà a dover affrontare, in un imprescindibile epilogo catartico.

Appare evidente come uno degli elementi che maggiormente stanno a cuore al giovane regista sia l’allegoria, autentico tesoro sepolto dalle discriminazioni della civiltà; al Free Talk tenuto al Teatro Nuovo la mattina del giorno seguente Park ha spiegato come la tigre coreana, oggi estinta, appositamente ricreata in CGI basandosi su documenti d’epoca, sia un animale dal profilo mitico, che da secoli abita le favole del suo paese.

Simbolo di suprema, travolgente fierezza, in quello che era il suo habitat boscoso come nell’indole dell’oppresso popolo coreano, dominava i declivi del Monte Jirisan, una delle vette più alte del territorio, che con i suoi 320 km di circonferenza occupa 3 distinte regioni geopolitiche, suolo sacro su cui si è lottato strenuamente durante i conflitti della Guerra di Corea.

The Tiger di Park Hoon-jung

The Tiger” è un’opera diretta con verde intensità, uno stile certo ancora raffinabile, ma già saldo e conscio dei giusti toni con cui affascinare il pubblico, lungi da gratuite concessioni o facili compromessi (si badi comunque che non manca chi denuncia un abuso di cliché, dalla “demenziale” impotenza delle truppe imperiali all’esasperato susseguirsi di controfinali), cimentandosi in un costante sovrapporre (e non soverchiare, come invece s’è detto) la brillantezza, il virtuosismo dell’immagine filmica ad una poetica profonda, limpida, sentita, posta a favore di un cammino doppio (al di là e al di qua dello schermo) per nulla disimpegnato.

Ad incrementare il realismo di un simile percorso contribuiscono le performance accorate del cast, su tutte quella di Choi Min-sik, credibilissimo nella sua eloquenza fisica oltre che verbale, individuo logorato nel corpo e nello spirito, ma dotato ancora di un autocontrollo e di una lucidità a dir poco proverbiali.

Le turgide sequenze di azione e di efficacissima suspense si presentano corredate da eccellenti effetti speciali (nominati agli Asian Film Awards) e da un apparato sonoro a pieno regime che, costringendo letteralmente il pubblico in una gabbia delle meraviglie, alterna e accavalla il gustosissimo corredo rumoristico (che scaturisce dai pericolosissimi scricchiolii del sottobosco fino ai terrificanti ruggiti felini) alla possente colonna sonora di Jo Yeong-wook, sapientemente nutrita di timbri accordali cupi e avvincenti.

Il risultato potrà anche stancare chi non ha pazienza e preferisce ricusare l’innegabile, competitivo splendore della tecnica a sfavore dello spessore dei contenuti, ad un tempo (così pare) dotati di buon ritmo e noiosamente risaputi, sinceri e arrancanti nei meandri di un metraggio sovrabbondante.

FEFF 2016 - Park Hoon-jung

La si pensi in un modo o nell’altro, portando la mente all’inarrestabile rilievo internazionale che il cinema sud-coreano sta conquistandosi è altresì auspicabile giunga presto un titolo destinato perlomeno ad entrare nell’agognata cinquina dei film in lingua straniera eletti agli Academy Awards.

Da quando nel 1962 la nazione ha cominciato a presentare i suoi cavalli di battaglia, affidati alle mani di riconosciuti talenti quali Shin Sang-ok, Lee Doo-yong, Lee Chang-dong, Kim Ki-duk, Lee Joon-ik e Kim Tae-kyun (ognuno dei quali è stato scelto in almeno due occasioni), non s’è mai sentito di una competizione in cui ne figurasse uno: un record negativo che rattrista e, com’è giusto, sprona ad un sano ragionamento critico.

Non ho mai pensato a questo”, si è espresso Park Hoon-jung rispondendo alla domanda del sottoscritto sulla possibilità di assumersi l’onere di rappresentare la propria patria agli Oscar, concludendo con un ilare “ma non mi dispiacerebbe!”.

Augurandogli i risultati migliori per la sua promettente carriera, lo attendiamo l’anno venturo con un nuovo progetto, un noir davvero crudo, “vietato ai minori” secondo la prospettiva dell’autore, le cui riprese, salvo ritardi nella produzione, cominceranno a settembre.

 

Voto al film

 

Written by Raffaele Lazzaroni

Photo Park Hoon-jung by Raffaele Lazzaroni

 

 

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