La città di Praga e Franz Kafka – articolo di Rosetta Savelli – part. 2

Per leggere la prima parte clicca QUI.

 

Sfodera una padronanza di sé davvero invidiabile. Alta e slanciata, come lo sono in gran parte le donne ceche, dalle forme giovanilmente coerenti ed armoniose, incorniciata da una folta e svolazzante chioma bionda.

Succinta, rivela, e quasi ostenta, tutta la propria bellezza, e ha ragione lei: perché mai dovrebbe nasconderla? Così, non nascosta, diviene il canestro di tutte le palle degli sguardi maschili che volutamente le ruotano intorno.

In mezzo a tanta bellezza, Praga non cela affatto il proprio oscuro desiderio di prostituirsi ma, ovviamente, non le riesce neppure mentre lo sta facendo. Infatti riesce a concedersi solo a chi sa coglierla, sedurla ed amarla nel suo intimo più profondo. Praga è così: si sa mostrare e dare solo a chi la può comprendere ed amare. Diversamente non concede nulla di sé.

A conferma di ciò, basti dire che il centro, il suo bellissimo centro, è letteralmente invaso da Cadillac e auto d’epoca, così come a Cuba. Pronte a scarrozzare, in lungo e in largo, i tanti pigri e stanchi turisti. È un assurdo: perché Praga si rivela solo a chi la vuole scoprire, con i propri piedi e non con una sfavillante Cadillac che qui, più che altrove, è fuori tempo e fuori luogo. Dopo ore ed ore, a fine sera, devono anche fare male i piedi, naturalmente. Ma la ricompensa sarà grande, perché Praga, nel suo venirti incontro, saprà e vorrà rivelarsi e donarsi a te che hai voluto così tanto faticare per lei. E la magia è completa, perché qui sogno e realtà si coniugano e si convertono in un unico punto che annienta e cancella ogni margine ed ogni confine. È la città che meglio racconta la storia nei suoi sogni e i suoi sogni nella storia. È un autentico tuffo nel passato, dove è proprio il presente ad apparire distante.

In aggiunta Praga non è semplicemente una città romantica, non è, come facilmente si può credere, una città per gli innamorati. Qualunque amore a Praga si rivelerebbe come un’interferenza, perché è lei stessa un amore, un grande amore. Da scoprire e da coltivare a piedi, rigorosamente a piedi, che alla sera saranno gonfi come palloni. Infine lei non è solo intrigante e voluttuosa, come la bionda e bianca ragazza praghese, ma è anche confortante, gentile, aristocratica e cortese, come l’anziana signora che riconosce la tua lingua e in un italiano disinvolto dice a sé e a te che ha trascorso due mesi indimenticabili a Roma. È difficile mettere in fila esattamente i suoi tanti anni, ma è facile comprendere il grande quesito irrisolto che ha davanti a sé. Non sa ancora darsi e darti quella risposta, non sa se sia più eterna la città di Roma o quella di Praga. Si congeda informandoti che nella Chiesa del Bambin Gesù la domenica alle ore 15, la S. Messa che si terrà sarà in lingua italiana.

Quel suo quesito irrisolto ora è divenuto anche il mio: Roma o Praga? Hanno molto in comune, se non altro per la loro bellezza. Ma gareggiano e competono anche per il primato sul maggior numero di chiese. Praga, così asburgica e abbondante in tutto, senza mai divenire fastidiosamente obesa o rivoltante, è strapiena di chiese, soprattutto da quando gli Asburgo ebbero la meglio sugli avversari. La sorte, conclusasi poi a loro favore, fu decisa durante la battaglia della Montagna Bianca (1620). Ventinove nobili vennero decapitati e gli ultimi due furono impiccati, trattati come fossero dei barbari ribelli, solo perché ostili al Cristianesimo.

L’esito di quella battaglia indusse Praga a sottomettersi alla Nobiltà Imperiale Asburgica, che vantava in sé anche il prestigio e l’autorità della Corona del Sacro Romano Impero. Da quel momento in poi Praga fu anche cattolica, ma non solo. Abbondante anche nella presenza dei diversi culti religiosi. Così esagerata in tutto, Praga, volle e suole essere anche, appena dopo Gerusalemme, la capitale della cultura e della religione ebraica. KARLŮV MOST (il Ponte Carlo) rende invece onore alla cristianità, dove gotico e barocco si uniscono indissolubilmente. Le gigantesche statue barocche, che sfilano lungo il ponte, basterebbero da sole a giustificare la bellezza di tale luogo. La croce sembra proprio quella  di 2000 anni fa, e anche il Cristo che vi è pietosamente inchiodato sembra proprio quello di 2000 anni fa. Ma ritornando alla importanza della cultura del mondo ebraico, che qui è più viva che mai, camminando e camminando ci si ritrova dentro quello che certamente è il più bel quartiere ebraico del mondo. E qui non si sa più se si è a Praga o addirittura a Gerusalemme.

L’antico cimitero ebraico è considerato, a ragione, una delle dieci maggiori bellezze al mondo. I comunisti lo chiusero e ne proibirono l’accesso per decenni, ma nulla scalfì l’immenso fascino che scaturisce da questo luogo. Qui giace da quasi quattro secoli la tomba dell’erudito rabbino Jehuda Low Bezalel (morto nel 1609), e appena sopra di lui, ma sempre sotto terra, si trova sepolta la moglie Perl. Fu davvero un grand’ uomo, tutto dedito al meglio di saggezza ed umanità.

È sua la più antica leggenda praghese. Il Golem, vero simbolo di Praga, appartiene tutto a lui e solo a lui.

Il Golem è la forza bruta dell’uomo, materializzata in un gigante di terra e fango. Rabbi Löw, dopo averlo creato, lo distrusse, non appena prese coscienza della sua grande e violenta distruttività. Il Golem è anche in ciascuno di noi, ma non tutti siamo sempre così accorti, come fu Rabbi Löw, nel riconoscerlo e nell’annientarlo se e quando diviene troppo pericoloso.

Albert Einstein, altra grande figura praghese, morirà lasciando scritte le proprie scuse all’umanità riguardo il proprio Golem, da lui stesso costruito, ma poi non più controllato e fermato. La bomba atomica fu una sua forza, uscita naturalmente dalla sua genialità. Anch’essa, proprio come il Golem, era dotata di una forza distruttiva che sfuggiva all’umano controllo. Einstein se ne scuserà. Rabbi Löw la distruggerà. Ancora una volta, a Praga, ciò che è sogno e ciò che è realtà si fondono indissolubilmente.

Nell’intercapedine di questa realtà, di questa realtà indissolubile, si  insinuano continuamente la scaramanzia, l’occulto e la magia.

I numerosi visitatori che si muovono all’interno dell’antico cimitero ebraico possono lasciare, o meglio, devono lasciare i propri desideri, scritti in un foglietto, sulla tomba del rabbino Jehuda-Low, che qui è venerato al pari di un nostro cristianissimo santo. I foglietti di carta devono solo essere appoggiati fra i sassi e non devono essere nascosti, affinché il vento poi li faccia volare fino alla Moldava.

Addentrandosi nelle acque, devono arrivare a toccare il fondo fangoso del fiume e con esso rigenerarsi con forza, affinché i desideri possano infine diventare veri. Solo Praga riesce a regalare una tale magia. Sotto questo profilo però non è da meno KARLŮV MOST, che con la sua imponente statua dedicata a San Giovanni Nepomuceno (1683), intende donare la medesima magia. San Giovanni Nepomuceno è un santo molto venerato nei paesi nordici.

Fu vescovo, religiosissimo e rigorosissimo, e preferì la morte al tradimento ingiusto nei confronti della propria sovrana. Fu così brutalmente legato e fatto gettare dal sovrano nella Moldava, proprio in quel punto, dove oggi si erge la statua a lui dedicata. Affinché i propri desideri si avverino, da una parte si può accarezzare il cane del sovrano e dall’altra si può sfiorare il generoso e sempre disponibile posteriore della nobildonna.

Il cane è per i sentimenti, mentre il nobile retro della figura della sovrana è per gli affari. Entrambi i particolari delle scene sono quasi logorati ed appiattiti da tutte le mani che continuamente li sfiorano. Sì, perché nessuno intende sfuggire alla possibilità, seppure ipotetica, di vedere realizzati i propri desideri. Dopo tutte queste magiche ritualità, si può essere più che certi che il meglio si avvererà.

Praga è anche questo, concede e permette tutto ma solo a chi, a sua volta, le concede  e le permette tutto. Certamente fu così anche per gli Asburgo. Qui nulla succede per caso, perché questa è la città dell’arcano. Se Praga avesse avuto il mare, proprio questo avrebbe certamente offuscato la sua magnifica bellezza. Se avesse avuto il mare e se a lei fossero arrivati i Tudor, divenuti poi Windsor, questi non avrebbero mai permesso che un’altra città eguagliasse o addirittura superasse lo splendore della loro città madre, Londra.

Gli Asburgo, arrivati a lei da terra e non dal mare, non le hanno proibito nulla, neppure di eguagliare o addirittura superare la loro città madre, Vienna. È qui infatti che l’imperatore Carlo IV d’Asburgo decise di costruire quello che, a tutt’oggi, è ancora il più grande castello d’Europa. I lavori del Castello, iniziati in verità dai PŘEMYSLIDI, alla fine del IX secolo, ripresero continuità e splendore sotto il lungo e fervido dominio di Carlo IV, che durò per circa trent’anni.

Ciò che lui iniziò, man mano attraverso i secoli, fu periodicamente e costantemente valorizzato ed ampliato da tutti i suoi più importanti successori, fra i quali spiccano Rodolfo II, il Folle (dal 1575), e Maria Teresa, la Grande. E intanto Kafka, a piedi e solitario, col bastone e la bombetta, vi cerca ancora riparo dagli “artigli minacciosi” dell’amatissima madre.

Invano, perdutamente invano, perché quel riparo è al tempo stesso la sua più grande minaccia. Eternamente splendida come la propria madre, come la propria piccola madre, come la propria MATIČKA  PRAHA.

 

 Written by Rosetta Savelli

 

Per leggere la prima parte clicca QUI.

One thought on “La città di Praga e Franz Kafka – articolo di Rosetta Savelli – part. 2

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: