“Abitavo a Penny Lane” di Riccardo Bertoncelli: memorie di anni gloriosi di rock, jazz e blues

CONDIVIDI... CUM GRANO SALIS

«Non avevo ancora scoperto la legge di Murphy ma, soprattutto, non avevo ancora ben inquadrato la tipologia degli umani che gravitavano intorno alle faccende di musica.» (P. 81)

Abitavo a Penny Lane di Riccardo Bertoncelli
Abitavo a Penny Lane di Riccardo Bertoncelli

In effetti, chi ha avuto a che fare con il mondo della musica pop e rock, e non solo come spettatore, sa bene di cosa sta parlando Riccardo Bertoncelli, il mitico Bertoncelli, in: “Abitavo a Penny Lane” (Feltrinelli, 2026).

Gente strana, gli artisti. Un po’ maniacali, strambi, solitamente egocentrici, narcisisti (o pseudo tali), ma anche fragili e soggetti a frequenti cadute depressive. Per non parlare dei produttori discografici, organizzatori di concerti ecc., spesso indifferenti all’arte ma sempre molto sensibili al vil denaro.

Ma anche noi spettatori italiani negli anni ’70 non scherzavamo, mandando a monte fior di concerti con il pretesto della «musica per tutti». Per molti il biglietto era troppo caro, era una speculazione dell’infame industria capitalistica. Bertoncelli ha voluto fare i conti. Il biglietto per entrare al concerto di Carlos Santana nella primavera del ‘71 a Milano, ad esempio, costava 1.500 lire, aggiornandolo ai valori odierni, con tanto di rivalutazione e conversione lire/euro, costerebbe circa 15 euro. Eppure, il concerto dei Santana venne funestato dalle mischie tra il pubblico dei non paganti e le forze dell’ordine. Oggigiorno sapete quanto costano i biglietti per sentire le grandi star a livello internazionale, tuttavia nessuno pare protestare!

Ricorda l’autore: «Gli scontri violenti tra autoriduttori e polizia divennero la regola, dagli show dei Ten Years After e Grand Funk Railroad a quello dei Chicago a cui assistetti, apprezzando molto i botti della sezione fiati e assai meno quelli dei lacrimogeni lanciati tra il pubblico, sul prato dell’Arena di Milano» (p. 81).

Chiaramente dopo tanti di questi fatti molte band straniere rinunciarono a venire in Italia per tutto il successivo decennio, fra queste ad esempio i Led Zeppelin il cui concerto fu interrotto da grandi tafferugli con lancio di lacrimogeni e scontri, sempre a Milano.

“Abitavo a Penny Lane” è un viaggio nella musica rock, come giustamente riporta la quarta di copertina, che parte dagli anni ’60 fino ai primi ‘80. È un racconto nel quale la mia generazione, quella dei nati negli anni ’50, quella dei cosiddetti boomer, ci si può riconoscere in pieno.

Riccardo Bertoncelli fa rivivere con simpatia e ironia le tante storie che ci hanno accompagnato nella nostra giovinezza. Il rock, per noi giovani dell’epoca, non era solamente un genere musicale ma un vero e proprio stile di vita, improntato alla libertà e alla fraternità.

Bertoncelli (che è del ‘52) inizia il suo racconto ricordando il quartiere popolare di una città di provincia del Nord (Novara) che chiama la sua Penny Lane. La famiglia di Riccardo era una normale famiglia di lavoratori che avevano comprato la prima televisione in bianco e nero, come tutti gli italiani, sempre sintonizzata sui programmi nazional-popolari (non c’era alternativa) e relativo accompagnamento musical-canoro: Modugno, Edoardo Vianello e al massimo Paul Anka.

E il rock chi lo conosceva?

Riccardo Bertoncelli citazioni Abitavo a Penny Lane
Riccardo Bertoncelli citazioni Abitavo a Penny Lane

Fu la nostra generazione che si avvicinò per prima, o almeno, i pionieri della nostra generazione, poi, gradualmente, la platea si allargò sempre più. Di artisti italiani “rock” ce n’erano pochi: al massimo in Italia avevamo Gianni Morandi, Rita Pavone e Celentano. Ma poi la nostra generazione scoperse loro, i mostri sacri, vale a dire il quartetto di Liverpool. Attraverso loro fu un attimo arrivare poi agli Yardbirds! Chi rammenta “For your love”?  Fantastica. Ricorda Bertoncelli: «Mi convertii in fretta al culto di Keith Relf e Jeff Beck e quando anni dopo andai al cinema per Blow-Up di Antonioni sobbalzai nel vedere i miei eroi in una scena di quel film. Avevano imbarcato nel frattempo Jimmy Page per una formazione stellare che purtroppo durò pochi mesi» (p. 19).

Bertoncelli poi confessa che di lì a poco i Jefferson Airplane sarebbero diventati i suoi “compagni” favoriti e… Grace Slick, la sua fidanzata preferita. In questo, Bertoncelli non fu molto originale! Credo proprio che in quel periodo Grace abbia rappresentato la ragazza ideale per tanti rockettari della penisola. A fine anni ’60, quando Riccardo aveva solo 17 anni, inizia a scrivere di musica creando fanzine underground e a scrivere libri sul genere pop-rock.

Erano i tempi in cui i ragazzi come noi trascorrevano tanti pomeriggi nei negozi di dischi o ad ascoltare la notte le radio libere e che iniziavano a viaggiare, spesso facendo l’autostop, verso le località dei festival rock e jazz in tutta Europa.

Il Beat italiano, secondo Riccardo, raggiunge il suo apice con l’album dei Nomadi: “Per quando noi non ci saremo”, del 1967, in cui compare la canzone a tutti gli effetti cult: “Dio è morto”. Non tutti sanno che il testo di quella canzone fu scritto da Francesco Guccini, anche se il suo nome non compare tra gli autori, in quanto allora non era ancora iscritto alla SIAE.

Riccardo, comunque, all’epoca tifava Rokes e non Equipe 84, come me (allora noi avevamo questo dualismo, come in Inghilterra, e non solo, si dividevano tra Beatles e Rolling Stones). Nomadi a parte, anche i Rokes, all’epoca, erano tra i miei gruppi preferiti.  Quando Bertoncelli parla del blues bianco, da vero intenditore, visto che lui fondò il primo “John Mayall fans club” in Italia, scopro che Eric Clapton aveva fatto parte agli esordi dei misteriosi “Powerhouse”. Mai sentiti prima.

Nel ’69 fecero la loro prima apparizione in Italia anche i Vanilla Fudge con «Some Velvet Morning» che Riccardo definisce come un’apparizione marziana. Racconta poi quanto scoperse lo storico negozio di dischi di Gallarate “Carù dischi”. Con il suo titolare, Paolo Carù, diede vita a un sacco di iniziative in ambito editoriale, tra cui la principale, la fanzine: “Freak Out”, del 1971, definita: «mensile pop per lucide menti aperte», ma anche: «deodorante mentale per puri spiriti eletti», e «antiparassitario per la mente».  Nel ’74 Bertoncelli iniziò a collaborare con Muzak, una nuova importante rivista nel panorama delle riviste musicali. Poco dopo fu tra i fondatori della famosa rivista musicale Gong, della quale non mi persi un numero e che conservo ancora gelosamente.

Francesco Guccini citazioni L'avvelenata
Francesco Guccini citazioni L’avvelenata

Bertoncelli riprende la sua narrazione rammentando alcuni episodi abbastanza rilevanti: la sua intervista, un po’ deludente, con Frank Zappa a Bologna, i fraintendimenti frequenti con gli Area, e, apriti cielo: la famosa diatriba con Guccini. Al capitolo 16 de “Abitavo a Penny Lane”, dal titolo “Avvelenato” Bertoncelli racconta tutto: fatto, antefatto e misfatto. Nel capitolo Riccardo riporta integralmente la recensione che tanto fece arrabbiare Guccini, al tempo uscita su Gong, il quale nella celebre canzone “L’avvelenata” si sfogò e nominò addirittura il cognome di Bertoncelli.  Ricordate i seguenti versi (non riportati nel libro) divenuti celebri? «… che cosa posso dirvi? Andate e fate, tanto ci sarà sempre, lo sapete un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate»[1].

In seguito i due s’incontrarono e chiarirono la questione. Bertoncelli anche nel libro ammette la sua eccessiva irruenza giovanile. Credo che tutto ciò «dati causa e pretesto» abbia fatto conoscere ai massimi livelli Bertoncelli nel mondo della musica giovanile.

“Abitavo a Penny Lane” non è solo un’autobiografia di uno dei più importanti critici musicali italiani, ma il racconto di una stagione irripetibile della cultura giovanile, quando la musica non era semplice intrattenimento ma scoperta, viaggio, identità e desiderio di libertà. Per chi quegli anni li ha vissuti è un libro capace di riaccendere molti ricordi; per chi è nato dopo, è un’occasione preziosa per capire perché una generazione abbia creduto che anche un disco potesse contribuire a cambiare il mondo.

 

Written by Algo Ferrari

 

Note

[1] Francesco Guccini, L’avvelenata, dall’album: “Via Paolo Fabbri,43”, EMI 1976

 

2 pensieri su ““Abitavo a Penny Lane” di Riccardo Bertoncelli: memorie di anni gloriosi di rock, jazz e blues

    1. Mauro, ti ringraziamo per il modo inconsueto con il quale ci hai segnalato una svista nel nome del cantautore nelle Note (che abbiamo opportunamente corretto).
      Ti ringraziamo anche per la lettura e ci auguriamo che ti sia piaciuta (a parte la nostra terribile svista).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *